Dentro l'apocalisse contemporanea
con Rilke,  l’angelo,  gli amanti e il pellegrino
con  Benjamin e Klee,  e  gli altri angeli
con i flaneur di Baudelaire e di Ulf Peter Hallberg che ci accompagneranno   in
questa devastata e tormentata Terra alla ricerca di una apocastasi o rinascita geo-sofica e geopoetica

(non semplici nostalgie ecologiche o riproposizioni di nuove separatezze tecnologiche o doppie forme della vita da second life  o  depresse dolorose compromesse scelte esistenziali o pragmatici compromessi cinici con l’esistente dominante,   

ma radicali sensibili e responsabili 
sentire e agire  fuori e contro il dominio insostenibile,
dominio planetario interconnesso dai capitali e le sue maschere multinazionali, 
di mercificazione e alienazione della terra, degli esseri umani  e di tutti gli  altri esseri viventi

e per la costruzione di situazioni attive aperte esistenziali  poetiche  di cooperazione e di relazione con la Terra, tra  gli Umani e con tutti gli Altri Esseri Viventi)

Separati ormai dalla Terra, da noi stessi, dagli altri esseri umani e viventi 

La tecnologia media ogni ogni nostro quotidiano contatto con la natura, estraniandoci da una relazione diretta con gli elementi vivi del mondo e ponendoci nella dipendenza dalle macchine, dai responsi degli esperti.
Non siamo più in grado di fare nulla con le nostre mani. sappiamo soltanto comprare, delegare, votare,
spingere il bottone.
l'economia ci ha separato dalle nostre abilità di autosufficienza, rendendoci incapaci di raggiungere da soli quanto ci occorre per vivere; parcellizzando gli interessi, ci ha poi posti sul piano di una silenziosa guerra di tutti contro tutti.   E questo processo di separazione dell'individuo dal proprio mondo sensibile si fa ogni giorno più stringente: tutto ci passa sopra e non ci dice più nulla il cielo, le stelle, la pioggia, il vento non ci dicono più nulla. Persino i nostri stati interiori ci stanno diventando incomprensibili. Persino i sentimenti contano soltanto nella misura in cui sono ufficialmente approvati; piangiamo per per una vittoria ai mondiali di calcio e l'agonia di centomila individui sopraffatti dalla guerra per il petrolio non ci scompone.
La nostra esistenza quotidiana è tutta scandita da incombenze prestabilite, organizzate. 
Alla mattina non ci alziamo più pensando a quello che vogiamo fare ma quello che dobbiamo fare.

Da Enrico Manicardi, liberi dalla civiltà, Mimesis edzioni.

Erde ist es nicht dies, was du der willst: unsichtbar
Terra non è questo che vuoi:invisibile

in uns ersthen?
Emergere in noi?
Ist es dein Traum nicht,
Non è il tuo sogno,

einmal unsichtbar zu sein?
d'essere una volta invisibile?
Erde!
Terra!

unsichtbar!
Invisibile!
Was wenn Verwandlung nicht, ist deine draenender auf trag?
Che cosa se non metamorfosi, ed il compito a cui ci solleciti?

Erde, du liebe, ich will.
Terra, tu cara, io voglio.
Oh glaub, es beduerfte
Oh credi, non sono più necessarie
nicht deiner Fruehlinge mehr, mich dir zu gewinn-, einer,

Le tue primavere per conquistrmi a te -, una sola,
ach, ein einzinger ist schon dem Blute zuviel.
ah, una sola è già troppo per il sangue.

Namenlos bin ich zu dir entschlossen, von weit her.
Di lontano viene, e non ha nome, la mia decisione per te.
Immer warst du im Recht, und dein heilige Einfall

Sempre fosti nel giusto, e la tua sacra scoperta
Ist der vertrauliche Tod. 
è la familiarità con la morte.

Vedi, io vivo. Di che?  Né infanzia né futuro
vengono meno..innumerevole esistenza
mi sprigiona nel cuore.
  Elegie duinesi a cura Franco Rella, Elegia 9, Bur Rizzoli pag. 95

" Dal momento che il poeta si consacra alla terra per trasformarla -all'infinito- nel suo cuore, esce dal proprio isolamento (chiusura, separatezza)
Prova ne è il suo essere senza nome.
Il poeta riconosce che 'sempre avevi ragione, e l'idea tua santa,  è la morte intima e familiare.
Non concependo più la propria esistenza come esclusa dall'aperto, dall'altro rapporto, come chiusa dentro i limiti della coscienza della morte,
ma decidensosi, senza nome, per la Terra, abbandona la propria singolarità, qprendosi allo spazio del mondo,
la morte cessa di essere l'estranea antagonista della vita dell'uomo,
diviene intima e familiare,
e non rappresenta più la fine assoluta.
la morte diventa l'idea santa della Terra, 'idea' della Terra,
naturalmente non solo nel senso che la Terra di sovviene della morte,
ma nel senso che la Terra diventa parte egli uomini al momento della morte,
che la morte permette all'uomo in un'unione assoluta con la Terra,
unione a cui egli tende durante la propria vita e di cui gli viene data possibilità già prima della morte,
qualora si assuma il compito assegnatogli dalla Terra.
Vedi, io vivo.
Di che? 
Né infanzia né futuro
vengono meno..
esorbitante esistenza
mi sprigiona nel cuore.

E' la trasformazione della Terra nello spazio interiore dell'uomo.
La vita dell'uomo non viene più considerata nel contesto temporale,
con la morte che ne segue la fine,
è il passaggio nell'altro rapporto,
non nella contrapposizione tra vita e morte,
bensì nella grande unità di vita e di morte,
che l'uomo realizza per sè,
quando entra in intima comunione con le esistenze che sono per l'eternità,
con il fluire delle cose,
con la Creatura (con il Vivente) e con le cose (create, amate, salvate)
Il rapporto con l'Angelo
(Angelo ora specchio di propria bellezza, compiutezza e completezza con il  mondo visibile ed invisibile, degli uomini, del vivente,
specchio che non riflette più la perfezione di Dio della tradizione cristiana,
ma specchio-pagano-Narciso che realizza l'esistenza dell'uomo con il tutto,  senza naufragare in esso, in quanto senza nome)
L'uomo deve lodare all'angelo non le proprie emozioni(personali),
ma le semplici (impersonali) cose,
che vengono formate sempre e di nuovo,
in una trasmissione incessante,
e però conformente all'immagine originaria che sono nostre,
ma perchè sono in rapporto con la mano e lo sguardo che presiede a questa creazione (come il cordaio che ho visto a  Roma, tutto preso nella sua opera).
Peter Szondi, commento alla nona elegia, Elegie Duinesi, edizione SE.

Il 24 settebre, venerdì, si terrà la prima serata della serie finale di "Oh poetico parco", la manifestazione voluta dall'associazione Nadir Pro (http://nadirpro.wordpress.com/), che si tiene all'interno degli splendidi spazi dell'ex ospedale psichiatrico di Trieste, il “Parco culturale di San Giovanni”, dove per anni ha lavorato Franco Basaglia.

In questa occasione, alle ore 19, in spazi da definire, sarà presentata la rivista "Fare Poesia", a cura dei poeti Pino De March Tito Truglia,

con la sferzante criticità mediterranea di Salvo Quinto e la performatività dell’artista bolognese Sabrina Muzi.

Seguirà, alle ore 20, la presentazione dell'antologia "Incastri metrici" a cura di Marco Borroni.

Alle ore 21, i reading di "Oh poetico parco" con Loredana Magazzeni, Carlo Bordini, Marina Giovannelli,  Reinhart Moritzen, Stella Cappellini, Serenella Gatti, Leila Falà, Edvino Ugolini
(il programma è ancora in fieri).

Chiude la prima serata,  in occasione dei 25 anni dalla morte di Italo Calvino, uno spettacolo multidisciplinare ispirato a "Le città invisibili" musicato da Trionide, e interpretato probabilmente da
Lilia De Mattia, Monica Falcomer, Ambra Cadelli e Christian Sinicco.

Sabato 25 settembre,
Ore 10 davanti al Museo Diego de Henriquez:  Reading di poesie per la pace contro le guerre interne ed esterne
 Ore 16.30, partirà sul sentiero Rilke gli atti poetici ispirati alle "Elegie".
da Sistiana mare a Duino mare (3KM)
Cooperazione poetica tra Triesteslam, Versitudine, Farepoesia, Il pane e le
rose, artisti/e contro le guerre

A questo proposito,
chi volesse partecipare, deve mandare gli elaborati a
triesteslam@gmail.com con la dicitura "Lettura sul sentiero Rilke".
per conoscenza a versitudine@gmail.com
seguirà una  pubblicazione autoprodotta dell’evento  

I componimenti possono percorrere due filoni espressivi:

1. ripensare non tanto la “finis austriae” o lo sgomento rilkiano per l'apocalisse imminente dell' impero-mondo che il poeta aspirava a trasformare in una  cosmopoli mediterranea o latina, ma piuttosto il nostro apocalittico tempo, caratterizzato dalla paura dell'altro, dentro la crisi sistemica, ecologica, economica, sociale ed esistenziale;

2.
immaginando le “ceneri” della civiltà contemporanea, generare l'immagine di un nuovo mondo(una apocastasi o rinascita), all'interno della quale sviluppare contenuti, speranze e possibilità per l’umano che deve venire, e anche nuove figure "mitiche", oltrepassando così l'immaginario dell'angelo rilkiano, incapace di "rispondere" .

Sera del 25.9
Alle ore 19 invece, all'interno del parco dell'ex ospedale psichiatrico di Trieste, probabilmente allo Spazio Villas, si terrà la presentazione della rivista di esplorazione "Argo" a cura di Valerio Cuccaroni, con la partecipazione di Wu Ming 2 e Giovanni Tuzet.

Alle ore 20.30, seguirà una selezione del Trieste International Poetry Slam (che si terrà a dicembre), in collaborazione con Trieste Poesia, Club Anthares, Gli Ammutinati e grazie al coordinamento del gruppo su face book che oltre ai vincitori delle precedenti edizioni è composto da Maria Sanchez Puyade, Giacomo Sandron, Lucia Pinat in arte e per gli amici
Lussia di Uanis e Gianfranco Caiano.
Chi desiderasse partecipare allo slam, può iscriversi (diciamo prenotarsi)

triesteslam@gmail.com inserendo in oggetto "selezione slam" oppure direttamente sulla pagina di facebook, o materializzandosi con almeno 5 testi (non è ancora chiara ancora la
formula della selezione) alle ore 20.

Il giorno successivo, domenica 26 settembre, ci ritroveremo tutti con
buona probabilità alla Trattoria Sociale di Contovello, per un pranzo
(11-14)
- incontro organizzato da Edi Kanzian e per i rituali di saluto.


 

Voglio anche ricordare, l'appuntamento di martedì 28 settembre in collaborazione con Absolute Poetry, la presentazione della rivista "in pensiero" (http://www.inpensiero.it/) a cura di Gianmaria Nerli e Luigi Nacci, con Furio Pillan, Matteo Danieli e i Baby Gelido, con buona probabilità alle ore 21 presso lo Spazio Rosa del Parco!
Un carissimo saluto,
Christian Sinicco
 Pino de March
Edvino Ugolini
Edoardo Kanzian

In sintesi: Titolo: V. edizione di “Poesia per la pace sul sentiero Rilke”.

Programma:

Venerdì 24 settembre:
Ore 19 Parco di San Giovanni:  Reading di poesie e presentazione della Rivista
“Fare Poesia” a cura di Tito Truglia.

Sabato 25 settembre:
Ore 10 davanti al Museo Diego de Henriquez:  Reading di poesie per la pace.

sabato 25 settembre:

Ore 16.30 davanti all’AIAT di Sistiana: incontro e partenza della passeggiata
poetica sul sentiero Rilke fino al Castello di Duino. A seguire nella
foresteria del castello presentazione del volume su Rilke. Sarà presente sul
sentiero con le sue mobili installazioni l’artista Claudia Buttignol

Ore 20 Parco di San Giovanni:  Presentazione della Rivista “Argo”.

Domenica 26 settembre:
Ore 11 Trattoria Sociale di Contovello:  Incontro poetico e presentazione del
libro sul sentiero di Rilke a cura di Pino de March
Pino de March converserà con Eddy Kanzian, Tito Truglia e Edvino Ugolini

Assembela di Farepoesia come rizoma poetico filosofico artistico e politico
al fine di costituire nuove comunità aperte territroiali di artisti
al fine di ripensare i linguaggi,  le socialità, le poetiche per nuove relazioni con con le esistenze umana, con il vivente e con il fluire delle cose.

Associazioni promotrici evento:

 Versitudine di Bologna, Nadir Pro di Trieste, Fare
Poesia di Pavia, “Il Pane e le Rose” di Trieste, “Rete Artisti per
la Pace” di
Trieste.
Partecipano: Pino de March, Tito Truglia, Christian Sinicco, Edy Kanzian,
Edvino Ugolini, Alessandro Paronuzzi, Claudio Sibeglia, Paolo Cicala e altri.

 

“Dentro l'apocalisse contemporanea con Rilke, l'angelo, gli angeli, gli
amanti, il pellegrino o  il flaneur
Verso un’apocastasi o rinascita   geosofica, geopoetica o eco-antropologica

Separati dalla Terra, da noi stessi e da tutti gli Altri esseri umani e viventi

Atto primo
abbiamo più dimestichezza con la tecnologia di cui le nostre case sono piene che con una stretta di mano ed una carezza.

Non ci conforta, oggi, guardarci intorno;
non ci rasserena l’anima.
Viviamo in un’ambiente snaturato completamente, inquinato oltre ogni attesa;
viviamo confinati in spazi chiusi, ci siamo diseducati ai rapporti umani, spesso
ridotti all’essenziale e insinceri; abbiamo più dimestichezza con la tecnologia
di cui le nostre case sono piene che con una stretta di mano ed una carezza.
L’oggi, dunque, frutto di secoli di progressiva civilizzazione, appare sempre più
una sconfitta, piuttosto che una vittoria.
Eppure continuiamo a restare disperatamente attaccati a tutto questo, da cui abbiamo sviluppato una
dipendenza patologica.
Vogliamo autodistruggerci così o vogliamo invece scegliere di lasciarci alle spalle tutto questo e ritrovare una nuova libertà?
A rilanciare con forza l’argomento nel nostro paese è il libro di Enrico Manicardi, utopista d’anima anarchica e avvocato di professione, dal titolo –
liberi dalla civiltà –Mimesis Edizioni, 2010. la prefazione esce dalla penna del filosofo statunitense John Zerzan, sostenitore di una critica radicale alla civiltà e di ritorno alla vita preesistente la scoperta della agricoltura.  
Da Claudia Benatti, liberi dalla civiltà di Enrico Manicardi, aam terra nuova, giugno 2010

atto secondo
Che risposte si possono mai dare ad una crisi così profonda?
 

la situazione globale sta peggiorando ad ogni livello e in ogni ambito della nostra vita spiega Zerzan. La distruzione dell’ambiente e la distruzione della nostra natura più profondamente umana paiono processi inarrestabili e si tratta due facce della stessa medaglia.
Questa realtà è ormai indiscutibile, benché amara.
Che risposte si possono mai dare ad una crisi così profonda?
La verità è che non sono ancora state poste le domande giuste.
Chi mai, infatti, si chiede quali siano le ragioni profonde dell’eco-disastro che abbiamo di fronte?
Chi mai hai il coraggio di mettere in discussione i pilastri di questa civiltà e le regole basilari che inducono questa crisi?
Socialmente parlando, chi osa fare ciò viene messo al muro e questo induce al silenzio.
Abbiamo bisogno, dunque, di un nuovo paradigma, di una nuova visione, e il primo passo è ammettere che
le regole su cui si basa questa società- specializzazione, divisione del lavoro, dominio sulla natura-sono le cause principali della condizione in cui ci troviamo.
La tecno-cultura, sterile e irragionevole, e il mondo di industrie che abbiamo attorno, deriva da queste regole.
Dobbiamo focalizzarci su un mondo libero da questi condizionamenti che ci allontano dalla Terra e dagli Altri.
La civilizzazione per sua natura controlla e divora ciò che ancora intoccato, e distrugge le capacità di comunicare.
La società di massa, con tutte le sue ben note malattie, è una componente della civilizzazione.
La guerra cronica ne è un risultato, così come l’aumento dei carichi di lavoro, la precarietà, l’oggettivazione della donna, le gerarchie, le diseguaglianze e la solitudine.
Purtroppo il passo più duro è superare il nostro stesso essere addomesticati,
eppure noi abbiamo camminato su questa terra come esseri umani –sapienti-,
benché con utensili semplici, senza che dipendessimo da tecnologie e sistemi.
Abbiamo sperimentato la comunione con il nostro Pianeta Terra e la condivisione come esseri umani.”

 “sappiamo soltanto comprare, delegare, votare, spingere il bottone.
L’economia ci ha separato dalle nostre innate abilità di auto sussistenza, rendendoci capaci di raggiungere da soli quanto ci occorre per vivere.”
Da E. Manicardi –liberi dalla civiltà-mimesis ed.

atto terzo
nel mondo del benessere regna il malessere.

"nel mondo moderno stiamo male, sempre più male" dice Manicardi.
"E non solo dove ci sono fame, carestia o guerre, ma anche qui, nella società del benessere. L'uso di psiocofarmici è in continuo aumento, aumentano alcolismo, tabagismo, le malattie nervose, la violenza.
nel mondo del benessere regna il malessere. E quel che è peggio è che ogni tentativo di comprendere le ragioni di questo nostro costante immiserimento è impedito, precluso bandito.
Siamo continuamente distratti, divertiti, svagati, distolti in ogni modo possibile dalla riflessione della sofferenza che ci divora.
Ma perchè nel mondo moderno stiamo così male?
perchè tutto ciò che è vivo, autentico, genuino viene trasformato in meccanico, manipolato, artificioso.
Tutto ciò che è sano, integro, selvatico viene addomesticato, controllato, represso.
Da Enrico Manicardi, liberi dalla civiltà, Mimesis edzioni.

atto quarto
La tecnologia media ogni ogni nostro quotidiano contatto con la natura, estraniandoci da una relazione diretta con gli elementi vivi del mondo e ponendoci nella dipendenza dalle macchine, dai responsi degli esperti.

Non siamo più in grado di fare nulla con le nostre mani. sappiamo soltanto comprare, delegare, votare,
spingere il bottone.
l'economia ci ha separato dalle nostre abilità di autosufficienza, rendendoci incapaci di raggiungere da soli quanto ci occorre per vivere; parcellizzando gli interessi, ci ha poi posti sul piano di una silenziosa guerra di tutti contro tutti.   E questo processo di separazione dell'individuo dal proprio mondo sensibile si fa ogni giorno più stringente: tutto ci passa sopra e non ci dice più nulla il cielo, le stelle, la pioggia, il vento non ci dicono più nulla. Persino i nostri stati interiori ci stanno diventando incomprensibili. Persino i sentimenti contano soltanto nella misura in cui sono ufficialmente approvati; piangiamo per per una vittoria ai mondiali di calcio e l'agonia di centomila individui sopraffatti dalla guerra per il petrolio non ci scompone.
La nostra esistenza quotidiana è tutta scandita da incombenze prestabilite, organizzate. 
Alla mattina non ci alziamo più pensando a quello che vogiamo fare ma quello che dobbiamo fare.

Da Enrico Manicardi, liberi dalla civiltà, Mimesis edzioni.

Atto quinto
Ormai siamo diventati gli anonimi ingranaggi di una megamacchina mangiattutto che si fermerà soltanto se saremo noi stessi a volerlo. …
alla logica del dovere occorre opporre la pratica del piacere, alla logica del prendere quella del
dare.

“Da quando 10.000 anni fa ci siamo separati dalla terra per cominciare a dominarla, abbiamo assistito ad una continua accelerazione di quel processo di devastazione ecologica e umana che chiamiamo –civiltà -.
Abbiamo cominciato a dominare la terra (agricoltura)e non ci siamo più fermati: ci siamo imposti sugli animali(allevamento), sulle donne(patriarcato); fino a dirigere le armi del dominio contro tutti e tutte (schiavitù, lavoro salariato, massificazione).

Ormai siamo diventati gli anonimi ingranaggi di una megamacchina mangiattutto che si fermerà soltanto se saremo noi stessi a volerlo. …
alla logica del dovere occorre opporre la pratica del piacere, alla logica del prendere quella del
dare.
E’ un meccanismo di dipendenza alla stessa stregua degli stupefacenti spiega Michele Vignodelli,
etnobotanico ed autori di saggi sull’argomento.
“Un tossicodipendente, anche se si vede ridotto all’estremo, crede di poter trovare soluzioni aumentando la dose di droga da assumere.
E’ questo che accade nella società d’oggi.” 
Da  Claudia Benati, liberi dalla civiltà di Enrico Manicardi , aam terra nuova, giugno 2010

Questa quinta camminata pacifica e poetica sul sentiero di Rilke (uno dei
sentieri di Rilke, questo  tra Sistiana mare e Duino, perché di sentieri Rilke
o sentieri percorsi da Rilke nel corso della sua vita ve ne sono stati altri;
uno di questi l’ho percorso l’estate scorso, sentiero sempre immerso nella
natura come tutti i sentieri di Rilke, sentiero questo di Arco  che costeggia un gran  parco che fungeva anche da orto botanico sopra la città di Arco di Trento;
mi sono posti in questi anni anche il ruolo avevano i sentieri o il camminare per gli intellettuali nei secoli scorsi?

Nei secoli scorsi i pensieri o i versi o le visioni non nascevano sopra sudate carte o dentro chiuse e fumate stanze come qualcuno oggi erroneamente può pensare; 
gli intellettuali o gli artisti o filosofi o  i poeti dicihi secoli fa,  a differenza della quasi totalità dell’intellettualità contemporanea,  che naviga e conversa  in spazi apparentemente più sconfinati, ma in concreto  vive il suo tempo in spazi fisici sempre  più limitati, sedentari e virtuali,
vivevano una parte  del loro tempo  in un'immersione sensoriale che attivava non solo l’intelletto ma anche altre dimensioni corporee;
qualcuno ha osato sostenere che noi siamo la generazione che pensa di camminare  ma nei fatti lo fa solo paradossalmente stando sempre fermi e facendosi trasportare da un luogo ad un altro  sopra quei tappeti rullanti,  viaggiando attraverso mondo virtuali e fittizi.
Oggi i social network assumono un po’ la funzioni dei vecchi sentieri, dove si dialogava, si discorreva, si formava, si narrava, si elaborava, si meditava camminando, prevalentemente al tramonto o al sorgere del sole camminando da soli o in compagnia di amici o conoscenti o appassionati di lettere efilosofie, di poesia e di scienza, ma senza quella apertura cosmica e
sensoriale al mondo o con la consapevolezza che era propria anche  del nostro  poeta il Rilke, consapevolezza di essere parte della natura o della terra e di non essere dissociati e separati da essa come hanno preteso molte delle metafisiche religiose o filosofiche.

Rilke nel corso della sua vita camminata, poetata e pensata coglie che l’ ascesi non è una ascesi al cielo delle astrazioni o delle religioni ma è una discesi in sé stessi e nella terra di cui sé parte. Coglie poeticamente l’ errore di Cartesio, filosofo che apre alla modernità  riproponendo antiche separazioni socratiche-platoniche  tra la  res cogitans dalla  res extensa, cioè separava le cose pensante o la mente dalla cosa estesa o dal corpo e dalla terra. 
“Terra non è questo che vuoi:invisibile
Emergere in noi? –Non è il tuo sogno,
essere una volta invisibile? –Terra! Invisibile!
Che cosa se non metamorfosi, ed il tuo urgente comando?
Terra, cara, io voglio. Oh credi, non sono più necessarie
Le tue primavere a guadagnarmi a te -, una,
ah, una sola è già troppo per il sangue.
Senza nome, da tanto, a te mi sono votato.
Sempre fosti nel giusto, e la tua sacra scoperta
è la familiarità con la morte.
Vedi, io vivo. Di che?  Né infanzia né futuro
vengono meno..innumerevole esistenza
mi sprigiona nel cuore.
  Elegie duinesi a cura Franco Rella, Elegia 9, Bur Rizzoli pag. 95

Il sentiero che invitiamo a percorrere e a  carminare con noi si trova dentro al Carso,  che per la nostra memoria poetica e storica fu uno degli scenari tragici della prima guerra mondiale, oggi diremmo della prima guerra totale, tecnologica e  globale; 

 in questa apparente breve guerra durata tra il 1915 e 1918 ci furono migliaia di morti tra i soldati, ma anche tra la popolazione civile,  a cui fece seguito un grande esodo delle popolazioni che vivevano in quella vasta area di conflitto bellico di nord-est   tra il Carso e il fiume La Piave, esodo però taciuto dai vari governi interventisti, nazionalisti ed militaristi  che si sono succeduti tra le due grandi guerre, tutti presi come erano dall’immortalità della vittoria “virile, eroica, nazionalista  e
maschilista”, immortalità  che non poteva tollerare che ci fossero stati tanti morti, feriti, generali ed ufficiali che avevano in disprezzo la vita dei molti soldati mandati concretamente al macello, soldati prevalentemente proletari, cioè contadini, pastori e operai, artigiani,   donne stuprate, soldati in fuga fucilati a centinaia per diserzione da squadre di tiratori scelti o carabinieri che stavano alle spalle dei soldati e che garantivano che essi avanzassero e non fuggissero come molti  hanno fatto o avrebbero voluto fare, dicevamo esodo di popolazioni dentro al fronte di guerra costrette ad abbandonare tutto: case, terre ed affetti ;
L’eroico maschilismo dominante nel simbolico nazionalista di quel tempo era  ben rappresentato nella presa di posizione del poeta Gabriele d’Annunzio il quale intervenne per cambiare perfino il sesso  al fiume
La Piave, che si chiamerà da questo momento per autorità del poeta-vate il Piave; conservare un nome femminile al fiume che fece da diga e fu un alleato nella resistenza  condotta da più generazioni proprio sulle sue rive, avrebbe tolto tutto quell’ aura di eroismo e sacralità che il fiume rappresentava;
 se vi capita oggi di passare sul quel fiume sottoposto a operazione  sessuata chirurgica-linguistica troverete un cartello sbiadito che recita: “il Piave, fiume sacro alla patria”.    
A  ricordare le battaglie carsiche dei soldati italiani e l’inutile massacro ad ormai quasi un secolo di distanza c’è un  grande blocco di cemento-monumento nei pressi delle verdi risorgive del fiume Timavo, sopra il quale  a caratteri cubitali sta  inciso in forma cinico retorica:
rispettate il campo della morte , ed io, la prima volta a leggere erroneamente:
rispettate il  campo di Marte.
E in queste nostre camminate nel corso di questi autunni nel sentiero Rilke, stagioni di riflessione poetica per noi, con il poeta Rilke sul suo senso del vivere e del  morire, abbiamo cercato di comprendere anche quale era stato l’atteggiamento del poeta  Rilke,  costretto anche lui a sospendere le sue elegie e le sue riflessioni esistenziali e le sue meditazioni filosofiche e poetiche su quel sentiero per essere stato richiamato alle armi, come altri poeti ed intellettuali europei,  che si dovettero scontrare nella totale inimicizia con altri armi  sui diversi fronti militari europei.
Abbiamo cercato di comprendere anche i lunghi silenzi dei poeti, degli artisti  e degli intellettuali di fronte alle ultime guerre esterne nel vari fronti di guerra nel mondo (Medio-Oriente, Afganistan, Kossovo, ex-jugoslavia)
e alle sotterranee guerre interne localiste, xenofobe contro gli stranieri (accomunati tutti sotto lo stereotipo del clandestino e del rom) e omofobe contro le nuove e variegate forme della sessualità contemporanea(Glbte, Gay-lesbica-trans-etero) 
Di comprendere anche quella guerra moderna e permanente che si combatte da ormai trecento anni contro
la Terra e i tutti gli altri suoi esseri viventi  non umani (guerre chimiche,estrattive, industriali) e da diecimila anni contro la terra e i suoi esseri viventi (guerra antropocentrica)  
Di fronte alle ricorrenti catastrofi, che naturali non sono,  e alla dissoluzione di ogni legame di solidarietà sociale ed umana  determinato da un certo modo di produzione tardo-capitalista o da una filosofia competitiva cinica liberista dominate abbiamo pensato quest’anno di evocare, pronunciare un parola  che nell’occidente significa qualcosa di allarmante, qualcosa che ha
che fare con la fine dei vari mondi possibili: Apocalisse.

 Dentro l'apocalisse contemporanea con l'angelo, gli angeli, gli amanti di
Rilke,
apocalisse dai tratti complessi ecologica, linguistica, antropologica, sociale ma anche una desiderata  apocastasi o rinascita  geosofica e geopoetica (o eco- antropologiche)  di nuove  relazioni con la terra, con tutti i suoi esseri viventi, con tutti gli umani e tutti gli universi sessuali.
 Ulf Peter Hallberg in suo testo – lo sguardo del flaneur –  ci parla attraverso una foto ed una citazione dell’autore in fondo ad essa,  di questo nostro apocalittico tempo paradossale glaciale e torrido e dell’impotenza  degli angeli,  della storia e degli umani, umani che hanno perso  quel legame profetico o visionario che sa mettere in relazione storiche macerie desideri
presenti bufere rivolte  contestazioni e futuri di realizzazione.
Nella foto in bianco e nero,  due angeli collocati sopra pietre marmoree uno di fronte all’altro, in un parco o in un cimitero forse abbandonato invaso da erbe e tralci selvatici.  E sotto di essi questa citazione-commento:  “l’angelo della storia ha – come ho sempre detto – la schiena rivolta al futuro, disse il dottor Benjamin.

Già com’era la cosa?  disse Anna Blume, ne ha avuto abbastanza di tutte le precedenti catastrofi.

Dal futuro tira un’aria così fredda che deve scuotere le ali per mantenersi caldo.” 
Ulf Peter Hallberg, lo sguardo del flaneur,  1996 ed. iperborea pag. 211


il flaneur nelle strade metropolitane europee
Poche pagine prima il flaneur fa un incontro sorprendente in Rue Daguerre  con un vecchio in vestito liso e sporco ma di ottimo taglio, declama ai passanti frammenti-macerie della letteratura planetaria e tra queste, versi delle Elegie Duinesi di Rilke.
“Il flaneur inspira l’aria del cortile guardandosi intorno un’ultima volta, la tenda lassù svolazza, sente il proprio corpo in ogni passo, l’occhio in ogni tonalità di grigio. Dal tetto del Samaritaine contempla il Pathéon  che spunta dalla foschia grigia della riva sinistra. … la città laggiù si dissolve in polvere e destini umani, a prescindere dalle inquietanti cartelle della morte.
E cammina per le strade pieno di un’inesauribile nostalgia di vita. In volti e risa coglie le opportunità degli altri come fossero le proprie. Il flaneur li segue a distanza; i loro lineamenti  e i loro gesti formano l’elusivo velo che cela il limite di ogni singola vita. In rue Daguerre un pedone lo costringe a scendere dal marciapiede. Dall’altro lato della strada un vecchio, in un
vestito liso e sporco ma di ottimo taglio, declama ai passanti.

OPERE DELLA LETTERATURA MONDIALE, CITAZIONI A MEMORIA , OFFERTA CONSIGLIATA: 5FRANCHI, c’è scritto su un cartello.

Nonostante il cane da pastore appostato all’uscita di un caffè, il flaneuer attraversa la strada.
Nessuno fa caso al borbottio dell’uomo, ogni tanto però qualcuno fa cadere una moneta.
Rilke, Elegie duinesi, chiede il flaneur. 
L’uomo resta in silenzio e sovrapensiero, accarezzandosi con la mano i folti baffi.
Si ricorda qualche verso? Domanda il flaneur.
Il vecchio lo squadra con diffidenza.

Il flaneur posa una moneta da cinque franchi sul cappello.
Chi ci ha rivolti così, che noi, /

 comunque facciamo, siamo nell’atteggiamento/

 di uno che parte ?
Come chi?, /

sull’ultimo colle, che ancora una volta la valle/

tutta gli mostra, si volge, si ferma, indugia -/

così noi viviamo, e sempre prendiamo congedo/.
Ulf Peter Hallberg, lo sguardo del flaneur,  1996 ed. iperborea pagg. 79-80

dentro l’apocalisse sul sentiero con Rilke

In questo nostro viaggio attraverso il tempo e lo spazio e per cercare di rispondere alle interrogazioni esistenziali e storiche dentro  a questa strana strisciante apocalisse di mondi di vita, ci affideremo alla memoria del vecchio poeta di strada e all’esperienza e all’immaginazione storica e poetica del flaneur di Hallberg,  che sa ispirare, scuotere  e  cogliere e ridare vita e relazione 
potenza immanente  e senso di durata un  tempo attribuito dalle tradizioni teologiche mistiche e metafisiche agli angeli e ai demoni.
il nostro flaneur sa ricomporre con gioia l’infranto e da dare ai naufraghi della tragica liquidità generata da una diffusa precarietà  materiale e da una diffusa mercificazione bottegaia e da una noia o spleen  intollerabile  direbbe Baudelaire.

Insegnare agli uomini di nuovo a volare, sognare, progettare  e a scongelare le ali dei vecchi angeli della storia e dell’esistenza.
E nel nostro andare e camminare  leggeremo i frammenti che il flaneur  ci proporrà o ispirerà  ricordandosi con grande lucidità non solo i nomi, i testi, le pagine anche il numero che alcuni autori danno ai loro versi.  

 

Il pellegrino di Rilke
“ma il pellegrino dal pendio sulla cresta del monte non porta a valle una mano piena di terra, indicibile a tutti, ma una parola conquistata, pura, la gialla e celeste genziana.

Noi siamo qui forse per dire:casa, fontana, porta, brocca, albero da frutto, finestra, – al più colonne, torre…ma per dire capisci, per dire così, come mai le cose stesse intimamente sapevano di essere.

Non è forse l’astuzia segreta di questa terra ammutolita, quando essa preme gli amanti, che nel loro sentire ogni cosa incanti?
Soglia: cos’è per due
amanti la propria antica soglia di casa logorare un poco, anch’essi, dopo i molti in passate prima di quelli verranno…leggermente.
Qui è il tempo del dicibile, qui è la sua patria”.
  Elegie Duinesi a cura Franco Rella, Elegia 9, Bur Rizzoli pag. 93
E questo pellegrino di Rilke  potrebbe incontrarsi nel nostro percorso di vita e di ricerca cosmica e cosmopolita con il poetico flaneur di Baudelaire, con il filosofico Angelus Novus di Benjamin  nell’immensa pitto-angelologia di Paul Klee anche con  “l’angelo che cerca ancora, Engel,noch tasted.

Il flaneur di Baudelaire
"la folla è il suo regno, come l'aria è il regno dell'uccello, e l'acqua l'elemento del pesce. Sposarsi alla folla è la sua passione e la sua professione. Per il perfetto perdigiorno, per l'osservatore appassionato è una gioia senza limiti prendere dimora nel numero, nell'ondeggiante, nel movimento, nel fuggitivo o nell'infinito. Essere fuori casa e ciò nondimeno sentirsi ovunque nel proprio domicilio; vedere il mondo, essere al centro e restargli nascosto, sono questi alcuni dei piaceri più comuni di tali spiriti indipendenti, appassionati ed imparziali, per i quali la lingua ha solo formule impacciate. l'osservatore è un principe che gode ovunque dell'incognito. L'amante della vita fa del mondo la propria famiglia, come l'amante del bel sesso compone la propria di tutte le bellezze che ha incontrate, che potrà incontrare e che non incontrerà mai; come l'amatore di quadri vive in una società incantata di sogni dipinti su tela. così l'innamorato della vita universale entra nella folla come in un'immensa centrale di elettricità. Lo si può paragonare ad uno specchio immenso quanto la folla; ad un calendoscopio provvisto di coscienza, che ad ogni suo movimento, raffigura la vita molteplice e la grazia mutevole di tutti gli elementi della vita. E' un io insaziabile del non io, il quale ad ogni istante, lo rende e lo esprime in immagini più viver della vita stessa, sempre instabile e fuggitiva [....].
Egli cerca quell'indefinito che ci deve ssere permesso di chiamare la modernità (non modernismo o ricerca consumistica d'effimero e ricerca disperata d'apparire), giacché manca una parola  più conveniente per esprimere l'idea cui rimanda. il segreto è, per lui di distillare dalla moda ciò che essa può contenere di poetico nella trama del quotidiano, di estrarre l'eterno dall'effimero.
Baudelaire, Scritti sull'arte, Einaudi, Torino 1992, pgg.286-88

Il flaneur di Benjamin
"Benjamin scrive nei Passages che "i  parigini – non si trovano più a loro agio, e cominciano a prendere coscienza dell'inumanità della metropoli"
Benjamin, Paris, Capitale du XIX siecle, in passages,cit, pag.16
Il flaneur diventerebbe quindi nella seconda metà dell'Ottocento il testimone e l'interprete di questo mutamento:
è ancora sulla soglia, sia della grande città che della classe borghese. nè l'una nè l'altra l'hanno ancora travolto.
Egli non si sente a suo agio in nessuna delle due;  e cerca asilo nella folla,[...]. La folla è il velo attraverso il quale la città familiare appare al flaneur come fantasmagorica. 

Benjamin, Paris, Capitale du XIX siecle, in passages,cit, pag.13

"Quindi: la città con le sue profonde trasformazioni, il parigino che cerca di convivere e di adattarsi, più o meno consapevolmente, ai cambiamenti urbani, che hanno precise motivazioni politiche e sociali, il flaneur con il suo sguardo distaccato, e la folla. Possiamo chiederci allora quanto 'la pittura della vita moderna', per usare la definizione baudelairiana, rifletta questa problematiche, quanto sia capace di leggere e con che modalità questo scenario e questi diversi interpreti del processo di cambiamento 
In questo contesto il tema del camminare (e del flaneur) si pone in tutta la sua complessità. Non si tratta tuttavia di segnalare quanto ad esempio la promenade come rituale borghese avvenga all'interno della città o in campagna, nella strada, sui boulevard, nello spazio del parco e del giardino  -, non si tratta nemmeno di mettere in luce come questa rappresentazione si ponga con le sue profonde innovazioni nei confronti delle tradizioni iconografiche della pittura di veduta e di paesaggio, ma di riflettere  su come l'elemento dinamico del camminare nello spazio metropolitano entri in gioco nella stessa costruzione dello spazio del quadro.
Promenade tra artificio e natura de Vanja Strukelj

Engel noch tasted o angelo che cerca ancora
In questo tempo così oscuro, caotico, liquido, precario e  apocalittico questo angelo-flaneur-pellegrino  si dibatte smarrito dentro una caotica massa liquida oscura  come dentro infante dentro pancia di madre terra avanza  lentamente  con gli occhi ben aperti e le mani che tastano con sorpresa e un certo godimento ogni elemento toccato;
l’aspetto dell’angelo-flaneur-pellegrino  non  presenta caratteri sessuali specifici di genere ma nel suo volto-volti si sovrappongono volti variegati universi sessuali perdendosi in una forma complessa erotica indistinta neonatale.
Un corporeità indistinta dalla terra nera che l’avvolge.
Una forma di neocosmicità indistinta nascente che piacerebbe di più dell’ angeli di Paul Klee  a Rilke.
Engel, noch tasted, Angelo, che cerca ancora, 1939, 1193 (MN 13)
Colori a colla e acquarello su carta da lettere montata su catone; 29, 4 x 20,8 cm;
firma in alto a sinistra: klee; segnato sul cartone con linea di margine inbasso al centro: 1939 MN 13 Engel, noch tastend.
Zentrum Paul Klee, Berna, prestito privato

L’angelo di Rilke incontra gli angeli di Klee

“la tradizione storico-critica ha accomunato spesso e inevitabilmente data la contiguità storica e tematica gli angeli duinesi agli angeli di Klee. Nel 1915 Rilke visita Klee, che commenta: ‘dopo di ciò ho sfogliato il – Libro delle immagini e I quaderni di L. Brigge’ e, circa l’atteggiamento di Rilke stesso ‘quello che non riesco a capire è perché tenga tanto all’eleganza esteriore’.
Questa sola osservazione basterebbe a separare gli angeli di Rilke dagli angeli di Klee di una distanza difficile quanto la contiguità tra poesia grafica e grafica poetica, più che poesia visuale. Infatti Rilke, come nota Klee, non riconosce alcun valore particolare alla sua grafica.

Occasione per la visita è la restituzione di quaranta fogli a colori che Klee gli aveva inviato e che Rilke trattenne a lungo.

Da notare che la prima edizione bibliofila delle Duinesi è del giugno del ’23, la Quarta Elegia, forse la più ‘kleeiana ‘ per via della relazione angelo-marionetta che esprime il ‘vedersi vivere’ proprio di Klee, è composta tra fra il 22 e il 23 novembre del 1915 e la visita di Klee
è anteriore.

Ma la linea verticale che separa unendo le due metà del disegno del primo Angelo  probabilmente è il grafico del ‘cortocircuito alle spalle della natura’ che inquietava Rilke.
Nella nota precedente a quella data ‘Dicembre
1913’ (il viaggio in Tunisia è deciso, come detto durante le vacanze di Natale del 1913) Klee scrive: Una vera e propria dichiarazione d’amore all’arte è il 1913,162.

Astrazione da questo mondo, qualcosa di più che un gioco, meno di un fallimento nell’al di qua.
Qualcosa di intermedio. L’innamorato non mangia e non beve più.
A. Fonti, Paul klee – gli angeli 1913-1940, ed. F.Angeli pgg.50-51
Nota 23 pgg .51 dello  stesso testo di A. Fonti

 

L’angelo inquietante di Klee che dona un asterisco o una scintilla infinita

Ciò che potrebbe consentire di identificare il simbolo stellare offerto dall’ angelo come ‘la scintilla infinita (der unendliche Funken della natura artistica dell’individuo, il talento), il dono del cielo, per che Klee consente il superamento della riproduzione delle leggi della natura ‘secondo natura’
nella creazione artistica
La nota sull’astrazione del 1915 corredata dal simbolo dell’asterisco trattava esattamente della diversità dell’atteggiamento di Kee e Marc nei confronti della guerra.

Forse l’amico del mattino – è Marc che offre la luce di un’ amicizia stellare, luce angelica negata dalla frattura fra il mondo divino e il mondo umano, sostituiva di tutto ciò che è desiderato ‘ perché in fin dei conti quaggiù si è sempre soli, perfino nell’amore’ (diari di Klee,nr. 635).

 Qui tra Marc, Morgenstern(la stella o asterisco donata dall’angelo a Klee è l’amico Marc) e Klee – si compie ‘ il cortocircuito alle spalle della natura ‘ che, in Klee, inquietava Rilke: ‘ non potrò mai giudicare  questa comunione delle arti alle spalle della natura senza una specie di brivido: come se un giorno da questo versante dovessimo essere attaccati e trovati terribilmente inermi.
A. Fonti, Paul klee – gli angeli 1913-1940, ed. F.Angeli pgg.50-51

 il materialista e l'angelo della storia di Benjamin 

"in quest'ottica dialetticamente dilacerata diventa determinate tentare di chiarire il rapporto intercorrente tra il materialista storico e l'angelo che ne ha custodito 'il nome' segreto e che incarna il diverso, il principio dell'indistruttibilità.

Esposti entrambi alla storia nella sua inautenticità, essi si direbbero accomunati dal compito di strappare all'alienazione e rendere 'trasparente' tutta la sfera della 'visibilità' compromessa.

Anche il materialista deve sollevarsi in volo, staccarsi dalle 'macerie' della borghesia, che sta mostrando ancora una volta 'che lo Stato d'emergenza' in cui viviamo è la sua regola (tesi VIII dell'Angelus Novus).

Benjamin avrebbe potuto condividere pienamente le parole di Paul Klee: 'per sottrarmi alle mie rovine dovetti volare, e volai. in quel mondo distrutto mi attardo soltanto nel ricordo di come talvolta ci si volge ai ricordi passati."
Attualizzando l'immagine di F. Schlegel dello storico come 'profeta' che si volge all'indietro, ad un passato in cui egli ricerca i segni del ricatto ma al tempo stesso -resta anche impigliato- Benjamin esprimeva ancora una volta le ambivalenti speranze dell'intellettuale nei confronti della storia: l'essere coinvolto da un potenziale di 'distruzione' e di 'alterità' rispetto al decorso lineare, ma anche contemporaneamente -il sapere effimera la sua protesta. 

 E' il destino stesso dell'angelo nuovo che -contro la propria volontà- viene innalzato come 'un aquilone' esposto 'al vento della tempesta', alla distruzione senza tuttavia venir distrutto. l'angelo non usciva sconfitto dal confronto con la storia.

Creatura di un altro ordine totalmente inconciliabile col le legge del possesso e dell'afferrare, egli torna a casa sotto una catastrofe che imperversa;  nell'aquarello di Klee che ha occasionato la riflessione benjaminiana l'angelo reca -al posto delle chiome – rotoli di pergamena che coronano il suo capo. Egli sembra evocare a sè (al suo ordine) il destino della parola scritta, e quasi strappare al suo protetto tutta la sfera della parola compromessa, onde metterla in salvo, onde restituirla all'oscuro dove aveva tutta la sua origine." G. Schiavoni, W. Benjamin, sellerio editore, pagg.312-315.

L’Angelus Novus  di Benjamin

L'angelo della storia di Benjamin ha le spalle rivolte al futuro da cui proviene e ritorna,  ha le spalle rivolte al futuro perchè conosce bene la strada su cui viene inesorabilmente spinto contro la sua volontà;   per questo non ha bisogno di guardare dove andare;
il suo andare è sospinto  da una tempesta caotica che gli eventi storici producono; con Il suo sguardo profetico salva e ricompone le macerie che la storia produce e  lascia dietro di sè; 
e  in quell'andare consapevole ricompone l'infranto di un futuro possibile  secondo i desideri e le aspettative delle generazioni che seguono. Il passato ed il futuro si combinano prodigiosamente in un atteso profetico futuro anteriore.(pino de march)

L’angelo di Klee incontra Benjamin nelle note dell’amico filosofo Scholem  
 Noi sappiamo che l’Angelus Novus che ha accompagnato Benjamin in tutti i suoi nomadismi ed  esodi era stato disegnato da Paul Klee nel 1920. Il filosofo Gershom Scholem amico di Walter Benjamin in un suo noto testo Benjamin e il suo angelo scriverà: ‘prima di accingermi a chiarire questo testo assolutamente ermetico (si riferisce alle due differenti versioni allegoriche che Benjamin darà del suo angelo o dell’Angelus Novus), occorre qui dire qualcosa circa il
quadro Angelus Novus di Paul Klee, che sta al centro del discorso. Questo quadro fu dipinto da Klee nel
1920 a Monaco e reca la sigla “1920/32” (oelpause o acquarello su carta italiana “ingres” giallo-verde montata su cartone 31,9 x
24,2 cm,  in basso a sinistra Angelus novus).
 A partire dal 1919 fino alla fine della sua vita, l’opera di Klee è percorsa da immagini e disegni di angeli, su circa 50 fogli, risalenti in gran parte ai suoi ultimi anni.

Come ha scritto suo figlio Felix Klee  in una lettera del marzo 1972, “Paul Klee era attratto dalla riproduzione del messaggio divino – spesso anche in senso umanamente tragico-comico”. 

 Infatti esiste un quadro intitolato – Angelo che reca l’oggetto desiderato con la sigla 1920-.91, dove l’angelo in atteggiamento piuttosto da cameriere o cameriera, sembra apporti l’ oggetto desiderato a Klee-.

 Nelle opere e negli album dedicati a Klee si può rinvenire tutta una serie di questi angeli, anzitutto degli anni più tardi, come ad esempio nei due libri di Will Grohmann, Paul Klee (1954) e Paul Klee.
Handzeichnungen [Paul Klee. Disegni] (1959). Poiché, per quanto ne sappiamo, sembrano non esistano commenti dello stesso Klee circa questi angeli, nel caso in questione non vi è ragione di soffermarsi a lungo su ciò che Grohmann ha scritto nel 1954 (pp. 348-350) riguardo a tale motivo nella pittura di Klee.
Egli qui tenta di accostare questi angeli a quelle delle Elegie duinesi di Rilke, che secondo lui “come l’angelo di Klee vivono nella grande unità che abbraccia vita e morte, e scorgono nell’invisibile un superiore livello della realtà” (p.348).  Per un’analisi del significato e del valore orientativo che il quadro di Klee Angelus Novus ebbe nella vita e nel pensiero di Benjamin,
tali affermazioni non sono rilevanti, dato che la visione benjaminiana del quadro era nutrita, come si dimostrerà, di motivi del tutto diversi’. (G. Scholem, Walter Benjamin e il suo angelo, Adelphi 1996)        

 
Peter Szondi : Rilke gli amanti, l’amore, l’eternità

   
 hanno la capacità per Rilke di ritrovare quell’immortalità
propria degli angeli non tanto della vita quanto della capacità di non temere
la morte, che hanno la capacità di ricomporre la vita e la morte, di ricomporre
presente e futuro, il visibile e l’invisibile.

In quel loro abbraccio di non sentire la caducità della vita e del mondo, anzi di prendersi cura delle cose amate per salvarle dalla distruzione del tempo.   
“Egli sa che si abbracciano per fugare la coscienza del loro svanire. La mano che accarezza ‘trattiene’ quella parte del corpo amato che copre, impedisce che svanisca, che scompaia. Gli amanti possono così sperimentare, in virtù della mano protettrice dell’altro ‘la pura durata’, la continuità che immune dallo svanire, quella stessa che conoscono le cose del mondo umano, ‘l’essere’ nella sua accezione più pregnante.

Per questo –dice l’elegia- gli amanti attendono ‘eternità quasi dall’abbraccio’. La parola ‘eternità ‘ non deve essere assolutamente intesa in senso religioso, come riferita all’aldilà.

Essa definisce una particolare dimensione temporale o, più precisamente, l’assenza di tempo nella grande unione di vita e di morte, il luogo  ove dimorano gli angeli, attraverso il quale, come viene detto nella prima elegia –trascorre l’ eterna corrente – e trascina con sé tutte le età- . gli amanti sperano di poter varcare, nell’abbraccio quest’unità che congiunge vita e morte, sottraendosi
all’esistenza che si esaurisce e che procede ineluttabile verso la sua fine, verso la morte.

Nell’ottava elegia il poeta leverà da questo punto di vista un lamento sull’esistenza dell’uomo, così diversa da quella dell’animale che, come egli dice, ‘va/ nell’eterno, come le fonti  vanno’.

Il poeta sa che gli amanti superano la sensazione della dissoluzione e s’illudono di conoscere la pura
durata.

Ma ora erompe la sua personale esperienza, che egli dapprima in forma di domanda retorica poi in forma assertoria, attribuisce anche agli amanti
‘eppure, superato dei primi/ sguardi il terrore e la nostalgia alla finestra/ 
i primi passi insieme, una volta attraverso il giardino:/

amanti ancora lo siete?

Quando alle labbra voi/vi levate l’un l’altro e v’accostate: bevanda a bevanda/

o come poi a quel fare stranamente sfugge chi beve ‘.

Concentrandosi poeticamente in tre diversi momenti, Rilke evoca il tempo, alla cu potenza
trasformatrice neppure gli amanti sono in grado di sottrarsi.

Quando si sono trovati per la prima volta l’uno di fronte all’altro, occhi negli occhi, quando da lontano si sono reciprocamente desiderati e quando, anche per una sola volta la loro stanza nascosta e sicura: lo sono forse ancora?

Chiede il poeta.
….
La disperata domanda della prima elegia “ah , di chi sappiamo giovarci?
Continua a vibrare in questi versi.

Ma ora il poeta ha il presentimento che l’ uomo non solo debba ‘giovarsi’ di qualcosa, che qualcosa ‘abbia bisogno ’ di lui,  ossia che gli spetti un compito, e che solo consacrandosi a questo compito, realizzandolo, il desideri potrà trovare appagamento. Il poeta aspira ad un tipo d’esistenza in cui l’individuo possa essere ‘fertile’, una fertilità espressa non concettualmente ma nell’immediata evidenza dell’immagine: ‘

Un puro, discreto, sottile/, lembo umano, una nostra fertile riva/, tra pietra e
corrente.

Ma l’uomo di oggi vive in un mondo senza dei, e anche senza immagini –se la prima immagine viene intesa come il farsi visibile dell’essenza. Su questi tratti distintivi (qui appena accennati) della nostra situazione storica ritornerà la settima elegia, e soprattutto la nona, in cui erompe, splendida, la convinzione di Rilke che anche all’uomo contemporaneo, privo di dei e di
immagini, sia stato concesso un ‘discreto, sottile, lembo umano ’ sul quale, nella consapevolezza dell’assenza di immagini che caratterizza il suo tempo, potrà scoprire una forma d’esistenza fertile ed appagante.”

Peter Szondi, le elegie duinesi di Rilke. Ed .SE.

 Amore che apre spazi finiti di vita vissuta compiuta alla morte
di una cosa felice cadendo

In tempi  “di eroismo, militarismo , nazionalismo” come pulsione di morte e senso di dissoluzione che era riemersa nella storia del suo tempo,  nella guerra che stava preparando a
combattere in modo fratricidio il poeta riscopre la pulsione di vita in abbracci erotico  degli amanti e l’impegno nel compiere la realizzazione di sé e la cura delle cose amate.

Ed è per questo che quel Carso spazio di eroismo, morte e guerra fratricida
lo sempre invece sognato  immaginato come spazio di erotismo, vita, fratellanza, sorellanza fra umane genti.

Come spazio di Venere
Rispettate il campo della vita ……sarà il nuovo verso che indicheremo  ai camminatori futuri ….ed altri versi di Rilke andiamo scoprendo di anno in anno su quel sentiero come questo:
“sono ai piedi del monte.
E lì lei lo abbraccia piangendo.
Solo si inoltra lui, sui monti dell’originario dolore.
E mai il suo passo risuona  del muto destino.
Ma se quelli che sono infinitamente morti una figura a noi
Risvegliare potessero,
vedi, indicherebbero forse gli ameni degli spogli noccioli, che pendono, oppure
significherebbero la pioggia che cade a primavera sulla terra scura.-
E noi che pensiamo alla felicità
come ascesi, avremmo emozione,
che quasi sgomenta,
di una cosa felice cadendo.
  Elegie Duinesi a cura Franco Rella, Elegia 10, Bur Rizzoli pag. 103

Verso l’apocastasi geosofica ed eco-antropologica

Ricordando il pensiero dell’ antropologo Lanternari da poco scomparso scriveva: è proprio sull’ecologia si è impegnato il contributo più recente di Lanternari ed proprio quello che per
ovvie ragioni più s’affaccia sull’attualità.

 Alice Rinaldi nel Manifesto del 8/8/2010

 

Con L’ecoantropologia in Lanternari vi è una svolta etico-culturale rispetto alla sua precedente ingerenza  ecologica, ove affronta appunto, il terreno complesso delle relazioni tra antropologia ed ecologia.
“in periodo di gravi tragedie ecologiche (ma tutte umane) avvicinarsi al suo pensiero a sua volta così vicino alla natura può essere il modo migliore per ricordarlo.

Lanternari sosteneva, in una prospettiva ormai di incontro tra più discipline(quelle che si occupano dei problemi del mondo) dalla geologia alla climatologia che l’ecoantropologia ha il compito di portare gli uomini verso una autocritica sui i danni quotidiani e verso un cambiamento di costume(stili di vita). 

In primo luogo quello dell’iperproduttivismo (e dell’ iperconsumismo)  che ha ormai assunto (letteralmente) il regime dell’A TUTTI  I COSTI, quasi un dovere totale ritenuto necessario per vivere (sempre) meglio.
In un momento in cui siamo risucchiati da stili di vita tutti rivolti al presente e alla ricerca del benessere immediato, senza più mete prefissate, l’abbandono del pensiero rivolto al futuro sembra talvolta tradursi in un abbandono egoistico (abbandono senza preoccuparsi dell’altro, come uomini e natura), il che è paradossale, perlomeno da un punto di vista maternale, poiché nel futuro ci sono i propri figli. Questo filo di accuratezza è vivere proprio il modo che lega l’umanità alla natura e la responsabilità all’ecologia e l’ ecologia alla (e della) mente, come diceva G. Bateson.
L’eco-antropologia di Lanternari risulta estremamente attuale …
Evidentemente è vero che per Lanternari il problema più urgente è umano (operativo e pratico) più che tecnico o tecnologico).
Diceva che bisognava essere responsabili di quello che facciamo nei confronti della natura, sia nello spazio che nel tempo. Questo perché siamo tutti nei guai, presenti e possibili, sempre più crescenti.

Diabolici ed angelici o ricomposti nel Daimon  

Si sa errare è umano, ma ultimamente siamo particolarmente diabolici, e sempre meno responsabili.
Diabolico (dia-ballein), due dimensioni che non si riconoscono e si contrappongono, cioè due dimensioni separate, di cui questa si contrappone a quella nostalgia angelica di pace e fraternità
E qui entrano in gioco gli angeli che sono stati per le metafisiche religiose e filosofiche occidentali l’altra faccia separata e positiva del diabolico odel negativo,
calchi positivi  prima della metafisica separazione tra corpo, mente e natura, 

della separazione tra il mondo del dionisiaco e dell’apollineo che il filosofo Nietzsche per primo destruttura  questa separazione filosofica socratica-platonica prima e cartesiana poi, ma gli angeli anche figure allegoriche di ricomposizione per il Poeta Rilke che cercano di superare la
separazione immaginaria cartesiana tra terra, uomo, cosmo, tra il visibile e l’ invisibile,  tra la vita e la morte, angeli che salvano non tanto la vita del poeta ma le cose importanti amata dal poeta, angeli restituiscono senso e durata alle cose significative dentro  a una condizione umana di dolore e
precarietà e della caducità delle cose.
Angeli questi di Rilke che rivivono inconsapevolmente questa ricomposizione, figure allegoriche che sono tremende e per la loro estranietà ai contemporanei capaci di uccidere di paura da un lato e dall’altro figure che salvano.
Altri angeli laici nel secolo scorso assumono caratteristiche ricompositive ed ambivalenti (che ricompongono l’infranto direbbe W. Benjamin)   nell’arte come nella filosofia, dalle figure-maschere di P Klee, alle figure allegoriche di Benjamin che ricordano il vecchio daimon o demone dell’Antica Grecia, che porta con sè l’ambivalenza propria della condizione umana e naturale (la morte e la vita, il dolore e la gioia, il cielo e la terra, il razionale e l’
irrazionale, il visibile e l’invisibile.


Con i furori e  la visione cosmica di Giordano Bruno

 

 
La terra è un animale

La terra e qualsiasi altro astro composto da parti eterogenee è un animale;

lo mostrano lo stesso moto ,la vita ed ogni suo atto, come deduciamo dallo spirito, dalla vita e dal moto dell’animale.

Lo mostrano parimenti le parti composte del suo medesimo corpo, dal momento che distinguiamo nel corpo di qualsiasi animale le vene, le arterie, i nervi, le fibre, le ossa:

è stolto ritenere esseri animali solo quelli dotati di una specie corporea come la nostra e di sangue;

nelle piante il sangue è la stessa linfa;

le ossa, la stessa sostanza più resistente;

i nervi, i loro filamenti che vengono tesi;

le vene quelli occulti passaggi attraverso cui l’umore, che puoi paragonare al sangue, s’espande per tutto il composto.

Una specie diversa è nelle mosche, nei ragni, nei vermi;

tuttavia in tutti costoro si ritrovano le parti del nostro corpo che armonizzano secondo una proporzionalità di condizione.

Non è necessario che nella terra il sangue sia dello stesso colore del nostro o più tenue, che le ossa siano della medesima specie o una inferiore, le vene della stessa qualità o di una migliore.

In questo modo dobbiamo aver chiarito l’ordine di tutti questi animali, come quello degli animali più piccoli.

Tanto grande divinità si manifesta solo agli occhi acuti e nobili.

Tanta divinità si muove di per sé, di gran lunga meglio e più liberamente di come noi ci muoviamo, come precedentemente abbiamo dimostrato.

Non un dio o un’intelligenza esterna(trascendente) fanno muovere intorno e guidano: più adeguato appare infatti un principio interno di moto(immanente), che coincide con la propria natura, con la propria specie, con l’anima propria che hanno tutti gli esseri che vivono nel grembo della natura e sono vivificati dal suo spirito universale, corpo, anima e natura; [mi riferisco a tutti] gli esseri animati, alle piante, alle pietre, ad ogni essere, insomma, composte dalle medesima simmetria di complessione, secondo il genere, sebbene ciascuno sia distinto secondo i numeri della specie


Chi non direbbe le pietre parti della terra?

I sassi frammenti della terra?

In essi ritroviamo la vita, la sensibilità e i primordi della ragione.

Una pietra (nel proprio genere non è (credi) senza anima e senza sensibilità;

se più o meno felice di noi non può essere stabilito da chi non ha esperienza di entrambi i generi di vita o da coloro che non lo tengono a mente(giacché spesso non ricordano neppure il corso della vita che viviamo noi).

Crediamo che la felicità, la perfezione, il bene siano riposti in ciò che noi in cui noi sperimentiamo di essere felici, di esseri più completi, di trovarci meglio e meglio conservarci:
l’uomo sapiente sa che si tratta di una felicità relativa alla specie e non estesa a tutto il genere;

perciò fu cosa comune presso i popoli che dio fosse rappresentato e onorato nella forma e nella figura umana.

Tuttavia i sapienti sanno che egli non ha bisogno di mani, di piedi, di occhi, di moto, di estensione corporea e di tutte quelle membra di cui siamo dotati e che abbiamo felicemente.

Il volgo non può concepire come la terra, madre e progenitrice, conservatrice e plasmatrice degli umani(dalle cui viscere sono generate le nostre viscere e dal cui umore siamo alimentati, il cui spirito respiriamo) possono essere un animale dotato di sensibilità e di intelligenza, poiché un corpo sprovvisto degli organi propri di quelle azioni e passioni di cui sono dotati gli animali più comuni.

Testo tratto da “il triplice minimo e la misura” di Giordano Bruno

 


Testi ricerca progetti da Pino de March di Versitudine per la  5 camminata
poetica sul sentiero di Rilke

 

 

 

Aforismi o pensieri che sovvertono il senso comune dominate  
.233
Inadeguatezza delle misure
“essendo tutta compresa nelle misure e nel calcolo, ripiena di cose misurate e quindi astrattamente pensate, l’Epoca presente si preoccupa della Terra solo attraverso valori.

 Quindi la terra è sottoposta al tornaconto dei valori mercantili dell’agricoltura industriale, oppure al calcolo di valori sentimentali degli ecologisti: l’epoca della metafisica (diremo noi oggi
cartesiana ) non ammette altri orientamenti.
……- agli arrischianti – la preoccupazione diversa di Rilke:
“quella di compenetrarci così profondamente, dolorosamente, appassionatamente con questa terra provvisoria e precaria, tanto che la sua essenza rinasca invisibilmente in noi”.

La Terra è chiamata a una Forma impossibile ai valori:

a rinascere come Destino, quindi non più separata dall’Io. In questa non  separatezza il segreto della sua forma.
Le seduzioni di Faust di G. Alvi, Adelphi edizioni 1991
 

 

259
L’inseparatezza dell’io del’epoca futura
Il privilegio futuro dell’Oriente non comporta alcuna filosofia della storia,
non richiede cioè al futuro alcuna, seppure mistica, necessità.

La percezione dell’Epoca futura richiede anzi adesso una fisiognomica della catastrofe;
troppo intensa è la caduta epocale in atto perché si possa ten tare di trattenerla.

L’io separato nel pensiero della tecnica e dei valori, costretto alla morte di un pensare solo calcolato, deve prima di tutto riconoscere il dolore di questa separatezza.

Da questo dolore e dalla volontà rinascerà un immaginario esatto, inseparato dal mondo della vita.

 I capaci di questa conquista s’apriranno ad un epoca di in separatezza., all’eone giovanneo, come
lo chiamava Schubart, e incontreranno allora le disposizioni interiori delle Russie più adatte delle altre ad attenderli. Mutazioni del pensiero e una nuova epoca sono in separate;

 di qui l’inesistenza d’una filosofia della storia, d’una necessità preordinata fuori dall’Io.
 
203
L’agricoltura moderna
L’agricoltore antico percepiva ancora in istinto la natura, la riconosceva attraversata nel terreno dal cosmo e quindi divina (una visione cosmica) ;

l’ agricoltore moderno (così anche gli uomini  moderni ) possiede ormai solo un pensiero separato dalla vita, e nella terra come nel cielo sa pensare solo i valori e la tecnica.

Il sentimento corregge in lui forse un poco questa disposizione, l’ammielisce, ma certamente non la muta.
Nell’epoca moderna l’agricoltura non costituisce più l’atto totale capace di riunire l’uomo al cosmo, perché l’uomo moderno non possiede più la percezione dei modi di questa riunione
 
204
La legge di Sombart
Il capitalismo è l’emancipazione dell’economia dai moventi della morale religiosa e dall’agire secondo natura, che ancora fino al Settecento erano un’ identica cosa per la stragrande maggioranza degli uomini.

Anzi, riguardo alla natura Mefistofele premedita con Faust dall’inizio una economia contro
natura. 

 Sombart riconobbe questa premeditazione nella costante obbedienza delle innovazioni tecniche durante l’Epoca moderna a una regola.

Tutte implicano un’esclusione della natura vivente dalla produzione: “la Tecnica moderna è dominata da un principio fondamentale, quella dell’emancipazione dai limiti della natura vivente”.

Nell’Epoca antica nella natura vivevano ancora gli Dei, che ricomprendevano in una pienezza del Destino gli uomini e l’ oikonomia.

La catastrofe dell’umano nell’Epoca moderna impone invece di sovrapporre alla natura il filtro degli artefici della tecnica, e non solo l’ industria ma l’agricoltura deve adattarsi a questa imposizione. 
 

 214
L’ottimismo di Marx
Marx riconosce il feticismo delle merci, e quindi l’alienazione della terra
nelle compravendite mercantili.
Non sa invece la mercificazione più essenziale e disastrosa della terra: la sua riproduzione secondo i modi delle merci industriali.

Riconosce il primo atto della riduzione della terra a  merce, non sa  il secondo atto più grave.
 
221
La terra come merce fittizia
La domanda cruciale. “l’ingegnere è propriamente il silenzioso dominatore e il destino dell’industria meccanica.

 Il suo pensiero è come possibilità quello che la macchina è come la realtà” scrive Spengler.

E’ davvero interiore ed esteriore si riuniscono nell’ingegnere quando costruisce le macchine. Ma questa riunione è limitata solo alle macchine; meccaniche, chimiche, elettroniche, macomunque macchine.

Può adoperarsi questo modo di pensiero adatto alle macchine per plasmare a una forma la terra, o non la perverte invece ad un modo di pensiero inadatto?

E’ la domanda cruciale trascurata da almeno cent’anni nonostante Steiner, Spengler, Klages e prima di tutti Goethe, l’abbiamo posta nel modo più elegante e preciso.
 
LA DISALIENAZIONE DELLA TERRA.
L’alienazione della terra a merce fittizia è la sua costruzione come macchina
chimica che si deve solo proporzionare bene, con misure attente di elementi o
di micro-elementi minerali.

 Ogni altro pensiero che non riguardi questo calcolo
minerale viene dichiarato indifferente, adatto forse alla mistica o all’arte,
ma trascurabile per formare la terra.

 Alla creazione della terra a una forma
basterebbe la sua costruzione chimica, la più adatta al massimo tornaconto
mercantile.

Il compito di formazione della terra viene ridotto a costruzione di
un meccanismo e inoltre questo meccanismo viene adattato del tutto al calcolo
mercantile. 

 Fintanto che ci si trattenga  al modo di pensiero dell’epoca di
Faust, queste due riduzioni non possono contraddirsi; ad esse si sostituiscono
minime nostalgie emozionate come quelle ecologiche.

Perché solo un pensare per immagini può percepire la natura vivente e quindi la terra, comprendere davvero che esiste una differenza non componibile tra la combinazione di misure meccaniche e il plasmare ad una forma vivente.
 
L’elusione ecologica.

Gli ecologisti sono dei già vinti perché difendono quanto è impossibile difendere; e peggio ancora eludono Faust.

Nel suo Streben a compiere la terra, a plasmare in una forma, Faust e il capitalismo hanno
inteso quanto gli ecologisti non vogliono intendere: che l’umano ha un compito
di Destino riguardo alla terra, deve modificarla per compierla;  non proteggerla.

E’  nella ricreazione della natura e non nella protezione della natura che il capitalismo deve essere superato.  
 
 
260
Gli esperimenti  preliminari
Le metamorfosi delle Epoche annientano le certezze passate, le mutano in
giocattoli nelle mani delicate, mobili, ma feroci di un bambino neonato.

Così quanti adesso sono vantati come i riferimenti indispensabili della scienza
saranno nell’Epoca futura solo giocattoli rotti.

 Allora si riconosceranno gli
esperimenti di nuova scienza in uomini impensabili alla scienza presente.

L’ economia del dono di Perroux, (la sociologia creativa e l’efficacia operante
dell’altruismo) di Pitirim Sorokin, la storica ciclica di Spengler e Schubart,
la fisiognomica di Ludwig Klages, il pensiero poetante di Rilke e di Heidegger,
la fenomenologia dell’economia di Sombart, saranno celebrati come gli
esperimenti preliminari di un pensiero divenuto fantasia esatta.
  

Ricerca di Pino de March
Versitudine –on line ed on street
pino de march: versitudine@gmail.com

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