Report poetico e civile del Festival della poesia europea (2016-FFM)e dintorni di resistenza metropolitana

9 – FESTIVAL DELLA POESIA EUROPEA

FRANKFURT am MAIN, 19 -21 MAI 2016

I temi affrontati dal festival sono stati: Poesia ed Impegno politico e civili, Poesia e Natura, Poesia e  interazione interculture tra lingue europee ed un sentito  omaggio una lezione magistrale  a Leopardi.

GIOVEDI’  19 MAGGIO 2016

Tra le ore  17-  18

Hotel Monopol, Manheimer Strasse 11-13, Frankfurt am Main

L’Hotel Monopol si trova  a due passi da una delle uscite laterali della Stazione Centrale di Frankfurt am Main.

Il Festival è stato aperto nella grande Hall dell’Hotel tra grandi specchi dai bordi dorati ed arredata in uno stile classico novecentesco,  in presenza di una  piccola avanguardia di poeti e poete  europei, di un giovane Console Italiano il Dr. Maurizio Canfora,  mostratosi  sensibile alla poesia, alla cultura e ai fatti sociali contemporanei  e di vari rappresentanti degli Istituti di Cultura Germanica, Spagnola ed Italiana in Germania.

Il benvenuto agli invitati è stato dato dalla Poeta Marcella Continanza – Art Director ed iniziatrice di questi incontri annuali tra poeti e poete europei. Marcella Continanza nel corso di questi nove anni si profusa non solo nelle ore e giorni  in cui si sono svolti  i festival, ma per  tutto il tempo prima, durante e dopo a tessere relazioni con poeti e poete, con le istituzioni culturali e a progettare nei minimi dettagli gli eventi festivalieri. Ha saputo avvalersi  anche di un piccolo competente appassionato staff che l’ha coadiuvata in questa opera minima ma di grande portata nella tessitura di una rete informale tra poeti e poete, artisti, intellettuali europei, ed anche cercando di coinvolgere un discreto pubblico amante della poesia.

Il  Meet Up poetico è originariamente  pensato non solo  per  mettere in relazione sperimentazioni, culture,  pratiche poetiche civili e letterarie delle/nelle varie città e paesi d’Europa ma anche al fine di  promuovere una cosmopolita  pacifica cooperazione tra intellettuali e genti comuni d’Europa.

N0n si è trascurato di parlare nei giorni del festival delle lacerazioni  che attraversano l’Europa, avvertita come decadente  per essersi evoluta in questo inizio secolo XXI  lontana dai principi ideali  dei suoi fondatori che la volevano pacifica ed edificata  su basi interculturali, con  politiche ed economie sociali e non invece come percepita entità aliena governata da una classe politica spesso subalterna alle oligarchie economiche-finanziarie  continentali e globali  e poco attenta alle  condizioni in cui versano le  sue genti comuni europee.

Tra le autorità  spiccava  la presenza autorevole, aperta e mediterranea  del giovane Console Maurizio Canfora, che ha saputo esprimere non solo una formale e dovuta accoglienza ma anche un esplicito proposito a sostenere i prossimi  incontri culturali europei, e a voler al di là   di ogni formalità,  favorire una concreta reciprocità  tra culture europee.

Alla fine c’è stata l’auto- presentazione informale dei singoli poeti e delle singole poete alle autorità culturali presenti , seguito da un sobrio aperitivo che riflettono da un lato, una  decennale crisi economica-finanziaria delle istituzioni culturali in cui versano da ormai molto tempo, per tagli spesso lineari avvenuti nei bilanci delle istituzioni culturali, ma da un altro lato una  positiva emergente morale pubblica che cerca di fare un uso appropriato e non sfarzoso del denaro pubblico.

REPORT POETICO di Pino de March 

Frankfurt 2016

Il 9 Festival della poesia europea si presenta ormai da alcuni anni, in modo scarno ed asciutto,  privo di quella aulica formalità o verticalità che caratterizzavano le manifestazioni e gli spazi di debutto dei suoi primi anni.

Resta memorabile di quel tempo la grande Sala Comunale del Roemer con una gigantesca  aquila bifronte sullo sfondo della parete centrale, collocata nello stesso palazzo che fu sede storica del primo parlamento germanico(18/5/1848, con Presidente dell’Assemblea H. von Gagern), disponendosi in alto con un arco maestoso e circolare di sedie storiche pre-destinate alle  autorevoli presenze, nel nostro caso i  poeti e le poete invitate ai primi Festival,  e ai suoi  piedi sulla destra  si ergeva un  imperioso pulpito,  ove si alternavano leggendo con aura di sacralità  i poeti e le poete, e le loro singolari  voci si amplificavano nella sala con la naturalità  acustica di un teatro antico.  Sotto di esso venivano deposti  ogni giorno mazzi di fiori,  immagine  d’immensa tristezza per le associazioni  mentali tra fiori, tomba e poesia che mi evocavano, a destra di esso invece una piccola  e viva orchestra di strumenti a corda e fiato scandiva i tempi del succedersi delle varie performance poetiche.

Davanti in basso nella sala una distesa di sedie molto moderne sedeva il pubblico numeroso degli  intervenuti dai vari paesi europei, e  gli italiani erano sempre tra i partecipanti i  più numerosi. Occasione annuale di incontro per la comunità italiana per un rimpatrio culturale oltre che relazionale.

Questa volta, i tre giorni della ‘9 edizione 2016 del Festival della poesia europea’  si  sono svolti  in modo diverso e in forma oserei dire di Simposio  per la tipica orizzontalità  ed intensità seminariale,  con eventi quotidiani diffusi in piccole sale nella città, messe a disposizione dalle varie associazioni, istituzioni e caffè storici,  luoghi cooperanti culturalmente ove si sono confrontati poeti, poete e pubblico in forma di conversazione e narrazione specificamente poetica e letteraria,  ma anche di riflessioni politica-filosofica e culturale sulla cinica indifferenza  verso le problematiche marginalità sociali di cui sempre gli intellettuali nel corso del secolo scorso prontamente si attivavano, margini o scarti  che il sistema iniquo globale sempre più finanziarizzato  riproduce come automa ingovernabile.  Però non si è neppure tralasciato di parlare di impegno delle indignate comunità intellettuali  e delle empatiche singolarità poetiche(attivisti poetici ed artistici) nelle varie città d’Europa,  solidali con  quel 99% della popolazione resa precaria sia nella dimensione materiale che esistenziale.

Intellettualità attiva che resiste come minorità riflessiva alla  crisi dell’Europa politica e degli Stati medesimi,  e che sa coraggiosamente prendere posizione contro  la  gestione tecnocratica,  lontanamente democratica della BCE e delle altre  Istituzioni politiche Comunitarie,  per il modo elitario che hanno di  affrontare  il debito residuale e crescente degli stati sociali e  la crisi economica-finanziaria che si presenta da tempo come  perenne secolare  stagnazione del Continente.  Ci si è  soffermati con particolare attenzione sulla sofferenza delle genti comuni europee indotta da una ormai decennale crisi  o misure che si rivelano nei fatti  come Shock-Economy, espressione coniata dalla giornalista, scrittrice e critica canadese  della globalizzazione Naomy Klein, per indicare gli effetti e l’applicazione sconsiderata  delle teorie e misure  liberiste di Milton Friedman e della Scuola di Chicago,(definiti anche economisti della Chicago Boys), prima in diversi stati del Sud  del pianeta dagli anni settanta fino al 2007, e poi di seguito anche nelle aree metropolitane europee e nel sud dell’Europa partire dal 2008, producendo conseguenze peggiori di un qualsiasi ‘non intervento’.  E’ sotto gli occhi di tutti la sofferenza del popolo greco e delle popolazioni delle città metropolitane di Atene e Salonico ridotte allo stremo.

L’applicazione di queste politiche neo-liberiste  prevede: la  liberalizzazioni dei salari e l’imposizione di forme contrattuali flessibili’, privatizzazioni dei servizi pubblici, tagli spesso lineari della spesa pubblica e del Welfare State, deregulation o de-regolazione dell’attività economica, politiche emergenziali  effettuate (imposte) senza consenso popolare sotto la pressione di eventi shock contingenti come la caduta del muro di Berlino ad Est (anni novanta del secolo scorso) a cui seguì  la rapida dissoluzione degli Stati e del sistema totalitario del socialismo  reale,  ed ad ovest una crisi sistemica ormai decennale associata in alcuni paesi del sud d’Europa ad una  crisi  politica della rappresentatività dei partiti storici e del sistema politico,  accelerata  da parallele  inchieste giudiziarie su fenomeni di corruzione o di malaffare politico. L’effetto di queste politiche shock ha determinato un impoverimento ed immiserimento materiale e culturale delle popolazioni nelle aree interessate sia in Europa che fuori dall’Europa.  L’inadeguatezza delle misure neo-liberiste della troika (Fondo Monetario internazionale,  Banca Centrale Europea, Commissione Europea) hanno ingenerato nelle popolazioni colpite dalle misure shock  di austerity insicurezza e ostilità verso gli stranieri-migranti  divenuti i nuovi capri espiatori,inimicizia  alimentata da un diffuso e reattivo  populismo urlato  che genera ulteriore malessere sociale e sfiducia nella politica intesa come auto-organizzazione dal basso e ragionevole attiva  progettazione.

A tutto questo s’aggiungono a seguito  delle diverse guerre euro-americane ‘spacciate come democratiche ed umanitarie’   dall’Afganistan all’Iraq, dalla Siria alla Libia, guerre dimostratesi nei fatti neo-coloniali ‘,  per le intenzionalità appropriative di fonti altrui -energetiche petrolifere o di altre risorse naturali’(durante il G8 di Genova 2001, una suora che partecipava alle manifestazioni per la globalizzazione dei diritti contro la globalizzazione economica-finanziaria che invece li cancella, intervistata disse: le guerre le fanno solo là dove il sottosuolo ha risorse da offrire non certo là dove il suolo ed il sottosuolo non hanno nulla da offrire), profonde destabilizzazioni dei paesi coinvolti nella  guerra, e  conflitti inter-etnici e religiosi, che sono all’origine di   esodi biblici di moltitudini  e di  una pressione migratoria senza precedenti sui paesi del Mediterraneo europeo, migrazioni comparabili solo  in parte con quelli verso le Americhe generati dall’ultima  guerra nazi-fascista politica e razziale in Europa tra le due grandi guerre (1918-1945).

E questi temi cruciali del rapporto tra Poesia, impegno civile, azioni di strada e nelle periferie o  nei luoghi di lavoro,  sono state affrontate in via formale in due momenti o sessioni specifiche del Festival, con enunciazioni poetiche,  argomentazioni e conversazioni con poeti/e  e pubblico, la prima sera al Club Voltaire, luogo s1orico dell’intellettualità critica e sociale francofortese  post-68,  con il poeta operaio –Ferruccio  Brugnaro moderato o meglio agitato da un autore sferzante e polemico come Hartmut Barth-Egelbart,  in co-presenza con Giuseppe Zambon, altro operatore politico-culturale -editore e gestore della storica libreria Sued- Seite della KaiserStrasse53,  animatore della scena politica antagonista della comunità italiana in Frankfurt Am Main,  e il secondo giorno del Festival  al Cafè AM DOM-METROPOL con il poeta di strada e civile Pino de March, accordato e tradotto dal amico filosofo e traduttore -Thomas Atzert .

Thomas è  noto come traduttore -filosofo di alcuni pensatori critici dell’Italian theory  come il filosofo ‘maledetto’ Toni Negri e di un altro filosofo statunitense  Micael Hardt, di cui entrambi sono autori di un saggio a diffusione planetaria ‘‘Impero’(saggio che cerca di analizzare criticamente e di inquadrare  teoricamente i processi di globalizzazione),  come di altri pensatori ed analisti sociali critici  ‘ dell’altro movimento operaio’  da Sergio Bologna,  al filosofo sociale Sandro Mezzadra studioso del ‘Comune’- non solo come nesso amministrativo locale ma come  modo di produzione ambivalente contemporaneo – dominante ingenerante scarsità e controllo o resistente ed eco-solidale ingenerante  abbondanza e socialità ecc.

Chi è il poeta Ferruccio Brugnaro  e quali sono i contenuti della sua poesia?

La poesia di Brugnaro è stata una variante poetica  di quella narrazione e pratica conflittuale in quella stagione politica definita come epoca  operaista o della  seconda ‘grande trasformazione  sociale’ dal basso, operata  da soggetti operai e non operai, studenti,donne e giovani proletari, in netto contrasto con i ‘piani del Capitale industriale pubblico e privato, negli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Un periodo definito di ‘comunismo di movimento o di democrazia diffusa sociale’ ove si è operato una grande distribuzione della ricchezza sociale, con una  forte contrazione delle diseguaglianze sociali. Ora Brugnaro pratica una poesia della ‘crisi’, riflessiva dei fatti politici e  sociali contemporanei.

Nei fatti in quei ‘gloriosi anni ‘si sono battuti sentieri e percorsi di analisi e critica,  di concreta emancipazione e liberazione dal dominio dell’uomo sull’uomo(diseguaglianze), dell’uomo sulla donna(discriminazioni), degli adulti sui minori (anti-autoritarismo) ecc.  attraverso un’intensa  lotta di classe, di genere e una radicale rivoluzione culturale agita da intellettuali, donne giovani proletari  e studenti ecc.,  per l’affermazione di una società di liberi ed uguali senza distinzioni e  discriminanti sociali o sessuali,  una  socialità che ha garantito per mezzo secolo benessere individuale e sociale,  diffuse pratiche assembleari e affermazione di contro-potere dal basso delle soggettività emergenti  oltre che una partecipazione democratica alla sfera pubblica delle classi subalterne,  considerato ormai  un tempo storico non solo del piombo (per fenomeni di lotta armata)  ma anche di rivoluzione molecolare dal basso che ha permesso di esprimere al massimo grado la  potenza sociale contrastante la sopraffazione di poteri e domini secolari che erano all’origine della soggezione e subalternità.

Il  poeta operaio  Brugnaro ha evidenziato nella conversazione e presentazione del suo testo-raccolta di poesie, la crisi dell’intellettualità critica e prefigurativa di altri mondi possibili post-capitalisti, a cui a suo parere è seguito un profondo smarrimento che ha colpito in modo rilevante i soggetti sociali della sinistra riformista e anticapitalista o delle forze del movimento operaio, tutto  a seguito della caduta del muro di Berlino  o del socialismo reale (1989) e con l’imporsi a livello planetario di una globalizzazione economica-finanziaria  anglo-americana e di un pensiero unico,  a cui a fatto seguito  una  rapida ‘neutrale’ circolazioni di merci e forza-lavoro-invenzione,  a scapito della globalizzazione dei diritti  e della libera circolazione degli esseri umani. Questo tipo di globalizzazione a senso unico economico-finanziario ha prodotto , un  riflusso dei movimenti sociali storici ed  una chiusura depressiva nel privato della poesia come delle altre forme d’espressioni e critica e  delle stesse visioni alternative a quella della società dei consumi  e del mercato delle Corporation –multi-nazionali, una forma ideologica liberista e turbo-capitalista senza contrappesi culturali, ecologici, politici e sociali che possano contenere  lo strapotere oligarchico e totalitario dei pochi (del l’1%).

Ferrruccio Brugnaro è un poeta operaio, operaio nella seconda metà del secolo XX  a Marghera, area industriale edificata sulla laguna tra Mestre e Venezia, e dire Marghera in quelli anni di accesa conflittualità, significava  non  solo indicare un non-luogo o area industriale petrolchimica, ma anche una città viva e attiva operaia industriale – con una forte prossimità quotidiana tra abitazione e lavoro, un’ industrial town, un addensamento operaio, ma anche in negativo una città dormitorio,  con forme di seclusione industriale dei suoi abitanti, per le condizioni di vita in forte prossimità con le lavorazioni industriali,  che determinavano così  forme   infernali e segregative  di vita , una totale alienazione di suoli e natura e dei corpi, desertificazione e inquinamento di terra e laguna, e i prati, i tetti e i davanzali erano permanentemente ricoperti di un manto olioso  nero carbone-petrolio ,con un picco di malattie professionali proprio per l’esternalizzazione di veleni e fumi; alla fine del secolo scorso un gruppo musicale reggae della periferia veneziana i  Pittura fresca cantavano a squarciagola ‘a Marghera nialtri lo femo presente che par lori la xe aria bona par nialtri la xe fetente, marghera senza fabbriche saria più sana, na jungla de panice pomodori e marijuana’.

Mia sorella Lina i suoi primi anni di servizio come praticante ginecologa  li svolse a Marghera, ed  lei che mi raccontava dei picchi di tumori tra le donne ed anche delle molte involontarie interruzioni di gravidanza,  non per la mancata informazione tra le donne sugli anticoncezionali, ma soprattutto per l’opposizione e i pregiudizi sugli anticoncezionali dei loro mariti, che li consideravano mezzi  di sottrazione delle donne al loro controllo maschilista della sessualità, oppure strumenti atti solo alla prostituzione,  e non invece mezzi di liberazione ed autodecisione delle donne e dei loro mariti se emancipati  ad una maternità e paternità responsabile. E  proprio per questi limiti culturali  che le interruzioni di gravidanza spesso clandestine delle donne, per evitare gravidanze indesiderate, diventavano nei fatti forme di contraccezione involontaria e traumatica. In questa terra deserta crescevano anche fiori rari come la poesia di Brugnaro e le lotte per meno orario e più salario, contro la  mercificazione della salute ma anche visioni nuove di società egualitarie e senza discriminazioni sociali, sessuali  o mentali.  Inoltre in questo frammento di terra avvelenata si sperimentavano forme di lotta ed auto-organizzazione autonome non delegate o etero-dirette  sindacalmente, ma vissute in prima persona nella mitica assemblea operaia autonoma di Porto Marghera.

Durante la presentazione-lettura  delle poesie di Brugnaro  si è parlato anche del ruolo civile della poesia, ed in questa discussione con il poeta ed il  pubblico, Zambon e Harmut hanno affermato perentoriamente come è spesso nel loro stile ‘ideologico’ che l’unica attività poetica degna del nome di civile e critica è la poesia impegnata socialmente e non l’attività poetica individuale esistenziale, perché a loro giudizio incapace di analisi e trasformazione sociale(disprezzata e stigmatizzata da loro come onanismo culturale). Su questi loro interventi  a mio giudizio ‘dogmatici’  ho ribattuto dicendo che l’attività poetica ‘esistenziale’ di Leopardi o della poeta Saffo, o di scrittori come Italo Svevo,   o altri o altre,  come Virginia Wolf, pur non svolgendo una critica esplicitamente politica-sociale,  hanno saputo tessere una critica radicale molto precisa,  fornendo alle soggettività individuate attraverso  l’analisi esistenziale,  strumenti anche di analisi sociale puntuale anticipatrici di cambi di visioni di mondi. Poi ho ribadito che il narcisismo o l’onanismo non ha manifestazioni solo individuali ma anche collettive, quando si pretende di proiettare dalla’alto sulla società le proprie visioni ideologiche di mondo  o le elitarie e autoritarie volontà politiche , senza saper costruire azioni comuni partecipate e condivise generalizzate.

Questa nuova ideologia del pensiero unico o neo-liberista  mercantista ha soppiantato tutte le altre forme plurali ,neutralizzandole,  e questa forma acritica ha avuto la sua versione poetica negli slam e reading poetici, ispirata ad espressione di un tempo remoto   di antiche sfide tra poeti,  gioco sociale o di critica alla società, rime espresse in ottave in contesti pubblici o di piazze, in  varie contrade italiane nei secoli passati,  migrata con gli emigrati italiani nel secolo scorso negli Stati Uniti ha assunto là, con il tempo, caratteri di  contaminazione competitiva  ed individualista (reading), tornata poi  nel continente europeo alla fine del secolo scorso,  ha assunto nel primo decennio del XXI secolo la forma democratica e rivoluzionaria che restituiva  a tutti e a tutte la voce e la parola poetica, limitata fin a quel momento ad un’élite di poeti e poete che si auto-legittimavano e rendevano la poesia spesso un esercizio letterario  elitario disanimata,  ma questa rivoluzione culturale e poetica si trasformò velocemente con l’affermarsi del pensiero unico liberista e con l’avanzata crisi dei movimenti culturali  (riflusso) e del relativo impegno civile,  in  una perversa  forma di poesia narcisista indifferente all’altro o altra,  alla relazione e alla condivisione, una forma di liberismo poetico distruttivo  o indifferente dell’Altro o Altra voce o espressione. L’importante diventava vincere a qualsiasi costo e votare a priori per il clan degli amici poeti ad ‘orecchie chiuse’, indifferenti alle voci altrui che spesso s’alternano al microfono nella totale solitudine, salvo poi i concorrenti ritornare in sala solo per conoscere  i risultati delle votazioni che avvenivano nelle sale tra il pubblico tribalizzato, e spesso anche a contestarle se non si è tra i vincenti. Tutto si declinava come spettacolo ed intrattenimento privo di quella capacità non solo di gioire ma anche saper aprire criticamente a visioni differenti e a prospettive di condivisione di vita  e di mondi possibili.

Il secondo giorno del Festival nel caffè AM DOM-METROPOL  il poeta Pino de March, accordato e tradotto dal filosofo traduttore -Thomas Atzert , ha condotto una conversazione poetica, politica e filosofica con alle spalle un foglio che illustrava le prime mappe dei disseminati CPT (Centri di permanenza temporanea) in Europa, luoghi  nei fatti di segregazione amministrativa di migranti-profughi,  fuggiaschi da squilibri di ogni genere generati in modo prevalente dalle nostre guerre petrolifere euro-americane(tra gli anni 90 del secolo e la prima decade del presente),  a cui hanno fatto seguito e ancora seguono esodi di profughi, naufraghi e clandestini, a cui l’Europa seppe rispondere solo con politiche sicuritarie ed emergenziali e non di stabile accoglienza, edificando invece centinaia campi di concentramento disseminati in tutta Europa, denominati prima CPT ed ora CIE (Centri di identificazione ed espulsione), un ‘non luogo’ poco pubblicizzato (ben occultato spesso collocato in una qualche estrema periferia)in cui vengono deportati e reclusi in forma di detenzione amministrativa migliaia di migranti in fuga da guerre,  da crisi climatiche, dalla miseria, o  con il solo  desiderio di farsi una nuova vita, desiderio non diverso da quello che spingeva migliaia di nostri connazionali italiani  a prendere la via delle Americhe nei secoli passati. In questi non-luoghi di detenzione lontano dalle città e dagli sguardi indiscreti, i migranti sans papiers o clandestini vengono rinchiusi e suddivisi  all’interno di aree specifiche per genere ed etnie; il poeta de March si è soffermato a riflettere sulla condizione della vita migrante dentro queste strutture concentrazionarie post-moderne e sulla violenza che i migranti lì subiscono, nello specifico le denunciate violenze subite o intentate sulle donne da parte di funzionari di pubblica sicurezza che si dovrebbero invece occupare  della loro detenzione e cura.  Questa violenza non è presente solo in questi Centri di permanenza temporanea(CPT) ma anche nelle  loro brevi detenzioni  e passaggi  nei vari commissariati.  Le Elegie presentate dal poeta de March sono state due: l’ una denominata ‘naufraga o pro-fuga e l’altra ‘clandestina’. Quest’ultima ‘clandestina’ è stata dedicata ad una migrante ucraina,una certa Alina, morta impiccata ad un termosifone in un commissariato di frontiera alla periferia di Trieste. Per questa strana morte  è stato indagato il responsabile ufficiale del commissariato e subito rimosso dal suo incarico, dopo che  nell’ufficio dell’indagato sono stati trovati libri di orientamento nazi e fascista, tra cui il Mein Kampf di Hitler e altro.  Inoltre sul tavolo del commissario un portacenere sul cui fondo  era  scritto ‘ebrei’.  Nella seconda elegia ‘naufrafa o pro-fuga’  il poeta s’immedesima nell’esodo dei migranti, e li accompagna  in questo strano viaggio iniziatico attraverso fuoco,acqua , aria, e terra,  viaggiando virtualmente ed empaticamente con loro attraversa mari e deserti, a strani deserti  diventati  nemici, a loro gente delle tende e delle radure desertiche.

Giunti poi sulle coste nordafricane altre  violenze e detenzioni  provvisorie, e poi l’attraversata del mar mediterraneo tra tempeste e naufragi, ed infine  l’aria chiusa e impregnata di nafta ed umori di varia umanità, nelle stive e poi negli aggregati umani  di prima di accoglienza e detenzione, viaggi-incubi che si concludono spesso in  lavori servili e semischiavistico nelle terre del sud come del nord  Italia nell’allevamento del bestiame e nella raccolta dei frutti della terra.

Pino de March

Elégie du réfugié naufragé

LUNE DU NORD

A travers les déserts

je brûle près des morts

j’ai perdu ma vie parmi les dunes, le vent et le sable

 

Par des caravanes inconnues

je parvins jusqu’aux terres du milieu

et là vendu violenté violé

avec d’autres frères et sœurs

entassés comme des boucs

sur les marges du port

 

j’échangeai mon rein

et me dépouillai de tout ce que je possédais

pour un exode incertain avec mes êtres les plus chers

 

Vers le lointain profond

Sur des bateaux à voile et à rames et sur les barques lancées vers le royaume de la faim*

Corps sur corps parmi les ombres

dans la mer de tempête

où sont maltraités

nos longues barbes

etcheveux loques visages peaux de variable humanité

 

Mon corps tremble parmi les corps

dans la soute gelée ou suffocante

 

Rêve des espaces d’Europe

rêves qui ne sont pas si spacieux

cauchemars de monstres marins et de trafics humains

je perdis la vie dans mon sommeil et en mer

 

La vie est risquée

ellerequiert

et suppose le risque

et nous survivants en cercle à la tombée du jour

nous dansions d’avoir échappé à la mort

aux tyrans aux gouverneurs aux militaires

aux « noires guerres pétrolifères » qui ont bouleversé nos vies nos terres

nos maisons nos géopolitiques,

auxvideo-décapitations des noirs califes de Daesh et aux fusillades

des fanatiques djihadistes,

aux mers rougies et aux déserts eux aussi devenus nos ennemis.

 

Navigarenecesse est vivere non necesse**

en aucun ***

Maintenant froide étoile je suis

gisantde dos sur la plage

seul et traversé par la lune du nord

je continue de fuir des cuirassiers supposés amis

 

Où suis-je ?

En aucun lieu à côté d’anges frères n’importe où ni par qui examinés

pistés par des chiens et par des hommes armés et en tenue comme d’extraterrestres

Où est le sable pour le tendre pied du migrant ?

Où les tentes d’accueil de mes frères et sœurs du nord ?

Où les chaudes lumières des villes de verre ?

Où s’arrête la présumée civilisation supérieure de l’Occident ?

Porte de Lampedusa, île mère des exilés

 

C’est seulement à Lampedusa

que je ne me suis pas senti seul

et dans le fracas de langues on entendait une voix chorale

- Voici les vieux frères et sœurs, très jeunes, et des femmes portant au bras

les garçons et les filles, le pain et les olives et des oranges dans leurs poches (PPP)

 

Pendant la nuit depuis ces écueils marins des pêcheurs captent des voix excitées pleurs de bébés hurlements de femmes

et signaux de détresse dans une mer sous les vents en rafale

Et puis comme en un rêve

soudainement des hommes vêtus de blanc comme des cavaliers sortant de la mer

ils agrippent à la dérive nos fragiles grosses barques colorées inclinées sous leur poids d’humanité en déréliction

et tirent vers leurs barques nos corps épuisés, trempés d’eau salée et de pétrole malodorant

et enveloppent nos corps contusionnés affamés assoiffés en des draps caloriques d’or et d’argent

Et la voix lointaine d’un poète ami me chuchote :

dans leurs terres aux races

Diverses, la lune cultive

Une campagne que tu

Lui a inutilement procurée  (quatrain de prophétie de PPP)

 

Puis

Je survécus pendant des jours et des mois

enfermé dans des champs de tomates

enfermé dans des champs d’orangers

enfermé dans des champs de citronniers

enfermé dans des champs plantés de vigne et d’oliviers

à l’intérieur de repaires dégradés

baraquements improvisés au voisinage d’autres sœurs et frères de l’Afrique de l’Est

A Rosarno à Nardo’ et maints autres – non – lieux

nouveaux camps de concentration  – pour de nouveaux esclaves – que la lune du nord illumine et rend visibles aux portes des fermes,

très concentrées parmi campagnes et fabriques de la zone du Po’

route d’échange entre le nord et le centre et le sud

qui « rendent libre » et puissante la nouvelle « race patronale » planétaire.

 

Où est ma lune du sud ?

Où est ma tente ?

Où ma cabane ?

Où ma maison de sable et de pierres ?

 

Douleur !

Terre étrangère !

 

Sans l’haleine du souvenir dans la fumée du foyer étranger

Où sans jamais ralentir

Aucun sein maternel ne me porta****

 

Âme lointaine

Rends-moi profond

Âme en fuite

Rends-moi le lointain

Moi, je le sais : je serai pour toujours un réfugié

et lever de lune du sud

rayonnante en cette froide et liquide Europe.

Et la voix lointaine d’un poète ami m’incite de nouveau à résister

avec ses prophétiques paroles ;

Et nous irons comme des gitans

Vers le nord-ouest

Avec nos haillons et nos visages diversement colorés

Sous le vent

Eux toujours humbles

Toujours faibles

Toujours soumis

Toujours coupables

Toujours petits,

Eux qui eurent des yeux seulement pour implorer, eux qui vécurent sous terre  comme des assassins, eux qui vécurent comme bannis au fond de la mer, eux qui vécurent comme des fous au milieu du ciel…

(…)

Trahissant la candeur

des peuples barbares

derrière leurs Ali aux yeux bleus  (PPP)

sortiront de sous la terre, des fonds marins, des périphéries, d’autres refusés et d’autres marginaux qui enseigneront

comment l’on est frères et sœurs sur une terre commune connue

navigarenecesse est vivere non necesse

(Selon Plutarque ce fut cet encouragement que prodigua Pompée à ses marins, lorsqu’ils lui opposaient leur résistance à s’embarquer vers Rome pour transporter le blé des provinces, indispensable à la survie de la Ville.)

 

Pino de March

Poète de rue militant

 

Traduction de l’italien par André Ughetto

Tali strutture detentive  CPT e CIE sono regolate da leggi e regolamenti nazionali che prevedono fino 6 mesi di detenzione(legge Bossi-Fini) solo per essere privi di documenti d’identità, sottratti dai trafficanti d’umani durante il loro viaggio), reclusi  senza aver commesso nessun reato penale o civile. O di averne commesso realmente ‘uno’  secondo il poeta musicista Ivan della Mea, quello essere arrivati vivi in Europa’.

Tali strutture a parere di Pino de March sono comparabili ai vecchi manicomi ove venivano detenute persone per  il solo pre-giudizio  sociale di essere considerati pericolosi, perché  folli, follia intesa per tutta l’epoca classica (illuminista-positivista)come espressione di un’eccedenza non orientabile o contenibile in forme artistiche o linguistiche, ma delirante la norma razionale codificata dalla società disciplinare della produzione e riproduzione capitalista(produttivista), legittimata da una  positivista visione disciplinare o ‘scienza psichiatrica’ che ne prescriveva  i sintomi, però innanzitutto  per la paura che –il folle ma anche le folle-suscitavano nelle popolazioni borghesi del ‘700-900’. Ora lo stesso destino e stigma accompagna i migranti-clandestini  per il solo fatto di essere senza papier-o documenti, e come tali percepiti come ‘non persone’, che suscitano nelle popolazioni locali  europee per questa loro ‘non identità’  panico e attribuzione di senso di pericolosità sociale; solo la loro reclusione lontano dalle città  può far placare , in queste paranoiche comunità chiuse, l’ansia inconscia che essi provano verso l’altro –demonizzato –e mostrizzato dai media ma soprattutto  da una opinione pubblica allarmata,  fanatizzata e in-paranoiata  dalle destre xenofobe dell’Europa(Lega Nord, Fratelli d’Italia e Forza Italia, e Forza nuova ecc.ed altre formazioni in Europa come Alternative fuer Deutschland e la lista Le Pen in Francia).

Il poeta de March si sofferma sui vari fenomeni di prima reattività all’inizio degli anni ’90 nella periferia della sua città, la Bolognina, quartiere operaio e partigiano, per  la presenza in via –Barbieri –di aggregati migranti addensati in palazzine popolari, ove gli  speculatore-proprietari  –Fratelli Marzaduri- non si limitavano ad affittare gli appartamenti ma anche scantinati e cantine. Accadeva poi che di sera questi migranti  che avevano svolto una giornata di fatica e duro lavoro non sempre regolare,  nelle varie attività manifatturiere della cintura industriale o nella città impegnati nelle varie attività di servizi domestici, ristorazione  o di aiuto alle persone anziane, si riversassero  pacificamente sulla strada per cercare socialità ma soprattutto  aria e spazi, e per loro antiche consuetudini  praticate anche nelle nostre città del sud e mediterranee andassero ad occupare tutti gli scalini delle entrate delle  case della via. Questo fenomeno d’improvvisa presenza migrante seppur pacifica,generò  un certo disagio nella popolazione della via, via di solito deserta o poco frequentata nella sera e nella notte, una via tra le altre cose,  dove tutti si conoscono come accade spesso nei vecchi borghi popolari.  E ora ai molti locali divenuta irriconoscibile. La via aveva assunto ai loro occhi qualcosa di straniero,  la caratteristica di una delle tante rabate lucane o casbe nordafricane. Il paradosso psicologico o le paure primordiali erano che non si  registravano  violenze contro persone o cose  ma piuttosto s’avvertiva un diffuso senso di smarrimento accompagnato a fenomeni di paura-panico di fronte a queste ignote ed improvvise presenze.

Questo strano sentimento panico era evidente che nasceva  dall’improvvisa presenza di questi migranti ma non era attribuibile a loro alcuna responsabilità per essere là numerosi in quanto loro stessi vittime, ma ad un’altra causa, la locale speculazione immobiliare  ed una eccessiva collocazione di migranti in spazi sovraffollati e inumani, e in concreto nei  mancati controlli  delle autorità sull’attività ‘impropria commerciale’ degli  speculatori.

Il  disagio dei locali e non quello dei migranti fu preso a  pretesto dalla destra populista e ‘post-fascista’ e localista, per convocare assemblee urlate ed infuocate della popolazione locale, assemblee ove le nuove destre populiste provano a ri- legittimarsi  in quartieri operai ed antifascisti a loro estranei,  facendo un deliberato uso politico delle paure e dei disagi provocati non tanto dagli stranieri quanto da chi sulle loro vita specula economicamente e politicamente. Hanno tentato perfino di praticare un corteo con uno striscione che riprendeva pari pari uno slogan- riprendiamoci la città – inventato negli anni settanta da ‘Lotta Continua’ formazione di movimento  della sinistra rivoluzionaria.

In quei giorni di ‘sollevazione popolare’ non sono mancato a nessuna delle assemblee, e la cosa che mi aveva impressionato non era tanto questo fenomeno di panico sociale, ma piuttosto che questo panico aveva contaminato non solo la popolazione ma anche vecchi partigiani e compagni di lotta degli anni settanta. Questa contaminazione panica e  politica, aveva generato una strana confusione ed alleanza tra destra xenofoba e neo-fascista e una sinistra abitudinaria e retoricamente ‘antifascista’, incapace quest’ultima di comprendere, analizzare e creare dispositivi di soluzione del panico(c’era perfino qualcuno fra quegli strani antifascisti che disse: ‘come abbaiamo saputo resistere in quei giorni allo straniero invasore nazi-fascista lo sapremmo fare anche oggi contro questi nuovi invasori’). Gli uni fomentavano la rivolta speculando sulla paura, gli altri non riuscivano a cogliere razionalmente che i migranti  oggi globali, non erano comparabili agli invasori nazisti ma a quelle masse meridionali che negli anni sessanta e settanta migravano al nord in cerca di una vita degna, divenute  presenze indispensabili alle attività della città, come lo sono già questi nuovi migranti.  Mentre però ieri le vecchie amministrazioni comuniste seppero provvedere al  disagio e ai conflitti creando due grandi contenitori abitativi del Pilastro e della Barca, oggi questi amministratori ‘strani comunisti e strani antifascisti’  assistono  impotenti alla speculazione sugli affitti e sul disagio, tutto ciò  generato dai loro mancati interventi di edilizia popolare, interventi che sappiano far fronte ai bisogni dei cittadini-lavoratori  vecchi e nuovi di casa, per mettere a tacere la destra xenofoba e neofascista, la stessa destra che ieri tuonava cinicamente  contro i meridionali (con slogan terrificanti come forza Etna e forza Vesuvio, da parte dei leghisti di ieri).  Oggi gli stessi alimentano odio e disprezzo contro i migranti globali(comparando i migranti clandestini ai criminali). Anzi invece quello che fanno queste nuove giunte di centro-sinistra post-comuniste è favorire la gentrificazione  e la creazione di aree edificate a prezzo libero di mercato in zone popolari che invece richiederebbero come ieri abitazione a canone controllato e di residenza popolare(vedi condomini cresciuti nella zona di via Fioravanti) .

Per comprendere meglio il fenomeno di reattività sociale ho voluto parlare con uno degli abitanti che era tra i promotori del primo gruppo di allarme sociale nella via, diventandone il referente, e questo era  il vecchio calzolaio di via Barbieri, il quale fin dalle prime battute  alle mie domande sulle finalità di questi comitati cittadini reattivi, s’esprimeva con tutta l’irrazionalità e la reattività ed con linguaggio volgare e violentemente ostile e razzista contro i migranti, e per quanto io tentassi di introdurre argomenti razionali ed analitici quali- l’eccessiva speculazione del proprietario unico di molte case della via, e di altre parti del quartiere, e della necessità di trovare sistemazioni adeguate e diffuse in città per i migranti lavoratori e per le donne badanti, lui continuava inflessibile e irremovibile  che dovevano essere cacciati dalle case, dal quartiere e dalla città.

Gli chiesi  di formulare la sua proposta e del comitato per risolvere il problema, lui a quel punto apparentemente si placò e mi disse – che bisognava  costruire subito fuori città un grande campo di concentramento circondato dal filo spinato per  deportarvi e concentrarvi là  tutti gli stranieri della città, sia essi lavoratori o non. Un grande luogo di segregazione controllato dalla polizia all’entrata e all’uscita. Allora io gli dissi che in città alcuni secoli avevano fatto lo stesso con gli ebrei chiudendoli in ghetto dalle parti di via dell’inferno nei pressi di via Zamboni. Mi guardò e senza batter ciglio mi rispose  che  era ancora poco quello che avevano fatto le bolle papali, ed era molto  meglio seguire altri insegnamenti più efficaci, non di un calzolaio come lui  ma di un imbianchino tedesco. Tutto ciò gli rispondo mi sembra orrendo  e poco compatibile con la storia antifascista della Bolognina, ma anche con la Costituzione e la nostra storia democratica contemporanea. Dentro di me pensavo tristemente a questo  riemergere dell’arcaico dalle viscere della storia. Poi proseguì dicendomi: allora facciamo qualcosa di compatibile costituzionalmente.   In quei tempi ancora non erano stati costruiti in nessuna parte d’Italia i Centri di Permanenza temporanea. Ma pochi anni dopo prima a Milano e poi anche a Bologna  in via Mattei sorse qualcosa di ‘compatibile costituzionalmente’, riadattando una vecchia caserma.  A questa mostruosità costituzionale ed umanitaria  fecero seguito  manifestazioni  dei Centri Sociali (Tpo, Xm 24), delle associazione degli stranieri e gruppi di poeti di strada ed artisti senza  frontiere (Versitudine on street)a cui seguì un tentativo di smontaggio delle strutture medesime per renderla inagibile. Tra i presenti che contestavano e smontavano chi materialmente, chi politicamente e chi culturalmente tale mostrum cittadino, vi era un sindaco di una città della provincia, di una giunta di centro sinistra-PDS, anche lui critico con i Cpt, che mi disse ‘sai questi luoghi di moderna segregazione non servono tanto a  contenere la micro-criminalità o altre violenze in città, perché  queste continueranno comunque a diffondersi nelle metropoli ben protette e alimentate dalla grande criminalità locale e nazionale, ma semplicemente come placebo  per contenere il panico che queste presenze umane straniere  suscitano nei locali percepite come aliene.  I migranti, profughi  o‘clandestini’ della post-modernità  e post-democraticità sono i nuovi capri espiatori a cui si attribuisce da parte della destra  xenofoba, post-fascista e razzista ogni nefandezza o proiezione  paranoica, facendone nei fatti ‘un lucido’ uso politico.  Fino a ieri erano i meridionali i capri espiatori  delle destre del nord,  a cui si seppe dare risposte amministrative adeguate, provvedendo  tra molte proteste della vecchia destra alla costruzioni di nuovi quartieri popolari per  accoglierli, collocandoli a Bologna oltre la tangenziale e fornendo loro seppur in una realtà totalmente artificiale per la densità abitativa,  servizi sociali e scolastici. Ed oggi questi amministratori post-comunisti  non riescono  a trovare una soluzione per questi migranti lontano,  non si ha il coraggio civico e sociale di fornire loro abitazioni popolari, e quando nell’emergenza abitativa avvengono occupazioni di case, di ex edifici pubblici o di vecchie attività dismesse che sono un tentativo seppur inadeguato di rispondere alle nuove domande che vengono dai territori, la risposta della giunta comunale è spesso’lo sgombero violento delle forze di polizia e vigili urbani.

Oltre alle forme di detenzione-reclusione etniche speciali (CPT, CIE) dei migranti-profughi che comportano  lunghi periodi di internamento in non-luoghi nelle periferie  delle città d’Europa, s’aggiungono anche quelle  desertiche delle aree nordafricane libiche ed ora di quelle turche finanziate dall’Europa.

Assistiamo pure alla moltiplicazione di forme di sfruttamento  servile e semi-schiavistici di seclusione che comportano  la compressione delle attività quotidiane di migranti  braccianti agricoli o di badanti  in uno spazio  limitato di vita o di non vita,  ove avviene la sovrapposizione di lavoro, tempo di non lavoro, riposo  o tempo di riproduzione in unico luogo più o meno accogliente e dignitoso di un individuo domestico o di un gruppo, ai quali è concesso qualche ora, di giorno o notte di uscita.  Le forme di non-vita e seclusione  gli troviamo anche negli aggregati addensati sessuale misti nei laboratori cinesi o prettamente maschili nelle terre del sud o nelle campagne padane da parte di lavoratori africani o asiatici. In questi non-luoghi c’è scarsa socialità, lavoro intensivo giorno e a volte anche notte.  Queste attività seclusive comportano non solo lavori confinati in campagna o in laboratori tessili, di ristorazione, alberghieri o di cucina sulle navi ma anche attività esterne con gruppi che si spostano per lavori appaltati in edilizia o come ambulanti.

La vita addensata nelle stalle o nei laboratori clandestini artigianali differisce dal servizio domestico o dalle  forme di convivenza di badanti con persone anziane, implicando un orario contrattato con qualche relativa libertà di movimento durante il giorno o la notte. E per le donne badanti le  24 ore alla settimana di libertà di uscita  rappresentano un certo diritto che alcune donne o uomini possono godere. La seclusione colpisce anche la donna migrante convivente con i suoi padroni di casa non potendo avere una sua vita familiare. Erving Goffman in Asylums, sosteneva che le istituzioni totali comprendevano anche quelle che pianificano un’attività lavorativa in condizione private della libertà formale come nelle grandi dimore ‘large mansions, cioè coloro che vivono seclusi negli appartamenti a loro riservati e distinti ‘come servi’ dagli spazi riservati ai padroni, cui sono proibite anche le visite dei parenti.’ Per Goffman le istituzioni totali sono luoghi ove anche la libertà formale è sospesa ma per F. Gambino in ‘migranti nella tempesta, Edizione Ombre Corte 2003 , l’attuale libertà formale dei lavoratori domestici e badanti non corrisponde ad una vera libertà di locomozione, libertà  limitata’ così pure per gli altri ed altre secluse in altri spazi compressivi lavoro servile.

In un recente convegno a Follonica su Basaglia e De Martino nel 2009 su come questi due  intellettuali impegnati  hanno affrontato la dialettica tra ‘identità ed alterità’, due ricercatori l’uno Attanasio – Direttore dei Servizi Psichiatri del Lazio  e l’altra l’etnologa Anna Maria Rivera hanno posto la forte analogia tra vecchi ospedali psichiatrici e Cpt e Cie, ed ‘oggi come allora si cerca di silenziarne e occultarne l’esistenza di queste istituzioni totali, oppure quando vengono alla luce  dell’opinione pubblica si cerca  di legittimarli  come  ieri  si  faceva con pratiche discorsive di  naturalizzazione della follia attraverso la scienza psichiatrica e oggi  con una ingiusta ed impropria definizione della condizione di clandestinità come – condizione tendente alla criminalità attraverso manifesti che associano clandestinità e criminalità e regolata da legislazioni speciali.’-(Turco-Napolitano o la Bossi-Fini.

Attanasio intervenendo nel dibattito finale intravede già  l’emergere di un forte senso di colpa nelle generazioni future evidenziato  bene in  questa sua interrogazione: ‘Domani i nostri nipoti diranno di nuovo come adesso per altri crimini del passato: Che orrore! Come si è potuto naturalizzare tutto ciò?  Naturalizzare ha significato nel passato trovare naturale quella condizione di segregazione psichiatrica come oggi l’opinione pubblica e i suoi media trovano normale che dei naufraghi, profughi o migranti clandestini siano da considerare pericolosi o portatori di insicurezza per la nostra comunità.  Attanasio prosegue dicendo ‘che ha fatto bene Anna Maria Rivera a ricordare ‘che i Cpt – o Centri di Permanenza Temporanea e Ospedali Psichiatrici o manicomi si informano ai medesimi principi e alle paure o la  panico mal-governato: vengono rinchiusi lì dentro persone per il solo fatto di non aver commesso nulla. Sono messi lì dentro li uni per la sfortuna di stare male e gli altri di non posseder documenti d’identità. In termini più precisi si può affermare che’ gli uni –i folli di ieri- erano vittime della razionalità dominate (positivista) della modernità o epoca classica direbbe Focault e gli altri,gli stranieri di oggi,vittime dell’irrazionalismo panico contemporaneo manipolato politicamente dalle forze politiche razziste e xenofobe che fanno un quotidiano uso della paura ( e fabbricano nuovi capri espiatori da dare in pasto alle opinioni pubbliche smarrite dalla globalizzazione e dalla crisi sistemica o stagnzione permanente ) attraverso un’inferiorizzazione e disprezzo  dei migranti, e  resi  pericolosi – nemici pubblici- dalle stesse forze politiche  della nuova destra – come la Lega Nord- che trenta anni fa alimentava panico e generava fantasmi paranoici verso i meridionali o  migrazioni interne provenienti dal sud e centro Italia. Pino de March è partito mostrando al pubblico e poeti presenti la mappa occultata all’opinione pubblica dei nuovi campi di ‘concentramento’ o detenzione amministrativa degli stranieri clandestini.

La stessa sera  in presenza del Console e dell’Istituto Cultura Italiana oltre che della Rai italiana di Colonia, in una sala dell’albergo Monopol le  poete Laura Cecilia Garavaglia,  Ursula Teicher Maier, Malgorzata Ploszewska  accordate e –tradotte dalla  poeta Barbara Zeizinger ,  hanno letto testi di poesia singolari e sempre dialoganti,e  intreccianti le varie culture poetiche e letterarie che abitano e condividono  come donne straniere in Germania ed in Europa, senza rimanere paralizzate dalla nostalgia o dalla dimenticanza per non soffrire l’assenza, ma riattivando un vissuto contaminato linguisticamente . Una letteratura minore direbbe Deleuze con Kafka.  In particolare queste donne poete-madri-lingue sperimentano collettivamente una nuova gestazione poetica della madre-multilingua europea con quella sensibilità femminile che sa concatenare il vissuto esistenziale, i tratti linguistici particolari, il poetico e la dimensione del vivere comune tra genti differenti in Europa.

Infine il direttore dell’Istituto spagnolo Cervantes –Diego Valverde Villena, con tono poetico sempre accentando i suoi testi di umorismo ed ironia, mai superficiale, liberante tensioni culturali e personali, con una  leggerezza che coglie nel segno l’attuale disagio del vivere in un caotico divenire contemporaneo terrestre ed europeo. Conclude parlando dell’anniversario di Cervantes, poeta popolare, che ha saputo esprimere non solo il suo tempo con un’immaginazione creativa e un respiro di fantasia, trasformando anche tristi situazioni più miserabili e dolorose  in un divenire nobile e gioioso. Don Chisciotte saprà trasformare due giovani contadine in due nobili signore vestite in forme eleganti e capaci di far sognare il poeta coinvolgendolo in una sublime proiezione.

L’ultimo giorno all’Istituto di Cultura italo-tedesca il poeta e critico della letteratura italiana Vincenzo Guarracino ha tenuto una conferenza sul poeta Leopardi e sul- tempo del Nord- mettendo a fuoco parti sconosciute di Leopardi, frammenti solo lateralmente trattate dalla letteratura e dalla saggistica. Spesso ci si sofferma sui Canti di Leopardi o di alcune Operette Minori, tralasciando di parlare del suo ricco background non solo esistenziale ma anche filosofico. Leopardi viene sempre trattato come poeta ma sempre più la critica e i suoi appassionati lettori di ogni età colgono in Leopardi il filosofo ma anche l’analista psico-sociale del vissuto italiano, sia nei sui costumi che nelle sue vicissitudine politiche.

Poeta e  filosofo degli opposti e degli ossimori, romantico e illuminista, mistico cattolico e protestante, ateo e credente, cosmico e esistenziale, mediterraneo ed europeo, poeta scienziato, disperato e gioioso ecc.

Sabato, ultimo giorno dedicato ai poeti e poete della ricercata relazione tra poesia, natura, terra e terrestri, esistenza, vissuti

Corrado Calabrò, Andrè Ughetto, Kara Hurkova e Eric Giebel moderatrice Laurette Artoi

Corrado Calabrò ha presentato  testi lirici che intrecciano il sensoriale con una poetica contaminata da suoni immagini odori sapori, in un universo cosmico e mediterraneo,  facendo emergere un mondo naturale ed culturale antico scomparso od occultato e anestetizzato o estetizzato in atmosfere virtuali , senza mai cadere in una lirica decadente e romantica.

Andrè Ughetto traduttore e poeta che abita e vive in una delle  città del sud , la più  periferica e mediterranee della Francia, crogiuolo di culture e vite solari e black  conviventi genti e culture nordiche ed atlantiche. La sua lirica vive di queste atmosfere ma anche di atmosfere familiari, il nipote, la sua vita e i giochi, e l’immaginario d’infanzia ricco i stimoli e domande che penetra i sui vissuti e testi. E poi con la sua empatica vita non confinata al familiare o letterario, immerso nella città che coglie le nuove presenze ed anche i disagi delle genti che fuggono da guerre euro-americane e catastrofi climatiche.

Kara Hurkova e Eric Giebel coniugi nella vita e nella poesia hanno trattato aspetti della loro vita con una poesia che si sofferma su momenti diversi di essa, e delle persone care che ci circondano. Una poesia esistenziale per nulla intimista che coglie sfumature e colora affetti.

Da questo report politico e poetico ho trattato parte della mia relazione fatta al Cafè Am Dom

LE DUE ELEGIE QUELLA NAUFRAGA O PRO-FUGA E QUELLA CLANDESTINA sono presenti in versione differenti nei testi precedenti del blog.

Autore del Report poetico Pino de March

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



*selon la Prophétie de P.P. Pasolini, dont on lira deux autres citations référencées à la suite du texte (PPP).

**Essai de traduction :« Naviguer est une nécessité la vie n’en est pas une »

***« en aucun où » ou aucun lieu : nous avons déjà rencontré cet usage particulier de où (dove/ ove) dans un poème de Bruno Rombi intitulé en traduction « Huit temps pour un présage », autre exemple de « prophétie » représentée ici par des citations de Pasolini.

**** Paul Klee, Journaux de voyage en Tunisie

About pinodemarch

poetic_art_attivist* Utente: versitudine Nome: associazione poetic-art-attivist* ed eco-sofica versitudine tutti i nostri testi sono soggetti a Creative Commons: a rel="license" href="http://creativecommons.org/ licenses/by-nc-nd/2.5/it/">Creative Commons License Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. contatti: e-mail: versitudine@gmail.com la nostra filosofia di vita attiva e poetica è una penombra come aurora “nell’ora dell’albeggiare, tragica e aurorale, che l’ora della notte cominciano a mostrare il loro senso e le figure incerte cominciano a svelarsi alla luce l’ora della luce nella quale s’associano il passato ed il futuro” maria zambrano; noi pensiamo ed agiamo come singolarità filosofiche poetiche per la costituzione della Comune come spazio d'affermazione dei molti e delle molteplicità singolarità come afferamzioni di mondi vita comune ed in comune ci incontriamo tutti i giovedì dalla 19-22, all-xm24 via fioravanti 24-bologna, per aperitivo biologico e discussione sull'attualità tutti gli appassionati e tutti coloro che si vogliono impegnare sul piano ecosofico, poetico, artistico ed esistenzialista, sono invitati a partecipare Viventi testualità: Pino/accordatore filosofico-poetico/poeta e filosofo di strada;
This entry was posted in Notizie. Bookmark the permalink.

Leave a Reply