ALLA MATRIA TERRA RITROVATA E LIBERATA DA PARTIGIANI E PARTIGIANE DI OGNI DOVE DI MONDO

FESTA DI LIBERAZIONE  2016

DEDICATA AI PARTIGIANI E ALLE PARTIGIANE DI OGNI DOVE CHE HANNO COMBATTUTO SUL SUOLO ITALIANO ED  EUROPEO  PER LIBERARE  TERRITORI  OPPRESSI ED OCCUPATI  DAI NAZI-FASCISTI  E PER RITROVARSI A VIVERE IN UNA GIUSTA ED AMATA MATRIA TERRA

Alla resistenza non vi hanno partecipato nelle formazioni partigiane solo genti locali ma incontriamo spesso nelle cronache del tempo anche la presenza di stranieri/e che hanno scelto  l’Italia  per l’amore libertà e della giustizia sociale che le lotte partigiane ispiravano, o di altri e altre che l’avevano eletta  già da tempo a luogo d’abitare per l’amore di una donna o di un uomo,  per l’amore dei suoi paesaggi, delle sue città e borghi artistici  o della sua lingua e variegate culture che l’attraversano.

L’esperienza di Carlo Abbamagal  e di altri partigiani neri nella resistenza italiana ne è un esempio.

«La storia di Carlo Abbamagal e dei 50 deportati in Italia dalle colonie africane d’Oltremare ha impiegato quasi 70 anni ad emergere, dopo anni di lavoro e grazie alle ricerche di Matteo Petracci -dottore di ricerca in storia, istituzioni e politica dell’area euro-mediterranea presso l’Università di Macerata;

in questo modo  il corso di quegli eventi di resistenza dimenticati inizia ora ad apparire sempre più nitido e chiaro e da passato si fa presente, strumento di lotta contro le mistificazioni e le dimenticanze storiche, ascia di guerra contro i razzismi e i fascismi di oggi.  La storia di resistenza autentica di africani concentrati durante la seconda guerra a Villa Spada di Treia di Macerata, emerge  attraverso i materiali d’archivio che parlano di come “alcuni di essi si sono dati alla macchia unendosi ai ribelli” esplicando “considerevole attività” e risultando “quanto mai feroci”. Di come insomma, dall’ottobre del ’43, nelle montagne del maceratese, le bande partigiane annoverassero nelle loro fila etiopi, eritrei e somali, tra i primi a battersi contro il regime fascista.

RETE DI CONCETTI , PERCETTI ED AFFETTI  CRITICI  DI PATRIA E CHE APRONO AD UN NUOVA VISIONE DI RELAZIONI POSSIBILE TRA LE GENTI E LA TERRA NELLA  RITROVATA  ESRESSIONE MATRIA

 

“Le identità plurali sono percepite dai nazionalismi come altrettante minacce”. 
E spiega che proprio nelle “ nazioni venute tardi”, come l’Italia, che “queste malattie d’identità colpiscono più facilmente”.
Da “Modo ex e tempo del dopo” di Pedrag Matvejevic.  

AMORE DI MATRIA O MATRICO

Un amore non confondibile con quello tradizionale alla patria , (parola  che deriva dal latino pater ed in particolare da quel pater familia  che informava del suo dominio tutte le relazioni  familiare, fino a quello derivata   derivata dal latino pater, padre a cui era riconosciuto fin dal diritto privato romano il potere assoluto di decidere della vita e della  morte dei figli e della moglie,dominio maschile che si estende a tutte cose/res privata inclusi in questa categoria le terre (il fundus) gli schiavi (humana istrumenta), i greggi e gli armenti ; e nei territori organizzati in epoca pre-imperiale in /res pubblica,  il potere politico a chi vi abita, e su cui fonda la sua appartenenza esclusiva con altri padri e fratelli (patria) con l’esclusione di chiunque altro non vi sia  nato da gens che l’abitano da lungo tempo, come le madri che vengono da altri territori e le figlie che se ne andranno in altri con altri; terra dei padri e non delle madri  perché ad esse era fatto obbligo religioso e giuridico  di seguire i loro mariti ovunque essi andassero o abitassero; territori politici a dominanza maschile anche quelli dei nascenti stati nazione moderni (per l’Italia risorgimentale, dello stato unitario  liberale e poi totalitario fascista  erano i fratelli d’Italia a suffragio maschile),

 un amore altro quello che io vivo e nomino per la Matria  (da Mater,madre), un amore scelto, libero,nomade direi cosmopolita ed ispirato agli affetti per ogni essere umano(nihl humano mihi alieno est, nessun umano mi è estraneo od alieno) e ai luoghi che si prediligono,  di tipo  particolare non raro , io direi amore matrico  per quel sentirsi come a casa propria, per l’amore che si prova abitare quei luoghi, per quel senso di libertà, di giustizia , di bellezza, di vivacità culturale ed esistenziale e di accoglienza  che si respira o ispirano le sue genti e le sue contrade, strade, colli e montagne, bellezze naturali e culturali.

Così è stato per me l’amore matrico per Bologna, io che sono nato in un atro territorio quello del nord-est, al confine tra Veneto e Friuli, come lo sono stati tutti gli altri luoghi Freiburg, Frankfurt am Main, Paris, Roma ove per lungo o breve tempo ho vissuto, ricercato, amato e contribuito unendomi a spontanei movimenti dal basso, di situazione e di lotta a rendere più giusto e libero.

 JULIA KRISTEVA , filosofa, femminista e psicoanalista

Identifica questo termine ‘matria’                                                                come ‘un altro spazio’ rispetto alla consueta legittimazione territoriale di qualche Stato,

 

‘un altro spazio’ come luogo interiore(luogo simbolico ma anche materiale condiviso e vissuto a contatto con corpi con il corpo della TERRA )                        nel quale creare una ‘parte propria’(non separata dal resto dell’umanità).

Il termine ‘matria’è stato utilizzato di consueto  da popoli indigeni (o nativi) come i Mapuches  o Aymaros per indicare ‘lo spazio di vita’o ‘la terra che li ha generati, ospitati o nutriti’ o come ‘madre terra o pachamama’.

 

PER RITROVARE UNA NUOVA FRATIA O FRATERNITE’ O FRATELLANZA O MEGLIO SORELLANZA

Caetano Veloso,  cantautore brasiliano, in una sua canzone dal tema “

Lingue o lengue “ dice:

“a lingua è ninha patria/

E en nao  tenho patria:/

Tehno matria/ e quero fratria “

“la lingua è la mia patria/

Io non una patria/

Io ho solo una matria/

Che chiede fratia/

O fratellanza/

Meglio sorridar

Meglio sorellanza,

dirà Unamuno, filosofo basco dell’educazione (1864-1936)

 Eppure per Unamuno questa figura femminile che è “la sorella” era talmente importante che crea, come si è detto sopra un nuovo termine “sorridar” “ sorellanza ”.

Così come esistono sia paternità che maternità, perché sono di uguale importanza, così dovrebbero esistere accanto a fraternità anche  sorellanza.

Poi egli spiega perché  “sorellanza” non equivale a fraternità. Le sorelle prosegue si espongono sempre  per contrastare  la barbarie dei fratelli: la prima guerra dell’umanità non fu infatti la lotta fraternal (fraternale)  fra Caino e Abele?

I fratelli con le loro guerre  “civilizzano” “meglio conquistano” nuovi territori, ma per “addomesticarli questi territori”  “per renderli familiari o affettivi ”,

che insegneranno loro la religiosità “del fuoco familiare o degli affetti”

in opposizione alla civiltà crudele politica-tiranna dei fratelli;

Si devono prendere cura di loro le sorelle ….

ciò che i fratelli non sanno fare;

ed è per questo che “la civiltà dei fratelli” si basa su concetti maschili

“di patria e fraternità del popolo maschile ”,

però questi non potrebbero sopravvivere senza i concetti femminili “di sorellanza”.

Unamuno considera la donna migliore del uomo e migliore anche la sua filosofia di vita.

Unamuno aveva una visione positiva delle donne.

Unamuno critica aspramente la visione “maschilista e sessista” cattolica  che sottomette le donne al maschile considerandole con questo essere inferiori.

E critica anche il condizionamento religioso cattolico della società che legittima – la civiltà come guerra tra fratelli  che sottomette le donne e la natura alle loro volere dispotico (la patria come sovranità patriarcale violenta, maschilista, sessista, appropriativa di terra e donne).

(Claudia Fadini, l’universo femminile di Miguel de Unamuno)

‘NON ESISTE UN’EMERGENZA PROFUGHI, E’ LA DESTRA POPULISTA A CREARLA’.

Frammenti tratti dall’intervista di Angela Mayr sul ‘il Manifesto’  del 20 Aprile 2016 all’ex capogruppo dei Verdi Alexander Van der Bellen dato per favorito al primo turno alle PreSIdenziali Austriache del 24 aprile 2016, in sfida aperta con il partito xenofobo populista FPOE :FREIHEITLICHE PARTEI OESTERREICHS –o PARTITO  DELLA LIBERTA’ DELL’AUSTRIA .

A.MAYR :                                                                                                                                                    Per la prima volta in una campagna elettorale lei ha usato il concetto di HEIMAT,  Patria  come luogo di casa, distinto da VATERLAND,Patria come territorio politico e dei padri o termine normalmente utilizzato dalla FPOE. Su quali contenuti si fonda e si distingue il suo HEIMAT   da quello  di VATERLAND propagato dalla destra ?

ALEXANDER VAN DER BELLEN:                                                                                                 Io sono figlio di rifugiati, e l’Austria mi ha regalato una patria(HEIMAT). Patria(HEIMAT) è  per me qualcosa dove mi posso sentire bene, a mio agio, dove sono accettato, dove nel corso del tempo trovi lavoro, forse fai anche carriera. Patria come Heimat  dev’essere qualcosa di aperto e non limitata a gente che è qui magari da trecento anni come piacerebbe alla FPOE (VATERLAND).

Heimat: ove ci sente come a casa propria, luogo affettivo non contrapposto ad altri luoghi.

Vaterland:  ove ci si risiede con  forte senso d’appartenenza ad una stirpe o gens  che vi abita da lungo tempo, da difendere contrapposto ad un’altra Vaterland)

BIOGRAFIA                                                                                                                                                                     ALEXANDER VAN DER BELLEN

Nato a Wien e cresciuto in Tirol da genitori fuggiti dall’Estonia.  E’ stato dal 1997 al 2008 portavoce nazionale dei Verdi Austria. Ora ha 72 anni ex Professore di economia politica all’Università di Wien e di Innsbruck. Stile ironico e riflessivo e decisamente non populista, percepito come diverso e non assimilabile ‘ all’odiata casta dei politici’.

Approfondimenti linguistici e culturali

SCHNITZLER:CONFESSIONI 
IO AMO LA MIA PATRIA, MA PERCHE’ LA TROVO BELLA. HO SENTIMENTO PATRIO (HEIMATGEFUEHL COME HEIMAT), MA NON PATRIOTTISMO (COME VATERLAND).
NON SONO FIERO DI QUALCUNO PERCHE’ QUESTI APARTIENE ALLA MIA STESSA RAZZA.
NON SOSTENGO QUALCUNO PERCHE’ QUESTI DISCENDE PER CASO DALLA MIA STESSA FAMIGLIA.
A. SCHNITZLER, 1904 [APH. 231].
PATRIA  COME HEIMAT: IO AMO QUESTA TERRA I CUI BOSCHI E I CUI PRATI MI SONO FAMILIARI.
AMO LA LINGUA CHE PARLO’ MIO PADRE.
MA NON  QUESTA VIRTU’ PATRIA COME VATERLAND:
EPPURE COME POSSO AMARE UN COMPLESSO STATALE CHE SI E’ FORMATO LENTAMENTE GRAZIE A BRAMA DI CONQUISTE, GRAZIE A MATRIMONI DEGLI ANTENATI DEI MIEI SOVRANI, COME POSSO AMARE QUESTO SOVRANO DEL QUALE IGNORO TUTTO TRANNE CHE E’ MIO SOVRANO NON PER DIFENDERE LA MIA VITA E I MIEI BENI, MA PER CONQUISTARE A PREZZO DEL MIO SANGUE NUOVE TERRE PER I SUOI FIGLI. NO!  SE QUESTA LA CHIAMATE PATRIA, IO NON L’AMO E  NESSUNO L’AMA.  ANZI, E’ DAVVERO INSENSATO CHE NON CI SI POSSA AIUTARE ALTRIMENTI CHE SPACCIANDO PER VIRTU’ QUESTO FOLLE SENTIMENTO CHE NESSUNO IN REALTA’  PROVA.
E POI PENSATE: SE QUESTO PEZZETTO DI TERRA CHE MI HA DATO ALLA LUCE FOSSE STACCATO DAL GRANDE TUTTO E I CONTINUASSI AD AMARE IL GRANDE TUTTO, SAREI UN TRADITORE!.
SCHNITZLER, 1904 [APH. 235].

Se penso ad un’equivalente italiano di HEIMAT  mi viene in mente la parola  MATRIA che noi riferiamo alla lingua o alla terra madre; l’una, la lingua madre ci abita e ci anima e l’altra, la terra madre ci ospita  o ci offre il suolo natale e lo spazio di affermazione e di crescita. MATRIA terra  anche per distinguerla dalla Patria o dalle piccole patrie,considerati  territori politici contrapposti ad altri,  realtà aggressive, ambigue e mistificanti, spesso subite ed acritiche; patrie che si presentano  cinicamente interventiste-militariste ed istituzionalmente burocratiche o tecnocratiche, o populiste respingenti di profughi, migranti e stranieri, poco propense all’ospitalità ed accoglienza,  a far partecipare i propri cittadini alle decisioni politiche  o a socializzare la ricchezza socialmente prodotta;

MATRIA, una parola ed una rete di concetti e simboli inusuali nella nostra lingua madre italiana, quasi cacofonica  tanto è la sua originalità, ma presente in altre lingue minori o espressioni popolari e filosofiche.

                                                

alla madre terra o pachamama di pino de march

la pacia o paciare sono anche termini che ho incontrato nella mia iniziatica lingua madre (o matria) veneta per indicare l’un0,  il sostantivo – la pacia – o la terra mescolata con l’acqua o la forma fangosa della terra, l’altro,  il verbo  paciare – l’atto di giocare con questa terra fangosa o acquosa, o l’atto d’immergere le proprie mani in questo impasto fangoso per giocare o per creare  piccole forme portatrici di significato con questo fango

pacia,  anche come terra pronta per essere manipolata o pronta per creare delle nuove forme o figure

o piccoli ed arroganti esseri averi umani

o piccoli vulnerabili esseri terrestri

voi che vi credete onnipotenti

ma non ne comprendete ancora la potenza del vivente

riconoscete  la comune madre

riconoscete  la comune terra

e in questo atto d’umiltà non fideistico

ma d’amore sentito per la conoscenza

come consapevolezza

come responsabilità di cura

ritroverete nell’esperienza vissuta

nella relazione con il vivente

l’antica saggezza

ed in particolare la grandezza

dell’essere parte e dentro il tutto comune respiro flusso vivente

della grande madre terra o per i popoli nativi pachamama

o piccoli mortali esseri viventi umani ricordatevi delle vostre probabili radici ed origini linguistiche: la parola humus significa terra ed umano essere che viene dalla terra o fatto con la terra o meglio nutrito dalla terra.

versi di meditazione immanente dedicati alla matria terra da parte dell’attivista poetico e filosofico pino de march

 

Lettera elettronica del 24 ottobre 2003 della poeta sarda Virginia Farina a Pino  de March
Ciao Pino, spero che tu stia bene, e che il vostro lavoro (del laboratorio poetico: IQTP: In-Quie-Tempeste-Poetiche) di inquieti poeti stia camminando lontano…
grazie per avermi chiamato per la sera dell’8 ( sera notte di atti poetici e filosofici contro guerre interne ed esterne), come promesso ti invio i testi, ma prima vorrei dirti qualcosa di loro. Sono tre testi in un certo senso molto diversi, ma li ho voluti tenere insieme con un filo sottile, riunendoli sotto una specie di didascalia: due poesie disperate e un canto di liberazione…

il primo testo si chiama l’isola del naufragio, ed è nato dopo aver ascoltato il racconto dell’ennesimo naufragio davanti a Lampedusa nel giugno scorso…in questi giorni un altro terribile naufragio, altri uomini e donne e bambini divorati dal mare, corpi che emergeranno ancora fra le reti dei pescatori, e per quanto tempo il mare continuerà a vomitare i nostri segni di morte?

Allora, ho scritto questo testo, ho immaginato il vento riportare le voci di chi annegava..ho immaginato un vento che parlava nella “mia lingua”,in sardo, che come un ritornello per bambini cantava la trasformazioni di uomini, donne e bambini in corpi che cadono nel fondo senza più bocca, come pesci pescati per essere mangiati e ritornarci, a volte, alla bocca, come un boccone indigesto, con gli incubi ed i fantasmi che risalgono dalle nostre rimozioni..

Il secondo testo è nato a Sabbiuno, località nei colli bolognesi, davanti ai calanchi e mal piccolo monumento (il muro con i suoi fucili di bronzo e il rosso filo spinato cade a valle, verso la grande croce cava di metallo ….) dedicato ai partigiani fucilati dai soldati tedeschi(nazifascisti)….

Il terzo, infine l’ho voluto chiamare il richiamo di Cassandra, immaginando Cassandra come un uccello, come una piccola donna che ha fatto del suo intuito intuizioni…è la bellissima Cassandra di Christa Wolf, la donna che saputo portare tra le parole più forti contro l’orrore della guerra: tra uccidere e morire, vivere …con ostinazione biologica, animale, tutta umana, quella ostinazione che spingeva i ragazzi argentini a continuare a fare l’amore, ad avere bambini, mentre intorno li inghiottiva la – desaparecion – quella ostinazione che ci spinge a continuare a camminare ogni giorno, a continuare a giocare con la poesia come con le piccole cose..per questo il richiamo di Cassandra è solo un richiamo d’amore, come quello di un uccello che canta sopra un ramo.

A presto, allora,
Un abbraccio

Virginia FARINA
Due poesie disperate e un canto di liberazione di V.F.
L’isola del naufragio
Trasmigrano anime:
corpi di spirito-carne
si muovono muti
Sui passi del mondo,
Camminano nudi
I corsi forzati del viaggio –
Nell’attesa dell’onda
Nella pena di oceani in rovina –
Rovinose promesse:
qualcuno ha insegnato salvezza.
Insidiosa.

(Per questo
Per questo gridano
E migrano
Come uccelli impazziti
Si gettano in mare.)
Ahi Lampedusa,
sei diventata isola di dei minori
di dei che hanno smarrito
la via di casa
per farsi vecchi e bambini
e donne e uomini
con le ossa stanche
scaricati a braccia
dai loro naufragi
gettati sul molo
a seccare
come pesce pescato
già morto.

°°0°0° °°0°0° °°0°°0°0°°     bolle d’aria …..glu glu glu gluuuuu glu)

Narat su’entu
Sa oghe e’ su entu
Chi portat sa oghe
E chie oghe non tenet
E chie colant a fundu
E no tenet pius ucca
‘ca pische s’er fattu
E commente pische
Es piscadu
E finzas pappadu
Po ke torrare
A bortas
A bucca.

*****
Logudorese barbaricino

Dice il vento
La voce é  il vento
Che trasporta la voce
Per  chi voce non tiene

Dice il vento
La voce è il vento
Per chi va a fondo
E non tiene più la bocca
Perché pesce si è fatto

Dice il vento
La voce è il vento
(per chi) E come un pesce viene pescato
E anche mangiato
Per tornare
A volte
alla bocca
Dice il vento
La voce è il vento

Traduzione libera di pino de march

Sotto i fucili di Sabbiuno
(dove correva il fiume)

Qui: – dove voi siete morti-
Correva una volta un fiume
Tra le derive dei calanchi.

Qui: – dove voi siete morti-
Correva una volta un fiume provvisorio
-abbondante per le piogge in primavera
Essiccato dall’arsura delle estati
Rosso di bacche ed insicuro
Nell’autunno che alluviona le pianure.

Qui: dove voi siete caduti già morti-
La terra si è fatta morbida e pastosa
All’impazzire lento delle lune.

Qui: – si arrampica come un insetto alla collina
Un vecchio contadino senza nome.
Qui: – s’avventura inselvatichito un cane
Lasciando impronte a seccare con il fango.
Qui: – si copre d’erba la memoria di metallo
Lasciata cava a cantare con il vento.

Qui: -dove siete morti –
Non è’ rimasta pietra a trattenere
Il sangue rosso del macello.

Qui: – non ha pietra la terra
Ma argilla che pietosa
Inghiotta tutta intera.

Ma è qui?
Qui.
Qui.
Qui.
Dove è stato compiuto il macello
Dove la carne ha tremato
Dove dita di uomo (e di donna) al fucile
Per mille volte ancora
Hanno sparato.

Ma è qui?
Qui.
Qui.
Qui.
Dove cinquantacinque fucili
Hanno spezzato, strappato, spolpato
Qui: -dove rimangono soltanto fosse
A travasare il ricordo

Un verso – come strido animale
Per ogni morto che la terra
Ora – si rifiuta di ingoiare.
****
Il richiamo di Cassandra
Amore, vienimi accanto,
siedimi vicino,
senza spavento.

La città brucia sul fondo
e noi non possiamo più aspettare.

Amore morderò la tua divisa,
Fino a che sia consumata.

Nudo, ti mostrerò la terra
Dove finisce la conquista.

Amore percorrerò con un dito le tue braccia
E sopra il petto ti segnerò fiori di sabbia.

Amore, mi curverò di labbro alle tue gambe,
e baciandole insegnerò loro a danzare.

E poi, mi soffierò sopra il tuo ventre
Incendiandoti del vino e della sete nell’attesa.

E poi, mi stenderò sulla tua schiena
Rivelandoti la geografia segreta del respiro.
Amore, fino alla tua mano che si chiude
Insegnerò come anche il cielo
Può guardarsi capovolto.

Amore, fino ai tuoi occhi abbandonati
Insegnerò come il mattino
Non sia dato per la guerra.

Amore, ti dirò come è possibile orientarsi con le stelle
Senza doverle militare.

Amore, ti dirò ancora è possibile parlare amore
Nella lunga ombra della sera.

Amore, la città brucia,
così vicino,
e noi, non possiamo più aspettare

 

TESTO: ABBASSO LA PATRIA – di  Don  Lorenzo Milani
Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in  diseredati ed oppressi da un lato, privilegiati ed oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i i poveri possono e devono combattere i ricchi.
Ed almeno nella scelta dei mezzi sono migliori di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare distruggere, fare orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

  1. Abbiamo idee molto diverse. Possiamo rispettare le vostre se le giustificherete anche alla luce del Vangelo o della Costituzione. Soprattutto se son uomini che pagano di persona. Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male e molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorre tra la Patria e valori ben più alti di lei. Non voglio con questa lettera riferirmi al Vangelo. E’ troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa. Mi riferisco piuttosto alla Costituzione.

 

Tratto dalla lettera ai cappellani militari del 22 febbraio 1965.  Per questa lettera (pubblicata dal settimanale Rinascita) Milani fu processato per apologia di reato insieme al direttore di Rinascita, Luca Pavolini.  Don Milani morì il 26 giugno del ’68, pochi mesi prima  della sentenza d’appello. Luca Pavolini fu condannato a 5  mesi e 2 giorni di carcere.

 

C’è però qualcuno cui non è mai stato consentito giudicare l’idea di patria. Né ieri né oggi. Gli anarchici, ovviamente.

(articolo di Susanna Schimperna pubblicato su Gli Altri, 25 febbraio)

Finché a parlare criticamente del concetto di patria erano gli artisti o i filosofi, nessun scandalo e nessun veto.

Per Voltaire la patria  e dove si vive felici

(la patria è dov’è il bene, avevano già detto Pacuvio, poeta della Magna Grecia tarantina e Cicerone prima di lui), per Flaubert l’idea di patria è “quasi morta, grazie a Dio”,

e per Samuel Johnson il patriottismo è nient’altro che l’ultimo rifugio di un briccone.

Rosseau, tipo spiccio, propose addirittura di cancellare le parole “patria” e “suddito” dal vocabolario, ritenendoli vocaboli indegni delle lingue moderne.
…..
C’è però qualcuno cui non è mai stato consentito giudicare l’idea di patria. Né ieri né oggi. Gli anarchici, ovviamente.

Chi altri?

Spietati sbeffeggiatori degli onori tributati alla triade DIO, PATRIA E FAMIGLIA, considerata fondamento di un pensiero e di un sistema sociale edificati sull’autoritarismo e la paura.

Convinti assertori dell’universalismo, dell’umanità che nell’altro non vede l’alieno o il nemico ma più opportunamente cerca i motivi di unione anziché di separazione.

Avversari dei confini, degli steccati, delle divise, delle guerre, dell’esaltazione della retorica del sacrificio.

Censori dell’utilizzo perverso del concetto di “onore” che nei secoli è stato adoperato per rendere possibile addirittura desiderabile, la difesa cieca di un intero ordine costituito, non importa quanto ingiusto, esecrabile, violento: quando torna comodo, il sistema di prevaricazione si trasforma in patria, e oplà, troverà ogni buon cittadino un leale difensore, disposto a combattere, uccidere ed essere ucciso.

Gli oppressi non hanno razza che li dividono, perché tutti appartengono all’unica razza esistente, quella umana.

La loro “patria” è il mondo intero.

Questo il significato vero del più famoso tra gli stornelli d’esilio, scritto da Pietro Gori sulle note di un motivo popolare toscano

“Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà, ed un pensiero ribelle in cor ci sta.

…dovunque uno sfruttato si ribelli, noi troveremo schiere di fratelli.. passiam di plebi varie tra i dolori, della nazione umana precursori”.
La canzone composta nel 1895, è autobiografica. Gori insieme ad altri compagni, era stato espulso dalla Svizzera, dove si era rifugiato. In attesa del treno che li avrebbe portati verso la nuova destinazione, gli esuli la cantarono per la prima volta sotto la pensilina della stazione di Lugano.

Il ritornello “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà” figurerà più tardi nelle bandiere degli anarchici italiani combattenti nella guerra di Spagna.

Aveva già scritto Mazzini: “Finché, domestica o straniera, voi avete tirannide, come potete avere Patria?

La Patria è la casa dell’uomo libero, e non dello schiavo”.
….
Secondo Bakunin, ogni popolo, fino alla più piccola unità etnica o tradizionale, possiede le proprie caratteristiche.

Esattamente come ogni singolo individuo

. Ma questo non vuole dire armarsi contro gli altri in difesa non si capisce di che.

A contrario.

La specificità può e deve aiutare ad acquisire valori universali, elevandosi al di sopra degli egoismi, smettendo di considerare sia sé stessi che la propria nazione (o meglio comunità) al centro del mondo.

Gloria, grandezza, interessi meschini: tutte istanze che Bakunin definisce “vane” e che si esprimono nel patriottismo politico anziché in quello “naturale”.

Ci vuole molta malafede oppure una grande rigidità mentale per non capire la differenza tra la patria del cuore, dei luoghi, delle tradizioni, e quella delle uniformi, del trionfalismo vuoto, degli inni che preparano alla riscossa (non sarebbe meglio essere sempre svegli invece che aver bisogno di riscuoterci?).

Oggi siamo alla sottolineatura continua e mai contestata di concetti nazionalistici quali appartenenza e identità culturale.

Esiste, e non è affatto male che esista, un sentimento di appartenenza al proprio popolo o gens, che nasce come diceva Bakunin, da un lungo processo storico, e più o meno si caratterizza per la condivisione di una lingua, di elementi culturali, di una terra  (di un paesaggio comune).

C’è poi la corruzione di questo sentimento, ed è questa corruzione di questo sentimento, che viene strumentalizzata. Patria e Nazione, patriottismo e nazionalismo, sono idee fasulle, in nome delle quali si muore, si uccide, si vive male coltivando l’irrazionalismo e la chiusura mentale, invece che aprendosi agli altri.

Le linee di demarcazione vere, infatti, non sono i confini di una  nazione, ma quelle che dividono vittime e carnefici, oppressi ed oppressori.

Tirare fuori l’appartenenza è come parlare di radici e valori;

per quello che significano oggi, sono una pregiudiziale il-libertaria e fortemente disturbante la psiche.

Il proposito, dichiarato, è di farci credere che senza queste tre cose rischiamo di perdere

la nostra identità –

intesa come conoscenza e senso di sé-

dovrebbe essere un processo integrato:

teoria e pratica, interrogarsi e muoversi, scavare dentro sé stessi e ingegnarsi a incidere sulla realtà circostante “plasmare la realtà, non è esattamente uguale a plasmare il mondo, idea che ha portato agli sfracelli che vediamo dell’utilitarismo più bieco, arrogante e incosciente).

Troppo facile e allo stesso tempo superficiale agganciare

il “chi siamo” al senso d’appartenenza ad uno stato, ad una razza, ad una ideologia, ad una religione, a qualunque cosa ci dia l’illusione di non essere soli, di essere in qualche modo protetti e per molti versi superiore agli altri.

Naturalmente possiamo immaginare un al di là, innamorarci di una idea politica, pensare che  la nostra lingua e il nostro paese siano i più belli del mondo. Ma un conto è farlo da persone libere, un altro è farlo nell’illusione di costruirci una identità.

5 TESTO: Stralci  di un’intervista di Guido Caldiron  a Claudio Magris, liberazione 22/5/11
G. C : “In un’intervista pubblicata recentemente  dal Corriere della Sera con il titolo – un dolore senza nome – lei ha evidenziato come alle tante vittime di mondo sempre più fondato sulla diseguaglianza sia negato anche il nome, vale a dire la dignità stessa di esseri umani. Come dare –un nome- e restituire dignità a chi è vittima di questa situazione?
C. M. : “Quel mio articolo partiva dall’episodio – e dunque dal problema generale – degli immigrati, degli spostamenti di masse sempre più grandi di persone, in condizione di sofferenza, disagio, miseria, sfruttamento spesso intollerabile, migrazioni che avvengono per le  ragioni più diverse.  In primo luogo, per combattere concretamente l’atteggiamento di odioso rifiuto nei loro confronti, non bisogna sottovalutare le difficoltà oggettive che potrebbe assumere il problema. Oggi in Italia si strepita indecorosamente e – vergognosamente sul piano umano – per un numero assolutamente sostenibile di persone che cercano rifugio da noi; è da vergognarsi anche rispetto agli altri paesi europei, che  non gridano al disastro pur affrontando problemi numericamente più grandi dei nostri.
……
G. C.:  Nello stesso intervento pubblicato dal Corriere della Sera lei sottolinea come immigranti e profughi appaiano oggi come – esclusi  a priori-:

cosa resta dell’Europa se non è in grado di far tesoro della sua storia e accogliere  chi fugge da guerre e povertà?

C. M.: Se l’Europa è – com’è – una culla inestimabile di civiltà, nonostante le colpe anche gravissime di cui si sono macchiati tanti suoi Stati, esso lo si deve proprio alla sua pluralità e all’apertura alla pluralità, che la contraddistingue sin dalle sue origini.

La cultura europea ha sempre posto l’accento sull’individuo, piuttosto che sulle  totalità filosofico-statali e l’individuo, gli individui, sono diversi per definizione ed è l’insieme delle loro diversità che costituisce una cultura, una civiltà.

Se il meccanismo dell’esclusione o ancor peggio dell’esclusione  a priori diventasse una caratteristica permanente dell’Europa, quest’ultima sarebbe finita. Sul  piano pratico, proprio il caso dell’immigrazione è l’esempio della necessità di una politica europea unitaria. L’immigrazione è un problema che investe l’Europa e deve essere affrontato concordemente, con una legge valida per tutti gli europei.
….
G.C :In – Utopia e disincanto – lei scrive che – l’identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire, in cui continuamente ci si allontana dalle proprie origini- . Eppure in Europa l’idea oggi dominante è quella “delle piccole patrie” chiuse  e ostili verso l’esterno. Come coniugare l’identità, legame con il territorio e apertura verso “l’altro”?

C. M.: Allontanarsi dalle proprie origini non significa negare queste origini o non amarle, così come uscire dalla casa paterna per fondare una famiglia non significa rinnegare la famiglia d’origine da cui si proviene né amarla di meno. (in questa risposta seppure illuminata,  perdura inconsciamente l’idea patriarcale dura a morire che la casa natale sia sempre la casa del padre e non di entrambi i genitori-padre e madre-.
Tale pregiudizio è all’origine anche di un altro pregiudizio che la terra natale sia sempre la terra dei padri, cioè la patria. Patria deriva da parola latina Pater –che indica tutte le cose del pater familias – o dei padri di famiglia che compongono quell’aggregato politico territoriale).

Anzi la si ama liberamente e ancora di più, molto di più di chi ha verso le proprie origini un bloccato e ossessivo complesso viscerale (d’appartenenza).

E’ naturale e giusto amare la propria particolarità (terra, lingua madre ecc) ;

io amo il mio dialetto triestino e lo parlo con tutti i miei amici di Trieste, amo il paesaggio in cui sono cresciuto e che mi è apparso come la prima faccia del mondo, amo il mio paese, così come i miei amici e i miei compagni di classe.

Ma ideologizzare tutto ciò reca offesa non solo “agli altri”, a tutti coloro che si  vorrebbero tenere fuori, considerare altri e stranieri;

reca offesa soprattutto a questo schietto amore delle origini, alla sciolta e spontanea naturalezza con cui si vive la propria identità o meglio si vivono le proprie identità (perché ne abbiamo molte, non solo quella nazionale, ma anche quella culturale, politica, religiosa, sessuale e così via). La nostra identità nazionale per così dire originaria è spesso tutt’altro che compatta e monolitica, grazie a Dio. Mio nonno materno, nato in Dalmazia in una famiglia veneta d’origine greca, era un irredentista Italiano, ma io ho anche dei cugini, credo di terzo grado, croati, il che vuol dire che in un determinato momento della Storia, nella stessa famiglia, un fratello (mio nonno) si è sentito italiano e l’altro (fratello di mio nonno) croato. Il rancoroso micro-nazionalismo (peggiore dei grandi nazionalismi che sono naturalmente nefasti ma che comunque hanno delle valenze di ampio respiro), sterile egretto, trasforma il paesaggio natio in una artificiosa ideologia;
….
L’identità , la particolarità – essere italiano o tedesco, uomo o donna, bianco o nero, credente o agnostico e così via – non è ancora di per sé un valore,

ha scritto giustamente Mattvejevic;

è la premessa di un eventuale valore che noi possiamo costruire crescendo e operando sulla base di quella identità.

L’identità autentica si apre verso l’altro come l’amicizia, come l’amore; e tutto questo non per buoni sentimenti o per nobili ideologie, ma per spontanea, organica e creativa esigenza della persona.

Io sono quello che sono grazie alle persone che ho conosciuto e amato e con cui ho vissuto, e che naturalmente sono diverse da me;

ai libri che ho letto e che non ho scritto io e così via.

Dante ha espresso tutto questo una volta per tutte quando ha scritto che a furia di bere l’acqua dell’Arno aveva imparato ad amare fortemente Firenze, aggiungendo però che la nostra – patria- è il mondo come per i pesci il mare.

 

 

 

 

 

 

 

7 testo: dell’ingombro o dell’altro di Moni  Ovadia
Nel versetto 23 del capitolo 25 Parashà di Behar: “Ve haarets lo timakher litsmitut, ki lì haarets, ki gerim ve toshavim atem imadì”
(La terra non verrà venduta in perpetuità  perché la terra è mia e voi presso di me siete come stranieri e abitanti temporanei). 
Un brillante traduttore protestante sceglie questa strategia di traduzione:
perché  voi tutti presso di me siete come stranieri e meticci avventizi. Il comandamento dell’amore universale nell’alterità è enunciato dalla Torah con inaudita ed ineguagliata potenza espressiva nel contesto dell’irrisolvibile contraddizione di particolarismo ed universalismo che si rincorrono, si accolgono e si superano reciprocamente in un’interrogazione senza fine. 
Il “prossimo” non è mai connotato, dunque contiene in sé anche il nemico e persino lo sterminatore come insegna Lévinas nella sua memorabile riflessione sul processo al boia nazista Klaus Barbi che lo porta ad elaborare la teoria della “responsabilità per il volto altrui”. 
Franz Kafka la descrive con queste parole memorabili: “Avanti la recita dei primi versi di poeti ebrei orientali vorrei ancora dirvi, egregi signori e signore, che voi capite molto più yiddish di quel che pensiate […] Il che non può accadere finché alcuni di voi hanno, di questo gergo, una tal paura, che quasi gliela leggo in viso.[…] 
Lo yiddish è la più giovane lingua europea, non ha che quattrocento anni e in realtà è ancora più  recente. Non ha ancora formato strutture linguistiche così  nette come ci sono necessarie. Le sue espressioni sono brevi e nervose. Non ha grammatica. Certi amatori tentano di scrivere delle grammatiche, ma lo yiddish viene parlato senza sosta, e non trova pace. Il popolo non lo cede ai grammatici. 
Esso si compone solo di parole straniere. Queste, però, non riposano nel suo seno, ma conservano la fretta e la vivacità con cui sono state accolte.
Lo yiddish è percorso da un capo all’altro da migrazioni di popoli. 
Tutto questo tedesco, ebraico, francese, inglese, slavo, olandese, rumeno e persino latino che vive in esso è preso da curiosità e da leggerezza, ci vuole una certa energia a tenere unite le varie lingue in questa forma.
Perciò  nessuna persona ragionevole penserà  mai a fare dello yiddish una lingua internazionale, benché  l’idea si offra quasi da sé.
Solo il linguaggio della malavita vi attinge volentieri, perché  gli occorrono non tanto nessi linguistici quanto singoli vocaboli. 
E poi, perché  lo yiddish è stato a lungo una lingua disprezzata. […] E ora, in queste strutture linguistiche impastate di arbitrio e di norme fisse, si riversano ancora i dialetti. Perché tutto lo yiddish non si compone che di dialetto, compresa la lingua scritta, anche se in massima parte ci si è accordati sulla grafia. Con tutto ciò, signore e signori, penso di aver convinto, per ora, la maggior parte di voi che non capirete una sola parola di yiddish. Non vi aspettate un aiuto dalla spiegazione delle singole poesie. Se davvero non siete in grado di capire lo yiddish nessuna illustrazione di dettaglio vi potrà mai aiutare. Nel migliore dei casi capirete la spiegazione […]. Ma se ve ne state tranquilli, vi troverete di colpo nel bel mezzo dello yiddish. Ma una volta che esso vi abbia afferrati – e tutto è yiddish: la parola, la melodia cassidica e l’indole stessa [dell’ebreo orientale ndr]- allora non conoscerete mai più la vostra pace di un tempo. Allora sentirete la vera unità dello yiddish, e così forte, che avrete paura, ma non più dello yiddish: di voi stessi. Non sareste capaci di sopportare da soli questa paura, se dal yiddish medesimo non vi venisse anche una fiducia in voi stessi che fronteggia validamente tale paura e che è più forte di essa. 
 
 
Godetene meglio che potete! Ma se poi la perderete, domani o dopo – e come potrebbe reggersi al ricordo di un solo recital! – allora vi auguro di aver perso intanto anche la paura”. (Franz Kafka: dal “Discorso sulla lingua yiddish” in “Diari e confessioni”) 
Il popolo dello yiddish è stato un capolavoro di umanità: senza confini, senza frontiere, senza eserciti, senza burocrazie, senza deliri nazionalisti. Un popolo con la sua patria portatile, la Torah, che sapeva vivere a cavallo dei confini, fra cielo e terra, tenendo per mano l’ineffabile Dio del monoteismo come un compagno di giochi, rispettandone la maestà ma denunciandone contemporaneamente la correità nei mali del mondo. 
Un popolo di uomini semplici e sapienti che glorificavano l’uomo fragile e facevano della fragilità la potenza di chi accetta la sfida di redimersi redimendoil Santo Benedetto, capaci di vertigini di pensiero in cui il più umile si misurava con le asperità del sapere ebraico, capaci di stupore estatico di fronte ad ogni più insignificante manifestazione del creato e di pietas per il soffrire di ogni essere vivente, goffamente belli con i loro cernecchi svolazzanti ai lati delle tempie (ho sempre pensato che Gesù sia stato ritratto coi capelli lunghi perché aveva delle peyòt lunghe come un super khassid e così lo rappresenterò in un mio prossimo spettacolo) erano persino malinconicamente sublimi nei loro difetti e nelle superstizioni, separati dal mondo che li circondava ma non chiusi ad esso, ai suoi umori, ai suoi suoni, alle sue musiche e alla sua gente buona, sognatori ed umoristi per vocazione, inventori dell’umorismo ferocemente auto-delatorio come rimedio contro l’idolatria e la violenza. 
Questo “popolo della domanda che rimane aperta anche dopo che la bocca si è chiusa” era un ingombro insopportabile per un mondo brutale posseduto dal demone dell’odio, del nazionalismo, animato da pulsioni di morte, dalla brama di risposte perentorie, di supremazia. E’ stato così facile annientarlo perché era solo e indifeso, era troppo per un mondo così infame e violento: 
“E chi è mai un grande ebreo del passato di fronte ad un piccolo ebreo di oggi, un semplice ebreo di Polonia, di Lituania, di Volinia. In ogni ebreo urla un Geremia, ruggisce un Giobbe disperato, in ogni piccolo ebreo un re scettico canta il suo canto d’Ecclesiaste”. (Itzkhak Katzenelson: “Canto del popolo ebraico massacrato” Canto IX, Ai cieli.)
Al loro ingombro inespresso carico di energia spirituale e poetica, ho dedicato gran parte della mia vita, convinto che essi ci abbiano lasciato in eredità  la loro incessante interrogazione per costruire un futuro fondato sulla fragilità. Oggi l’ebreo ha perso questi statuti li cede in cambio di certezze, di confini, di forza, di status sociale autorevole, anche se talora il suo ingombro pregresso riaffiora: come nel caso dei deliri di un dittatore squalificato in cerca di facili consensi ed è il caso del presidente iraniano Ahmadinedjad. Un tempo l’ebreo era come lo zingaro, oggi lo zingaro è l’ebreo, porta l’ingombro che l’ebreo ha accantonato. 
L’antico ingombro dell’ebreo è sempre più spesso negli occhi di un palestinese che infrange il suo sguardo contro un brutto muro di cemento elettrificato o negli occhi di una palestinese che guarda la sua casa abbattuta e i suoi ulivi sradicati in nome della sicurezza. 
L’ingombro dell’altro è sempre lì per parlarci, sta a noi ascoltarlo.

                                                     Moni Ovadia             

 

ALLEANZA  MATRIA TERRA UMANITA’ E MOLTEPLICI LINGUE FORME DI VITA ED ESPRESSIONE

Matria come spazio ritrovato “per una possibile politica del vivente” in nome del valore d’uso  e come critica diffusa all’antropologia mercantile del valore di scambio o dell’homo oeconomicus
8 testo: Il divenire-donna e il divenire-matria
RIFLESSIONI SU ALCUNI CONCETTI DI G. DELEUZE
“E importante partire dal pensiero femminista” dice il filosofo Gilles Deleuze per la sua potenza emancipatrice, come fattore di differenza significativa;
(partire con un discorso sessuato  per avviare una critica antropologica radicale  della società bi-millenaria  cristiana e capitalista dominata da visioni e pratiche maschili di assoggettamento della terra e delle donne).
Dalla storia patria che domina terra, donne ed umani alla geografia matria terra che libera terra, donne ed umani

La Patria-Cielo
(o meglio l’astratto suolo Patrio direbbe Deleuze) è una riduzione storico-sociale antropologica fallocentrica dell’antico binarismo sessuale (mater-terra et pater-cielo),  divenuto con la dominazione patriarcale Matria-Patria o  in Madre-Patria; assoggettando con questa operazione simbolica e linguistica al padre fallico o meglio al centro immobile (direbbe Deleuze) attraverso operazioni politiche-militari-costituenti-maschiliste [appropriazione violenta della “mater o della donna (patriarcato) , della terra e dei territori, degli animali, del paesaggio (patrimonio),  degli umani che la abitano (dispotismo politico maschile) e della spiritualità (clero e potere sacerdotale maschile).

 

 

NOTTI DI NAUFRAGI E  DI NAUFRAGHI E DI APOCALISSI DI MONDO
In questo nostro viaggio attraverso il tempo e lo spazio per cercare di rispondere alle molte interrogazioni esistenziali e storiche dentro a questa strana strisciante apocalisse di mondi di vita e di innumerevoli naufragi,
ci affideremo alla memoria del vecchio poeta di strada e all’esperienza e all’immaginazione storica e poetica del flaneur di Hallberg, che segue il filosofo Benjamin nelle sue derive metropolitane, che sa ispirare, scuotere e cogliere e ridare vita e relazione e potenza immanente e senso di durata un tempo attribuito dalle tradizioni teologiche e mistiche e metafisiche agli angeli o ai demoni.
Il nostro flaneur sa ricomporre con gioia l’infranto e dare ai naufraghi della tragica liquidità ‘postmoderna’ generata da una diffusa precarietà materiale del tardo capitalismo nell’epoca della  finanza e delle sue speculazione di borsa, e da una diffusa mercificazione bottegaia e da una noia spleen intollerabili direbbe Baudelaire.
Insegnare alle nuove generazioni come a quelle degli uomini e delle donne più attempate di nuovo a volare, sognare, progettare spazi comuni di cooperazione e a scongelare le ali dei vecchi angeli della storia congelate dalle distopie capitaliste o socialiste realiste del Novecento.

 

PER UNA COMUNE UMANITA’
Ci affacciamo sullo stesso mare, facciamo parte tutti/e della stessa umanità, la sorte dell’uni  è profondamente collegata a quella degli altri.
In nome della comune umanità  prepariamoci ad uno sforzo straordinario  di accoglienza solidali di queste genti che fuggono, guerre, e perseguitati per  le loro opinioni politiche o religiose. .
Gli stati della riva del Nord del Mediterraneo, complici del tiranno assassino Geddafi e preoccupati solo dei loro sprechi affari, preparano ai profughi un trattamento disumano: li interneranno, schederanno, dislocheranno, respingeranno.
Ciò  che abbiamo conosciuto e combattuto in questi decenni a fianco delle persone immigrate si  concilierà centrato  moltiplicherà in un tempo concentrato: perciò è necessario e urgente moltiplicare l’impegno e gli sforzi di tutti coloro che sono disposti  ad accogliere tutti con solidarietà e generosità , a difenderli e proteggerli dal cinismo degli stati, e specialmente i quello italiano, complice del sangue che scorre nelle terre  di Libia. (TESTO TRATTO DALLA “LA COMUNE, FOGLIO DEL SOCIALISMO RIVOLUZIONARIO)

 

TRIESTE

AL PORTO

NEL MEZZO DELLA NOTTE

SINUOSI CORPI

 CLANDESTINI

AFFRATELLATI

ALLUNATI

INZUPPATI DI MARE

VELE SIBILANTI 

VIOLINI AUSTRIACI

SUONATI

DALLA BORA

DI PINO DE MARCH 
9 TESTO: ELOGIO ALL’OSPITALITA’ DI Etienne Balibar
Testo richiesta dalla rivista télérama del 27 aprile 2011: stranieri un ossessione italiana; pubblicato da Communty, nel  Manifesto 28  aprile 2011
Nel momento in cui scrivo queste righe, le immagini imbarazzanti, insopportabili, delle barche che approdano sulle spiagge di Lampedusa con il loro carico di Boat people che arrivano dalla Tunisia e dalla Libia e da ancor più lontano occupano gli schermi della televisione senza che se ne possa prevedere la fine. Giorni fa, dopo Marine Le Pen, Silvio Berlusconi si è recato a sua volta sul posto, promettendo deportazioni ai rifugiati e il premio Nobel agli abitanti, che non chiedevano tanto. I governi europei che avevano subappaltato alle dittature dell’Africa del Nord la “regolazione” brutale di questi flussi, stanno a guardare in un silenzio di piombo. Italiani, sbrogliatevela da soli. Africani, morite oppure tornate a casa con un fucile puntato sulle spalle.
Un po’ di onestà intellettuale proibisce di fare dei discorsi da benpensante. Posso avventurarmi allora a fare – l’elogio dell’ospitalità – , di quell’ospitalità senza condizioni che il mio maestro e amico, il filosofo Jacques Derrida, in saggi ormai famosi, aveva definito come la forma stessa della democrazia, e quindi della politica futura?
Questa ospitalità che ci chiede di accogliere lo straniero non soltanto come “simile” o un “fratello”, ma come un uguale con il quale costruire la “casa comune” dei nostri diritti e dei nostri progetti? Lo farò, malgrado grandi difficoltà, di cui sono consapevole.
Per tre ragioni.
In primo luogo, un appello ad un’ospitalità incondizionata deve esercitare un’influenza sugli stati, o addirittura imporre loro un vincolo. Ma non si rivolge soltanto ad essi. Dagli stati che gestiscono(molto male) i flussi di popolazione, i parametri della nazionalità, le polizie di frontiera, non ci aspettiamo nulla di tutto ciò. Non soltanto perché non ne sono capaci, ma anche perché questa non è la loro funzione. Il che non vuol dire però che gli stati debbano scaricarsi della propria responsabilità nello scatenamento di una inospitalità generalizzata che lede ormai la circolazione e la condizione degli uomini nel mondo, soprattutto dei più poveri. Al contrario, in nome del principio di ospitalità e dell’assolutezza che esso comporta, esigiamo dagli stati che creino le condizioni, al meglio possibile, per una circolazione degli abitanti della terra, correttamente “regolamentata” o meglio organizzata, con il concorso di tutti coloro che sono interessati, ma che sia essenzialmente libera.  Per fare questo, bisogna che cessi la strumentalizzazione delle paure e delle xenofobie, e che si sviluppi una discussione aperta sulle vere dimensioni economiche, culturali e demografiche delle migrazioni, sui cambiamenti che comporta, i problemi che pone e i mutui vantaggi che procura.
In secondo luogo, questo appello non si rivolge neppure alle persone che ci circondano, ma per una ragione opposta: queste persone non hanno bisogno di essere esortate a fare ciò che già fanno, e di cui insegnano l’urgenza, il valore e la difficoltà. L’ospitalità senza condizioni significa la solidarietà, l’accoglienza sotto un tetto, il soccorso, l’ascolto, la conoscenza, tutti elementi che spezzano l’isolamento degli stranieri sul territorio nazionale, in particolare in coloro che si trovano in una situazione di precarietà, di illegalità o di esclusione, a causa della violenta contraddizione tra i bisogni della loro esistenza e il potere degli interessi dominanti. E’ ciò che fanno ogni giorno i militanti dell’associazionismo – per esempio in Francia, quelli della Rete istruzione senza frontiere o della Cimade e dell’Anafe, ma ne esistono altri che sovente possono contare sull’aiuto dei sindacati, delle chiese, dei comuni o delle scuole. Queste persone, con la loro attività, ci mostrano che ospitalità (a differenza delle procedure amministrative o di polizia) non può essere impersonale, viene da qualcuno e si rivolge a qualcuno. Ma al tempo stesso, non esige dall’altro che si adegui a questa o quella definizione, che rivesta questa o quella “figura” o “abito” d’accettabilità (cosa che finisce sempre con la purificazione razziale, etnica o religiosa). Come ha spiegato Derrida, questa ospitalità riceve dall’altro una lezione di umanità e di universalità, più di quanto non lo impartisca. In un mondo dove nessuno sarà mai più assolutamente “diverso” da un altro, senza per questo fondersi in una sola e unica “identità”, si tratta di trovare un’antica tradizione di rispetto di sé e degli altri e di attualizzarla. Ma molti di noi occidentali abbiamo dimenticato a questo riguardo gli insegnamenti della nostra storia e dei testi fondamentali: l’Odissea, la Bibbia o la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Siamo decaduti, rispetto ad altre civiltà alle quali, però, pretendiamo di dare delle lezioni. 
In ultimo, la resistenza all’inospitalità riguarda la nostra cittadinanza: intendo riferirmi alla cittadinanza attiva, istituita collettivamente, che non si riduce mai all’obbedienza ai governi, ma al tempo stesso non si rifugia nell’irresponsabilità politica. 
In mancanza di ospitalità, gli stranieri(o alcuni tra loro, in certo senso i “più stranieri degli altri”) vengono trattati come nemici temibili, indesiderabili, da odiare. Questa perversione dell’appartenenza non rafforza gli stati né preserva le nazioni. Al contrario, li delegittima e li destabilizza. Instaura uno stato di d’emergenza permanente che si apparenta ad una guerra civile mondializzata.  Annuncia catastrofi che non saranno più soltanto “umanitarie”. In mancanza di ospitalità, i cittadini di qui e quelli dell’altrove (per esempio, gli europei e gli africani), tra i quali si eleva un muro di segregazione e di pregiudizi, non possono più pensare ai loro interessi comuni (lavoro, occupazione, creatività, ambiente, scuola…) e risolvere i loro conflitti (sia che risalgono al passato o siano attuali). Nessuno credi che gli interessi si armonizzino spontaneamente, ma nessuno deve pretendere, d’altra parte che siano inconciliabili. In mancanza di ospitalità, le popolazioni vengono ridotte a delle “variabili d’aggiustamento” per l’economia di mercato oppure delle “razze” trasformate in capro espiatorio in periodi di crisi (come dimostra oggi la stigmatizzazione dei Rom): non sono dei popoli, nel senso storico, culturale e democratico del termine.
Fare l’elogio dell’ospitalità, e metterla in atto malgrado tutto, non significa quindi rifugiarsi nel moralismo o, come alcuni dicono, nell”’angelismo”, ms vuol dire al contraro lavorare senza sosta, in quanto cittadini di un certo stato e del mondo, a fare in modo che l’incondizionato, che è semplicemente l’umano, entri nella realtà.  Significa fare politica, e ricreare la politica.  

QUESTE TRE POESIE SONO DEDICATE A TRE DONNE : UN’EBREA, UNA ZINGARA, UNA PRECARIA, FANNO PARTE DI UN TRITTICO ECOSOFICO SULLA UMANA MINORITA’
pino de march

poetic_attivista del  foglio espressionista versitudine

 

MUGGIA 21 LUGLIO 2004

AD NUTUM

CON UN GESTO

“IL PADRONE” TI PUO’ DI NUOVO CACCIARE

OPPURE

LASCIAR DIVORARE LENTAMENTE DALLE SUE MACCHINE 

 

Marianna

Ventisei anni

Operaia interinale

Nel pastificio  “Zara” di Muggia/di Trieste

divorata da una macchina imballatrice di pasta

 

 

 

 

 

BACCHE DI SAMBUCO D’ORIENTE

ALLE SETTE DI UN MATTINO ASSONNATO

CON UN SOLE VOLATO GIA’ ALTO

IN UN BAGNO DI SUDORE

A DUE PASSI DA UN MARE MUGGIANTE

SEI STATA TRASCIANTA 

DIVORATA A TERRA

DA UN MOSTRO TECNOLOGICO

SEI STATA IMMOLATA

 

A QUELL’ALTRO MOSTRO ECONOMICO

CHE PORTA UN NOME GIA’ NOTO AI MODERNI

“DAS KAPITAL”

NOME ASEGNATOGLI

DA UN ANALISTA RAFFINATO

EBREO

COMUNISTA

TEDESCO

 

MARIANNA

NELLA TUA CONDIZIONE PRECARIA E TRABALLANTE 

NON POTEVI CONOSCERE

QUEL MOSTRO BIGIO DALLE TRENTA TESTE

CHE TI HA SOFFOCATO CON LE SUE MANI PRESSE

 

MARIANNA

TI IMMAGINO

CAPELLI GRANO DI DANUBIO

SCAPIGLIATI DALLA BORA DEL MATTINO

CON CIOCCHE VIOLACEE

DELLE BACCHE DEL SAMBUCO D’ORIENTE

DIVINITA’ ARBOREA  DELLE TERRE DALMATE VICINE

 

 

 

MARIANNA

I TUOI SESSANTA COMPAGNI E COMPAGNE

CUMPANIS

CHE NON TI CONOSCEVANO ANCORA

AMMUTINATI

AMMUTOLITI

SUL PONTE DELLA ZARA

ALZANDO

PUGNI CHIUSI DI RABBIA

CONTRO IL CAPITANO DI VENTURA

 

IN UN IMMENSO SILENZIO

DI MACCHINE

DI LACRIME 

PROTESTANTI NON CONTRO LA CATTIVA SORTE

MA L’ANNUNCIATA TRAGEDIA

DELL’INSICUREZZA PERMANENTE

DEI LAVORI CONTEMPORANEI

 

MARIANNA

IL SOLE GIA’ TRAMONTA ALL’ORIZZONTE SU VENEZIA

E UNA PALLIDA LUNA AD ORIENTE

TRA OMBRE BALCANICHE  E SOFFI DI BORA

ANNUNCIA NEFASTI GIORNI INFERNALI INTERINALI

 

BOLOGNA ESTATE 2004

AD UNA ZINGARA IMPICCATASI NELL’ESTASTE

DELL’ANNO DUEMILAQUATTRO ALLA DOZZA

E

A TUTTE LE ALTRE UMANE VITTIME

DELLE CARCERI E DEI CENTRI DI DETENZIONE TEMPORANEA

 

 

 

NOMADI FIORI DI CALENDULA

 

LA LUNA

QUELLA NOTTE CHE TI SEI LASCIATA APPENDERE

AD UN FILO DI DISPERATA SELVATICHEZZA

ERA CIRCONDATA

DA UNA BIANCA LUMINOSA CORONA

SEGNO PER UN TUAREG

CHE UNA REGINA

DA QUALCHE PARTE

VIAGGIA IN QUEL CHIARORE

 

TU CHE AMAVI

GUARDARE NEGLI OCCHI LE STELLE

PER LEGGERMI IL PRESENTE

TI SEI LASCIATA APPENDERE

AD UN FILO URLATO DI DOLORE

IL CIELO

QUELLA NOTTE

ERA TRAPUNTATO DI FIORI DI SOLE

TU QUELLA NOTTE

NON HAI SOPPORTATO

DI STARTENE CHIUSA

IN UNA CASA DI PIETRA

CHE PER TE E PER LA TUA GENTE

E’ COME UNA CASA DI TOMBA

QUELLA NOTTE CHIARA

TI HO VISTO VOLARE VIA

TRA NUVOLE E CALENDULE

TU CHE HAI ABITATO SOLO TENDE

TU CHE HAI VIAGGIATO NEI SECOLI

SU RUOTE ALATE

TRA CIELI BLU E TERRE VERDI

TE NE SEI INVOLATA VIA

 

NELLA TUA LONTANA INDIA

LA MATTINA SUCCESSIVA ALLA BOLOGNINA

SULL’AUTOBUS VENTISETTE

HO INCONTRATO SOLITI SCIAMI

DI BAMBINI SCALZI E MOCCICANTI

CON OCCHI BAGNATI E TRISTI

INSOLITAMENTE SILENZIOSI

LE LORO MAMME

AVVOLTE IN TELE COLORATE

TRISTI ED AFFRANTE

CHE NON AVEVANO PIU’ 

 

QUELL’ENERGIA OSTINATA

DI CHI STA NELL’ESTREMO

DEL BISOGNO

QUELL’ENERGIA OSTINATA

DI CHIEDERTI LA MANO

DI DARLI UNA MANO

 

QUELL’ENERGIA OSTINATA

CHE NOI GAGI LEGGIAMO

FASTIDIOSAMENTE ALLA ROVESCIA

ROMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMM

 

NOTE:

DOZZA PRIMO SINDACO COMUNISTA BOLOGNESE

DOZZA ANCHE IL NOME DEL NUOVO CARCERE DI BOLOGNA

BOLOGNINA, QUARTIERE OPERAIO STORICAMENTE NOTO

PER UNA RESISTENTE LOTTA PARTIGIANA CONTRO I NAZIFASCISTI

MA ANCHE PER ESSERE IL LUOGO DELLA SVOLTA NEOLIBERALE

DI OCCHETTO ALLORA SEGRETARIO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO

 

 

A CAECILIA ROSENFELD

rosa gialla tra altri colori spenti e rose recise

 

Sei stata punta in un giorno infausto

Da una spina di rosa velenosa delle valchirie

sei stata ammassata sulla ventiquattresima strada di ferro

con altri spinati della strada di sopra

i Kaufmann

i Levi

gli Altshul

da superuomini

da semidei accecati

dall’odio di Odino

 

uno stravolto dio ariano

alla fine di un tragico nord

nel nordend

in una grigia Francoforte sul Meno

grau frankfurt main

sei stata trascinata

attonita

muta

su carri bestiame

 nel disorientante campo glaciale

 confinato di ferro spinato di Theresienstadt

là dove ogni sole si spegne

sei stata avvolta nelle fiamme

nello sterminato campo di Aushwitz

in una notte piena di ombre

di luna

di lupi grigi

del millenovecentoquarantaquattro

ti ho intravista per caso

una mattina

d’estate

di luglio

di sabato

del duemila e quattro

da una luccicante placca gialla

fulminata dal sole

lunga tredici righe

di un quaderno nerorosso

di impressioni ed espressioni

mentre andavo correndo

per la mia solita corsa zen al parco cinese

tra strademontagne abbondanti di piogge

bergerstrasse

 

tra farfalle di pietre rosa

tra farfalle di pietre verdi

tra strade di rose verdi

tra sfreccianti amazzoni su cavallebiciclette

profumavi di rose galliche

di rosa bianca erano i tuoi cappelli

sui tuoi ultimi settantasette anni

il tuo volto era vellutato di rosa

come LIFTHAASIR la madre della nuova Umanità

sorridevi franca forte decisa discreta

tale e quale donna europea ebrea-turca-tedesca cosmopolita

 

pino de march   poetic_attivista del foglio espressionista versitudine

FRANKFURT AM MAIN

NORDEND

SHEFFELSTRASSE 24

Hier wohnte

Caecilia Rosenfeld

Jahre gebornet 1875

Geb. Simons

Deportirt Theresienstadt 1942

Emordert Aushwitz 1944

Qui abitava

Caecilia Rosenfeld

Nata nell’anno 1875

Famiglia di nascita: Simons

Deportata a Theresienstadt nell’anno 1942

Assassinata ad Aushwitz nell’anno 1944

 

 

 

In molti marciapiedi di Frankfurt am main ed in modo particolare nel quartiere Nordend, là dove sono avvenuti prelevamenti coatti di ebrei dalle loro case e loro deportazioni, nei vari lager di concentrazione e di sterminio da parte della polizia politica nazista, per ricordarli, un’associazione ebraico-tedesca con il contributo tecnico-politico dell’amministrazione rosasocialista della città del primo dopoguerra, ha provveduto a collocarvi una targhetta davanti alla casa del perseguitato e deportato, per ricordare ai passanti distratti, che spesso nella storia le banali distrazioni politiche quotidiane sono muta complicità con gli esecutori urlanti di orrori umani.

Seguono:

Oberweg 4

di fronte alla Musterschule

(una delle scuole superiori più vecchia di Frankfurt am main,

e in questa scuola c’è l’elenco completo degli studenti ebrei frequentanti e deportati dai nazisti e i loro abiti , le loro scarpe da ginnastica, i loro berretti, le loro borse dimenticate , appese tutte in un dei corridoi che portano alla segreteria.

GIUSEPPE DE MARCH DETTO PINO DE MARCH, NUOVA VOCE ESPRESSIONISTA 

Le matrie lingue elementi costituenti del proprio essere individuale e sociale,  come resistenze all’omologazione e alla cancellazione del proprio essere singolare e comune espressivo
RESISTENZE DELLE LINGUE TAGLIATE

 

TESTO DI TULLIO  DE MAURO  PER I 150 ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA
MATRIA LINGUA ITALIANA
Secondo Tullio de Mauro :
“la scelta del fiorentino scritto trecentesco a lingua che, sostituendo il latino, fosse lingua comune dell’Italia si andò affermando già nel secondo Quattrocento nelle nascenti amministrazioni pubbliche dei diversi stati in cui il paese era diviso e si consolidò poi tra letterati del XVI secolo quando sempre più spesso la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio cominciò a dirsi italiano e non più fiorentino o toscano.
Spingeva in questa direzione l’aspirazione ad avere una lingua nazionale come già avveniva nei grandi stati nazionali europei.
Rispetto ad altre parlate italiane, alcune già illustri come il veneziano e il napoletano, il fiorentino scritto aveva il vantaggio di una grande letteratura di rango europeo, il sostegno dell’attiva rete bancaria e commerciale toscana, una assai prossimità al latino, che era la lingua dei colti.

ANALFABETISMO, FERROVIE ED ESERCITO
Tuttavia la tradizione  letteraria dei colti fu un filo importante nella vicenda storica. Nell’Italia preunitaria, scrittori, politici, patrioti da Foscolo a Cattaneo e Manzoni, alla diplomazia piemontese, poterono additare a giustificazione storica della richiesta di unità ed indipendenza dell’Italia l’esistenza dell’unica lingua nazionale.
Ma non mancarono mai di sottolineare il fatto che l’uso dell’italiano era allora assai ridotto. E’ un tema ricorrente.
Nel 1861 data di unificazione dell’Italia  “il 78% della popolazione risultò analfabeta. La scuola elementare era poco frequentata e mancava in migliaia di comuni.
L’intera scuola post-elementare era frequentata dall’1% delle classi giovani.
Secondo le stime la capacità  di usare attivamente l’italiano apparteneva al 2,5% della popolazione.
Un valoroso filologo purtroppo scomparso ha rivisto questa stima al rialzo, suggerendo che la capacità di capire l’italiano appartenesse al 8 o 9%.
Le classi dirigenti  dell’Italia Unificata puntarono esclusivamente su esercito e ferrovie, non sulla scuola.
Solo nel periodo giolittiano, primi del ‘900, cominciò una forte spinta popolare all’istruzione, come riflesso della grande emigrazione verso paesi in cui leggere e scrivere era normale, e come conseguenza diretta del costituirsi di associazioni operaie e contadine e del partito socialista italiano.
La scolarità  cominciò a crescere e anche il prodotto interno lordo destinato alla scuola (edilizia scolastica)
Ma il  processo si bloccò  con la prima guerra mondiale(1915-18),  e poi dal 1925 in poi, per tutto il periodo fascista.
All’inizio del suo cammino la Repubblica si trovò con il 59,2 % di analfabeti e senza licenza elementare, con un indice di scolarità di tre anni a testa, a livello dei paesi sottosviluppato.
Oggi l’italiano è parlato dal 94% degli italiani.  Solo il 6% tra le mura domestiche parla il dialetto. Il 5% parla lingue minori .

 

 

 

 

 

 

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