Racconti

IL COMUNE

RIOCCUPATE LE STRADE DEL MONDO: LE NOSTRE PRIORITÀ RICOSTITUIRE IL COMUNE /O GLI SPAZI D’AFFERMAZIONE DEI MOLTI/AFFERMARE LE SINGOLARITÀ/ RIAPPROPRIARSI DEI BENI COMUNI SOTTRATTI NEL CORSO DEI SECOLI DI ACCUMULAZIONE CAPITALISTICA.

Occupy Wall Street

1 FRAMMENTO OWS

“le settimane e i mesi iniziali di Occupy Wall Street sono stati segnati da un’apertura infinita di desiderio. La quasi insopportabile assenza di richieste alle istituzioni da parte del movimento ha concentrato interessi, paure, aspettative e speranza. Che cos’è che  vogliono questi qui? Cosa potrebbero volere? I commentatori erano quasi isterici: qualcuno di deve dire cosa vuole Occupy Wall Street!. Il movimento ha aperto una frattura nell’immobile scena politica americana e dopo aver fatto l’impossibile nel creare una nuova forza politica, sembrava che il movimento potesse in effetti chiedere l’impossibile. Molte persone, dentro e intorno Occupy Wall Street (OWS), hanno anche visto l’assenza di desiderata del movimento come un beneficio, una forza. Sia gli opinionisti che gli attivisti in qualche modo alimentano l’impressione che l’incapacità del movimento di mettersi d’accordo su cosa chiedere, su una linea politica condivisa, sia una scelta consapevole. Chiunque abbia familiarità con le dinamiche interne del movimento sa che non è così. Anche se da qualche parte, in qualche occupazione, sono state distribuite liste di richieste, a New York ciò viene contestato e solo organizzazioni indipendenti come i sindacati lo hanno fatto. In questo scritto noi affermiamo che, lungi dall’essere un punto di forza, la mancanza di richieste riflette il cuore ideologicamente debole del movimento. Affermiamo anche che le richieste del movimento non dovrebbero avere un approccio tattico ma strategico, dovrebbero cioè fondarsi in termini di obiettivi a lunga scadenza per il movimento. Nella seconda parte di questo scritto argomentiamo di conseguenza che questa visione strategica dovrebbe basarsi su una politica dei Beni Comuni.”

(1 testo)tratto da: Possible-futures: Occupy Wall Street: le nostre priorità di Marco Deseriis e Jodi Dean

2 FRAMMENTO OWS

“per trasformarsi da movimento di protesta in movimento rivoluzionario OWS dovrà riconoscere le divisioni al suo interno, costruire pratiche alternative e organizzazioni, asserire un terreno comune. Il corpo di idee e pratiche costruito intorno alla nozione di bene comune ha proprio questa funzione. Il bene comune è una risorsa finita il cui modo d’uso e disposizione viene determinato dalla comunità degli utenti e produttori (in forma di diretta, partecipata e assembleare). I confini del bene comune ci rendono capaci di affrontare l’ineguaglianza sociale e limiti ambientali (o ecologici allo sviluppo capitalistico. Contro coloro che reclamano diritti privati e interessi particolari l’idea di bene comune asserisce il primato della collettività e l’interesse generale –un’idea già presente nell’enfasi aristotelica sul bene comune così come nel lavoro di teorici contemporanei quali Michael Hardt e Antonio Negri, Silvia Federici, George Caffentzis, Iain Boal, Elinor Ostrom, Eben Moglen, Slavoj Zizeck, e altri. Una politica dei beni comuni comincia dallo scioccante riconoscimento che essi non esistono. Distrutti e privatizzati da oltre due secoli di accumulazione capitalista, le risorse (i beni) comuni sono ridotte a piccole tasche nell’economia mondiale. Le economie informali e le pratiche comunitarie come le cooperative o l’agricoltura supportata dalla comunità, i centri sociali occupati, i software gratuiti e open source sono diffusi in modo molecolare quasi ovunque ma le risorse naturali e sociali che mettono in moto sono quantitativamente irrilevanti se paragonate alla ricchezza sfruttata e monopolizzata dal capitale. Dunque la domanda che dobbiamo porci è questa: come è possibile creare beni comuni realmente anticapitalisti? E’ ovvio che questa domanda punta direttamente alla centralità della proprietà privata e dell’accumulazione capitalista, questioni talmente vaste che la maggior parte degli attivisti preferisce evitarle. Chiedere la creazione e l’espansione dei beni comuni che non sono soggetti all’imperativo dell’accumulazione capitalista e al profitto renderebbe evidenti le divisioni nel movimento del 99%. Scottati dal fallimento storico dei modelli di socialismo ancora esistenti e mancando di modelli alternativi di sviluppo su larga scala, la maggior parte degli Occupy sembra accontentarsi di politiche neokeynesiane che cominciano e spesso finiscono con la richiesta di investimenti governativi in  settori strategici come le energie alternative, la scuola, le infrastrutture e la richiesta di riforme fiscali. Ma come abbiamo detto prima, queste richieste non possono essere correttamente articolate perché incontrano,nel movimento, l’opposizione di anarchici e autonomisti (autonomi libertari) che rifiutano di porre richieste e si concentrano invece su processi comunitari di auto-valorizzazione e auto-organizzazione. Per gli autonomisti (autonomi libertari) le forme organizzative del movimento stanno già funzionando come istituzioni dei beni comuni e così non si accorgono che la grande maggioranza delle risorse gestite dal movimento è prodotta e distribuita (invece) secondo la logica capitalista. Secondo la nostra opinione, l’auto- organizzazione autonoma del movimento e una sua politica basata su richieste radicali devono andare insieme se vogliamo raggiungere delle trasformazioni durature. Una volta che una politica espansiva dei beni comuni viene adottata come il centro della strategia del movimento, le richieste diventano strumenti tattici a servizio di quella strategia. Da questa prospettiva, ogni tentativo che le istituzioni promuovono per cooptare il movimento attraverso concessioni, permette un’espansione della auto-gestione comunitaria delle risorse comuni, dando il via a trasformazioni il cui potere politico e simbolico non dovrebbe essere trascurato. Dal momento che una politica largamente basata sui beni comuni ancora non esiste (sebbene le condizioni sono mature per questo) e non sorgerà in una notte, l’uso tattico delle richieste crea opportunità per imparare e mettere alla prova la capacità del movimento di gestire beni comuni. Per esempio: se il movimento ambientalista che si oppone agli scavi nel terreno in cerca di gas e acqua facesse una campagna nazionale per dichiarare le risorse idriche e sotterranee un bene comune, questo non solo impedirebbe alle compagnie minerarie scavi rischiosi per la salute di milioni di persone, ma darebbe potere a consigli locali sulla gestione dell’acqua (o dei minerali fossili)eletti dalle comunità locali.  Seguendo questa logica possiamo porre richieste simili nei confronti dell’educazione, del sistema sanitario, e della produzione di energia. In ciascuna di questi settori dovremmo trovare soluzioni per la gestione delle risorse non come materia prima ma come beni il cui uso e gestione si determina solo in base ai bisogni della comunità. Si tratta sole delle domande iniziali di una più vasta indagine che considera i beni comuni come un concetto mobile che può operare a livelli e su piani diversi. Noi suggeriamo che una politica dei beni comuni dovrebbe operare su tre livelli: 1) l’auto-gestione della terra e delle risorse naturali, 2) la auto-produzione e riproduzione della vita sociale (inclusa l’attività di cura, l’edilizia, l’educazione e il lavoro), 3) autoproduzione e distribuzione di energia, conoscenza e informazione(cultura e forme di vita). Questi livelli si incrociano e molti conflitti nascerebbero dallo stabilire delle priorità, ma ci sono elementi che attraversano le diverse aree, per esempio la nozione che non devono essere  (solo) estratte ma anche riprodotte. Questa nozione, crediamo marca una frattura netta con il sistema capitalistico di produzione. Quest’ultimo (K) lotta costantemente per superare i limiti della sua espansione (è segnato dall’ossessione della crescita). Il movimento occupy costituisce una grande opportunità di ripensare quel modello, ma per farlo deve rinunciare al’illusione che tutte le proposte  e le visioni ad esse sottese siano equivalenti purché vengano democraticamente discusse, e deve cominciare a stabilire delle priorità sulla strada di una visione politica (ed eco-antropologica) realmente tesa alla trasformazione (segnata dalla sobrietà  liberata del superfluo).

Tratto da: Possible-futures: Occupy Wall Street: le nostre priorità di Marco Deseriis e Jodi Dean

I COMUNARDI DELLE ARTI, DELL’ECOLOGIE,  DEI SAPERI E DELLE TECNOLOGIE SOSTENIBILI

Nuove immaginate forme pratiche di riaffermazione del Comune

A Bologna dove vivo, penso e agisco singolarmente ed in comune (nella forma di Versitudine e di Scuola di strada Pier Paolo Pasolini), come altrove altre indignate intellettualità diffuse,  nelle piazze, nelle pagine di riviste e di quotidiani, nei social network, per tutto quest’anno-2011, segnato pure mediaticamente dalla paranoia per la catastrofe tecnologica e nucleare di Fukuschima, abbiamo aperto nuove vie al desiderio e a nuove forme di aggregazioni di frammentata e liquida società,  per l’affermazione di nuovi orizzonti comuni e di riappropriazione  di vecchi e nuovi beni comuni;  aggregazioni realizzate non su passioni tristi e tantomeno su retoriche consumistiche e populiste, ma su pratiche di interconnessioni che si riconoscono nella complessa rete di auto-produzione, circolazione di nuovi beni comuni e di costituzione di una emergente progettualità mult-dimensionale Comune.  Le occasioni di  discussione  anche a  livello di massa del  tema  “beni comuni” e del “comune” si sono moltiplicate e divenute oggetto di  consultazioni italiana referendaria, come quella dell’acqua.

I PRERCARI DELLA CONOSCENZA

A questo dibattito non sono estranei neppure il vasto mondo emergente dei lavoratori della conoscenza (nello specifico gli intermittenti o coloro che svolgono prestazioni culturali  discontinue)  per affermare che la cultura  e la conoscenza sono beni comuni. E questa emergente soggettività precaria si è attivata per far nascere movimenti e nuove istituzioni che  abbiamo come elemento costituente il bene comune o il comune.

La vittoria inaspettata e  strepitosa del recente referendum di giugno 2011 sul mantenimento dell’acqua come bene comune nella disponibilità della cittadinanza,  ha rinforzato nei differenti strati sociali e  nell’opinione pubblica italiana una maggiore consapevolezza del ruolo ecologico e sociale dei beni comuni,   sia nell’accezione antica (patrimoni naturali, paesaggistici ed  artistici) che in quella moderna (scuola, università, sanità e servizi sociali, lavoro vivo, conoscenza, informazione, nuove tecnologie sostenibili);  beni comuni riconosciuti come  tali  da sottrarre alle privatizzazioni e alle logiche mercantili.

MARX ED IL DIVENIRE MENTALE DEL LAVORO VIVO

Marx che fu grande critico dei processi di valorizzazione capitalistica ed estremo difensore del lavoro vivo e della sua auto-valorizzazione ,”non fu rigido nella sua teoria del valore fondato sul lavoro, ma parve sempre tener conto della possibilità dei mutamenti. Egli predisse che il lavoro sarebbe diventato più “mentale” ma mano che la scienza e la conoscenza fossero state applicate sempre più al processo di produzione, e riconobbe anche l’importanza del ruolo delle risorse naturali”. Colse in anticipo la sussunzione reale o la messa a valore,  da parte del capitale di altri beni comuni dopo il lavoro materiale e la natura (nel primo e nel secondo processo di accumulazione capitalistica industriale e fordista), il corpo e la mente, e le relative attività immateriali o creative, quali la conoscenza e la cultura (nel secondo processo di accumulazione che abbiamo denominato come  post-industriale o post-fordista) ;  alcuni beni comuni  nella specifica originalità della terra, della natura e del lavoro,  direbbe un raffinato antropologo economico quale è stato K. Polanny,  non possono essere considerati – merci -in quanto pre-esistono ai processi capitalistici e si riproducono in modo indipendente  attraverso processi differenti da quelli artificiali-industriali; sono da considerare  beni comuni indisponibili e destinati a sostenere non solo il presente ma anche il futuro dell’umanità; beni comuni –beni fondamentali – per la sopravvivenza non solo dell’umanità ma anche di tutte i futuri processi economici materiali ed immateriali;  per questo non possono essere considerati - merci -in quanto la loro riproduzione avviene in modo indipendente dal capitale: la natura attraverso proprie rivoluzioni geologiche e la natura umana(e la sua stessa attività) attraverso continue rivoluzioni culturali e sessuali. E poi la stessa intelligenza generale (sia essa naturale o artificiale) con le relative conoscenze umanistiche, tecniche e scientifiche o complessivamente come General Intellect (intelletto generale), come lo apostrofò Marx nei Grundrisse  si riproducono attraverso processi di valorizzazione non mercantili, cioè attraverso processi naturali, simbolici e passionali che appartengono alla storia complessa dell’evoluzione umana.

AGER PUBLICUS (TERRE COMUNI) E AGER PRIVATUS (TERRE PRIVATE O SOTTRATTE)

Su queste riflessioni ed azioni di riappropriazione - dei beni comuni o del comune, non mancano i riferimenti a quello che è stata storicamente l’esperienza dei beni comuni sia in epoca antica romana che in quella medievale europea; in entrambi i casi esistevano terre di uso comune, terre in uso al popolo (alle varie gens o comunità di villaggio che rappresentavano le condizioni della loro sussistenza). Per questo non va dimenticato cosa accadde a Roma nell’epoca della repubblica, quando l’emergenza spingeva a trovare mezzi finanziari per la guerra (o pax romana), o quando come nell’epoca imperiale la città di Roma, trasformatasi in una grande metropoli imperiale, non traeva più per la sua sussistenza materiale dai frutti  naturali delle terre comuni romane e italiche(ager publicus), in quanto come caput mundi  poteva trarre sostentamento dalle terre coloniali sparse in tutta l’area mediterranea (da quelle situate  sulle coste nordafricane a quelle  del levante e della Spagna); in quei momenti o di necessità repubblicana o di espansione imperiale, s’avviarono le prime lottizzazioni delle terre comuni, concedendole in proprietà privata (ager privatus) a chi disponeva di mezzi per  comprarle, le ricche famiglie aristocratiche che finivano così per costituire i primi latifondi, o ai soldati che tornavano dalle guerre,  come fondi di pensione d’anzianità;  etimologicamente privato è il participi passato del verbo privare; “di fatto l’aggettivo “privato” deriva dal latino privare, cosa che illustra bene la diffusa e prevalente opinione che gli  antichi hanno della proprietà (o della terra) pensandola innanzitutto come comune (ager publicus), e la qualità privata (ager privatus) di essa solo un’eccezione.  Quando la società antica romana o alla fine del medioevo, con le recinzioni inglesi delle terre comuni passarono da un punto di vista comunitario e  partecipativo delle terre,  a punti di vista più individualisti ed auto-assertivi, la gente non pensò più alla proprietà privata come a quei beni del cui uso certi individui privano il gruppo, ma rovesciò di fatto il significato del termine, sostenendo che la proprietà dovrebbe essere innanzitutto privata e che la società non dovrebbe privarne l’individuo senza i debiti procedimenti di legge.

LA COSTITUENTE COMUNE CONTEMPORANEA

LA CULTURA È UN BENE COMUNE
L’Assemblea del vasto arcipelago dei lavoratori intermittenti del 30/09/2011 al Teatro valle occupato di Roma è stato un’occasione straordinaria per confrontarsi praticamente e teoricamente sullo specifico delle varie forme che  lavoro ha assunto, della conoscenza e della cultura come beni comuni e sul comune.

Prima di entrare nei contenuti dell’assemblea è bene chiarire quali sono considerate formalmente le  attività intermittenti, per il ruolo ormai prevalente nella nostra epoca dei lavori precari, prestazioni che assumono la forma della discontinuità e dell’intermittenza, in modo accentuato nei lavori immateriali(creativi o di servizio alle persone e alle imprese) ma non mancano esempi di questo tipo anche nei lavori materiali(esternalizzazioni o lavori a prestito).

LA CRONACA “IN FORMA POETICA E NON GIORNALISTICA ” FATTA DAL TEATRO VALLE DI ROMA DI QUESTA ASSEMBLEA OSPITATA NEI SUOI LOCALI DÀ IL SENSO PIENO DELL’INCONTRO.

Ora l’estate è finita. Il teatro Valle è stato l’epicentro di una prima scossa tellurica. È riemersa una vitalità sotterranea, si è aperta una piazza di discussione, abbiamo provato ad aprire le questioni che ci premono e a individuare le pratiche da mettere in campo. Ma non solo.

LA RIVOLTA DELLA CULTURA

Fuori da una logica corporativa proviamo a tirare il filo che unisce le condizioni comuni dei lavoratori dell’immateriale a partire dalle proprie condizioni materiali e quelle di un’intera generazione.

Proviamo a riappropriarci del nostri strumenti immaginativi, di uno spazio del comune e insieme di un linguaggio che le retoriche del potere hanno svuotato della potenzialità creativa e sovversiva colonizzando la narrazione del presente.

La classe dirigente italiana tratta con disprezzo la cultura: eppure proprio la comunicazione, il cinema, il teatro, la televisione, la scrittura, la scuola e l’università, sono stati strumento per mantenere i privilegi, assicurare vita durevole alle clientele, creare monopoli privati con soldi pubblici. Una fiction da incubo che dura da vent’anni.

Adesso ci raccontano le favole tristi dell’austerity. Cosa rispondiamo alla dittatura della finanza imposta dalla BCE e dagli stati europei?

Spread, bond, bot e cct, btp, btp future, debito pubblico e bolla finanziaria, cartolarizzazioni, ammortamento, dow jones e asset allocation, azioni, bid, pil, fmi, default, deficit e fondi di liquidità…

termini incomprensibili alla gente comune, formule incomprensibili (quanto lo erano a Renzo il linguaggio e le espressioni dell’ Azzeccagarbugli o dell’avvocato a cui si era rivolto per avere giustizia ben descritto dal Manzoni, nota aggiuntiva di Versitudine);

(gli autori noti)personaggi virtuali che manipolano le nostre vite. Prendono corpo nella realtà attraverso una manovra economica che alimenta il mostro del mercato finanziario e distrugge i diritti dei lavoratori e il welfare, aumenta le tasse, precarizza (ulteriormente) il lavoro e le vite e tratta la cultura come una forma di intrattenimento per pochi )(o di merce). È lo spettro della bancarotta degli stati che inquieta l’Europa della finanza. Noi abbiamo in mente un’altra idea di ricchezza, sociale e condivisa.

“Amici, romani, concittadini, prestate orecchio!”

Chiamiamo tutte e tutti, lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, della cultura, dell’arte, dell’editoria, della comunicazione, dell’università e della scuola, studenti e studentesse dell’università e delle accademie d’arte ad un’assemblea comune al Teatro Valle il 30 settembre: 
Può la cultura in questo momento in Italia essere zona di conflittualità? La frammentazione e la precarietà del lavoro culturale possono essere vettore di radicalità? Come rendere visibili gli interessi economici e i profitti che muovono l’industria dell’immateriale? Come interrompere il flusso di produzione?

Come prendere posizione collettivamente contro i monopoli attivi nel cinema, nella televisione, nell’editoria, nello spettacolo che ci sottraggono la possibilità di narrare il presente?

Nel corpo vivo dei beni comuni riconosciamo dispositivi di riappropriazione di risorse e di poteri, nuove forme di autogoverno e nuovi modi di costruire spazi dell’agire e del vivere condiviso. Per nutrire un processo costituente. E seminare la rivolta del sapere.

REPORT ETNOLOGICO DELL’ASSEMBLEA DEGLI INTERMITTENTI DI ROBERTO CECCARELLI

Ci sono stati diversi report  su quell’assemblea –degli intermittenti – ma quello che maggiormente a messo a fuoco, oltre a quello del Teatro Valle,  è quello raccontato dall’interno come fosse un etnologo che ha cuore ciò che osserva e vive,  cioè l’urlo di dolore e ribellione dei lavoratori della cultura e della conoscenza, realizzato da Roberto Ciccarelli,  che il 1/10  sul quotidiano “il manifesto” ci racconta nel suo report –cosa significa oggi la cultura come bene comune, ci raccontava della sofferenza e della gioia,  dell’indignazione e delle analisi  pungenti emerse nell’ assemblea dei lavoratori  intermittenti tenutasi   tra 29/9  ed il 1/10 al Teatro Valle

Ecco il testo “etnologico di un ricercatore  e di un’attivista chiamerei eco-antropologico alle soglie del XXI in una metropoli europea ” :

La cultura come bene comune

“Nel corso dell’assemblea dai  vari interventi degli intermittenti,  emerge  una chiara analisi  delle cause della loro crescente precarizzazione e miseria : ”la dittatura finanziaria é  l’ospite ingrato delle nostre vite.  I tagli ai bilanci pubblici rafforzeranno la loro presa sulla cultura, sulla sanità, sulla formazione, come in tutte le sfere della convivenza e dell’economia reale (produttiva). Per i lavoratori della conoscenza che ieri si sono dati appuntamento in assemblea al Teatro Valle di Roma quello che in atto da un trentennio è un gigantesco esproprio della ricchezza (sociale) che ha sottratto al mondo del lavoro (vivo) almeno 140 miliardi di euro  (pari a tre finanziarie Tremonti)  immettendoli nello stomaco insaziabile della finanza (o delle rendite finanziarie).

I più colpiti sono “i lavoratori della conoscenza” , tutti coloro che come gli attori, i registri, i fotografi, gli scenografi , i coreografi ecc.) lavorano nell’industria dell’immateriale, ma anche di altri settori come quello della cura (delle persone), della formazione (attività relativa all’entrata  nelle attività produttive ) con partita  I.V.A. o con contratto precario.

Come per tutti coloro che non hanno un lavoro stabile (nel pubblico, nel privato o nel privato sociale) cioè  oltre 6 milioni di persone. Forza lavoro attiva , che versa contributi nelle casse della gestione separata dell’Inps creando un attivo di 9 miliardi l’anno.

La  narrazione  di Ciccarelli  cerca di cogliere  il disagio ed il vissuto dagli  intermittenti nella sua complessità economico-sociale-psicologico in modo  realista e critico nello stesso tempo: “ Vessati dalle tasse e umiliati da condizioni di lavoro indecenti, i lavoratori non garantiti, senza contratto, non tutelati dai sindacati (maggioritari o intesi come la triplice) o dagli interessi delle corporazioni (ordini professioni ed imprese) esprimono –una sfiducia totale nelle istituzioni – “perché ormai sappiamo che tutto quello che dicono non corrisponde mai al vero”.

In particolare i politici ed i sindacati maggioritari sono stati nel corso degli ultimi trent’anni complici del saccheggio e delle privatizzazioni delle imprese pubbliche e dei beni comuni da parte di  corporation ( in genere medie e grosse imprese ) che ormai condizionano pesantemente le decisioni attraverso la loro influenza diretta o indiretta sulle   rappresentanze politiche nella sfera pubblica; in queste sfere pubbliche  sono seduti ormai molti ‘occulti  burocrati e tecnocrati “ i quali si sono arricchiti personalmente ma anche socialmente  come i partiti di questo loro ruolo “pubblico”, e per essere nella fiducia e nel portafoglio dei queste corporation.

Il Valle occupato per Ciccarelli ” è diventato il punto dei riferimento per chi ha ormai maturato la sensazione che il confine tra legale ed illegale è stato rovesciato. E quindi il discredito che sommerge la politica istituzionale ha rivelato un aspetto inatteso: oggi l’illegalità è di chi gestisce le risorse pubbliche o vigila nel rispetto delle regole.

E come al Valle, anche al Cinema Palazzo occupato nel quartiere S. Lorenzo a Roma, e poi il Teatro Marinoni del Lido di Venezia, dimostrano che  quando s’afferma una legalità  (delle forme costituenti di legalità contro l’illegalità costituita) come accade in Italia almeno dal 1992 (con i molteplici spazi occupati in forme di centri di socialità e sperimentazione di nuove  istituzioni del comune e delle nuove forme di vita), è giusto occuparci di ciò che è nostro; ed io aggiungerei anche l’occupazione dell’ex Cinema Arcobaleno di Bologna durato pochi giorni ove però si sono connesse le molteplici forme sommerse  di sperimentazione culturale  e di socialità disperse e frammentate  nel territorio metropolitano.

Dalla Sicilia a Milano come ci mostra lucidamente Ciccarelli nell’articolo del –Il manifesto – “lo slogan del Teatro Valle -la cultura è un bene comune- è stato variamente interpretato: “per noi significa occuparci della nostra vita” hanno detto gli attivisti del ‘no ponte di Messina.

I lavoratori dell’arte di Milano, lo considerano invece come un modo per moralizzare il sistema di gestione delle risorse pubbliche destinate alla cultura.

L’occupazione di “un bene ritenuto comune” è diventato la pratica più immediata per esprimere il desiderio di nuova civiltà.

Stefano Rodotà esperto e giurista ha definito il Teatro Valle –un bene comune , come la nuova società che gestirà  a Napoli  l’acqua pubblica. “oggi – ha detto -è possibile essere gestori,controllori e produttori di un bene comune come di una istituzione. Ragionamento raffinato e assai diffuso nei movimenti di base che però sfugge a ministri ed amministratori, assessori e partiti ecc.

Gli artisti del Valle non si sono ami proposti come un ensemble artistico, ma come lavoratori che chiedono la trasformazione del teatro da loro occupato in una Fondazione che contempli un uso democratico (o civico o comune) insieme  agli interessi della professionalità ( e della passionalità diremo noi), delle culture diffuse che hanno trovato una convergenza nell’ occupazione.  In quell’occasione si è anche annunciato che il 10 di ottobre, cioè pochi giorni dopo sarà presentato lo statuto del Valle (alcuni stralci di questa costituente fondazione –la cultura come bene comune -sono presenti nelle pagine successive di questo testo).

In quell’assemblea i lavoratori intermittenti hanno consolidato un coordinamento delle  loro reti o relazioni comuni.

Il luogo come abbiamo detto non è semplicemente un luogo fisico  come un altro ove tenere un’assemblea, ma un luogo simbolico – il teatro valle- ove si sperimenta l’essere in comune, la cooperazione nella ricerca, nella produzione e nella circolazione di un bene comune, la cultura e la conoscenza; in paese in cui –la società mediatica dello spettacolo e l’industria della cultura ha banalizzato – l’atto del creare e del ricercare- ed dell’esprimere nell’immediatezza del dire e del fare come attività culturali. I realty e il grande fratello hanno catturato le menti delle nuove generazioni imprigionandole in una ripetitività espressiva regressiva insensata per notti  giorni;

(note aggiuntive di Versitudine: “e la notte, il cui breve tempo tra il tramonto e l’alba, era stato considerato  da sempre da parte delle plebi oppresse, come lo spazio-tempo  delle potenzialità d’affermazione di altra esistenza  e di sottrazione alla servitù del giorno,  si è trasformata alla fine del XX secolo in una notte perversa e d’incubo e di servitù volontaria per  produttori-consumatori).

IL TEATRO VALLE UN BENE COMUNE DEI LIBERI ED UGUALI COMUNARDI

1

STATUTO 

 DENOMINAZIONE SEDE DURATA 

 Articolo 1. Costituzione 

 È costituita in Roma una Fondazione denominata Fondazione Teatro Valle come Bene Comune per le Drammaturgie Italiane e Contemporanee (la Fondazione). Essa ne assorbe la pratica collettiva costituente di difesa e valorizzazione del Teatro Valle Occupato assumendo pieno governo politico del bene comune in cui ha sede.

2

PREAMBOLO 

Noi che –(agiamo) in Comune, dal 14 giugno del 2011, giorno successivo alla vittoria referendaria che sancisce a maggioranza il pieno riconoscimento dei beni comuni oltre la logica del mercato, occupiamo apertamente e pubblicamente il Teatro Valle di Roma, minacciato dall’interesse privato, intendiamo con il presente atto intraprendere un percorso costituente per il pieno riconoscimento giuridico del Teatro Valle di Roma come Bene Comune.  Noi abbiamo riconosciuto e fatto vivere il Teatro Valle non solo per difenderlo nell’interesse di tutti, ma anche per intraprendere un processo costituente della cultura come bene comune capace di diffondersi e contaminare ogni spazio pubblico, provocando una trasformazione profonda del modo di pensare e di agire di ogni persona umana.

 Noi riconosciamo che il diritto vivo sgorga dalle lotte per l’emancipazione e l’autodeterminazione dei popoli e dei soggetti.

Noi intendiamo farci protagonisti vivi del processo di trasformazione inarrestabile che in tutto il mondo travolge il diritto inteso come mera burocrazia e forma e che ha prodotto l’emersione della categoria dei beni comuni a livello costituzionale, normativo e giurisprudenziale.

Il bene comune non è una risorsa né un oggetto del mondo fisico che esiste per natura. Si manifesta attraverso l’agire condiviso, è il frutto di relazioni sociali tra pari e fonte inesauribile di innovazioni e creatività. Il bene comune nasce dal basso e dalla partecipazione attiva e diretta della cittadinanza.

Il bene comune si auto-organizza per definizione e difende la propria autonomia sia dall’interesse proprietario privato sia dalle istituzioni pubbliche che governano con logiche privatistiche e autoritarie i beni pubblici.

Noi siamo idealmente collegati a tutte le altre comunità in lotta per i beni comuni, ovunque queste si trovino. Immaginiamo, per un mondo nuovo, istituzioni nuove, partecipate, ecologiche, autorevoli, rispettose della creatività di tutti, che siano capaci finalmente di opporsi all’interesse privato e all’accumulo senza fine.

Noi sappiamo che i beni comuni costituiscono un genere giuridico nuovo, indipendente rispetto al titolo di appartenenza, direttamente legati all’attuazione di valori promessi nella Costituzione italiana nata dalla Resistenza, ma sottratti al nostro vivere comune perché continuamente traditi dalle oligarchie private e pubbliche.

Noi proclamiamo, cominciando dal Valle, che i beni comuni vanno posti fuori commercio perché appartengono a tutti, ossia all’umanità nella sua interezza e sono radicalmente incompatibili con l’interesse privato al profitto e alla rendita. I beni comuni sono funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona.

Noi vogliamo dimostrare, cominciando dal Valle, che un ente pubblico che cerca di privatizzare beni comuni per profitto tradisce il proprio mandato costituzionale e per questo sol fatto li abbandona alla libera occupabilità, giustificata direttamente dalla Costituzione.

Noi perciò proclamiamo con il presente atto di autonomia privata che un antico ed unico spazio fisico come il Teatro Valle è a pieno titolo un bene comune. Esso è funzionalmente ed inscindibilmente collegato con la cultura, bisogno e diritto fondamentale della persona, e come tale deve far parte di un grande progetto che coinvolga i lavoratori della cultura e i cittadini tutti per il pieno riconoscimento della loro fondamentale funzione economica, politica e culturale di resistenza nei confronti delle mercificazione e dell’imbarbarimento sociale.

 3

BOZZA PRROVVISORIA 

VOCAZIONE 

 PREMESSA 

 Uno dei caratteri italiani, e forse quello che è più malefico per l’efficienza della vita pubblica del nostro paese, è la mancanza di fantasia drammatica.

 Antonio Gramsci

 La realtà è la resistenza delle cose a ciò che si dice di esse.

 Eduardo Del Estal

 La proposta di fare del Teatro Valle un luogo dedicato alle drammaturgie italiane e contemporanee risponde all’esigenza di riaprire un processo di narrazione e rappresentazione della realtà, che nell’ultimo mezzo secolo della vita del nostro paese ha subito un’involuzione, un congelamento. La narrazione

del presente è stata colonizzata dalla politica, che trasformatasi nell’amministrazione pubblica delle immagini, ne ha acquisito il monopolio producendo una spaccatura profonda tra realtà e sua rappresentazione. Gli artisti si sono lasciati da un lato sottrarre i propri strumenti di svelamento dei meccanismi mistificatori e dall’altro spogliare della forza sovversiva della creazione di realtà diverse, possibili, immaginarie.

Salvo poche eccezioni, che rimarcano la tendenza generale, le scritture sceniche si sono rintanate nella rinuncia alla contemporaneità o in una soggezione autocensoria. Estetica, tematiche, funzione didattica e sociale, denuncia, sono recinti – spesso rigorosamente separati – nei quali sopravvivono le creature in cattività che non si azzardano a immaginare realtà differenti, che non affondano lo sguardo nella carne degli uomini.

È necessario rifondare un processo di apprendimento, che si immerga nella contemporaneità, indagando tutte le forme di scrittura scenica, mettendole a confronto, favorendone la contaminazione. Tutto questo deve accadere nel luogo fisico del teatro, dove gli artisti si incontrano e scontrano, studiano, dialogano, osservano, si aprono. È fondamentale la creazione di un crocevia di esperienze, nazionali e internazionali, che raccolga linguaggi diversi e intergenerazionali, che muti costantemente i suoi indirizzi, mantenendo costante l’apertura e plurali le proposte formative.

  BOZZA PROVVISORIA 

 4. CODICE POLITICO 

 Per noi il rispetto dei diritti dei lavorat*, la promozione e il sostegno degli artisti, delle loro attività e della loro autonomia, il rispetto di un sistema ecologico e trasparente è parte integrante di un modello di gestione culturale. Qui di seguito i principi fondamentali del codice politico:

Il Teatro Valle ripudia ogni forma di lavoro precario “considerando che la natura aleatoria e talvolta incerta della professione artistica deve essere necessariamente compensata dalla garanzia di una protezione sociale sicura” come indicato dalla Risoluzione Europea. Questa aleatorieta’ vale per gli artisti, non dovrebbe valere per maestranze e tecnici a cui comunque devono essere garantiti i diritti, metterei una frase ad hoc anche per loro

S’impegna al rispetto dei diritti e della dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, a garantire la trasparenza delle relazioni e il diritto d’ascolto, a mantenere un principio di giustizia nella distribuzione delle paghe evitando un eccessivo squilibrio tra la minima e massima.

S’impegna ad accettare esclusivamente forme di finanziamento etico e in conformità con i principi di rispetto del bene comune, della dignita’ umana, della sostenibilita’ ambientale e del ripudio della guerra.

S’impegna a mantenere la gestione del teatro secondo  principi di ecosostenibilità. Questi principi si concentrano molto sulla gestione “interna” e sui rapporti “esterni” (formazione del pubblico, partecipazione dei cittadini, cultura come bene comune ovvero per tutte e tutti, ruolo politico nelle lotte per i beni comuni, democrazia diretta, etc..)

SAVE THE CITY NOT THE BANK (MOTTO DEL MOVIMENTO DEL COSTITUENTE COMUNE E DELLE SUE SINGOLARITA’ AFFERMATIVE A BOLOGNA

L’esperienza del teatro Valle è diventato un punto di riferimento teorico e pratico per tutti coloro che perseguono la costituzione di pratiche e realtà che abbiano come presupposto la valorizzazione dei beni comuni e come orizzonte il comune.

E il movimento a Bologna attraverso il suo momento asssociativo e di lotta – all’ex cinema arcobaleno – ha cercato di fare della pratica dei beni comuni un orizzonte di ricerca singolare e di attività comune. Lo slogan che ha accompagnato i vari cortei spontanei che hanno agitato Bologna in queste ultime settimane sono stati: SAVE THE CITY AND THE PEOPLE NOT BANK

MA ANCHE PIÙ RABBIOSAMENTE E CONSAPEVOLMENTE

“CI TOLGONO IL FUTURO” (VIDEO E GALLERY)

A BOLOOGNA L’AREA VASTA DI RESISTENZA DEGLI INDIGNATI  ALLA DITTATURA FINANZIARIA (SANTA INSOLVENZA) E D’ESPERIMENTAZIONE DI NUOVE FORME DI VITA ATTIVA,  CONNESSA E DENOMINATA -TIME OUT -, HA OCCUPATO L’EX CINEMA ARCOBALENO PER CREARE UNA SCENA METROPOLITANA COMUNE DELL’AUTOPRODUZIONE SOCIALE E CULTURALE

Ecco cosa ci raccontano dalla Redazione “Il Fatto Quotidiano | Bologna | 11 novembre 2011, Giovanni Stinco e Annalisa Dall’Oca, dopo averci narrato  degli indignati in un altro precedente articolo:Tremila studenti in piazza a Bologna. "Save the school, not bank" (gallery e video)

La città è rimasta paralizzata per l'intera giornata. Prima gli studenti delle scuole medie e superiori, poi i Draghi Ribelli dei centri sociali ed infine Santa Insolvenza (o time out)

“Il teatro occupato Valle di Roma deve avere fatto scuola, visto che anche gli indignati di Bologna hanno scelto uno spazio simile, e a pochi metri dalla centralissima piazza Maggiore hanno occupato un cinema abbandonato da anni.

L’azione è avvenuta al termine di un corteo che ha messo in scena la “decadenza del capitalismo e del libero mercato”, con 1500 persone che si sono fatte guidare da Santa Insolvenza, la statua-feticcio protettrice dei precari e degli insolventi. Davanti a tutti tre uomini, giacca e cravatta e viso mascherato come i lottatori di wrestling degli anni 80.

I tre hanno mimato atti sessuali con i bancomat e le vetrine degli istituti di credito che hanno incontrato lungo il loro cammino. (1)

Tutti gli altri dietro, anche la statua di Santa Insolvenza accompagnata dalla sua incarnazione Valerie, trans indignata che ha distribuito biglietti da 100 euro – finti – lungo tutto il corteo.
Insomma quasi una grande mascherata, con canti, balli, e musiche anni 80 e 90, decenni apogeo del liberismo, ora “marcio e morente”, hanno detto i manifestanti. Ma se le modalità del corteo sono state decisamente trash e provocatorie, chiari e duri erano invece i contenuti. “No a governi tecnici che tagliano il welfare, no al lavoro sottopagato, no agli stage gratuiti in vista di un futuro che non abbiamo più”. Di fronte alla sede di Hera, multiutility che ha in appalto la gestione dell’acqua a Bologna, gli indignati di Santa Insolvenza hanno messo in scena una performance comunicativa. Un maxi assegno con la scritta “profitti 200%” è stato stracciato dalla Santa Valerie, e sull’asfalto è stata dipinta con la vernice la scritta: “Acqua bene comune”.
Lungo il corteo molti gli interventi al microfono. “Io sono disoccupata da luglio, laureata in Scienze della Comunicazione e adesso studio Formazione perché voglio insegnare ai bambini – spiega una giovane ragazza –

Ma se in un ristorante si guadagna bene e in una cooperativa convenzionata col Comune solo 300 euro, significa che dovrò rinunciare ai miei sogni e buttare via anni di studio”.
Siamo precari, siamo disoccupati, siamo sfrattati – ha detto uno dei “Siamo precari, siamo disoccupati, siamo sfrattati – ha detto uno dei manifestanti – siamo un po’ tutti insolventi, vogliono farci pagare un debito che è stato contratto dalla finanza, dalla speculazione, dalle banche, da quell’1% che ha tutto mentre gli altri rimangono sempre più schiacciati dai debiti”. E ancora: “Ci hanno illusi per anni col sogno dell’università e di un buon lavoro – ha detto Elisa – e invece adesso tutto è in frantumi con una disoccupazione giovanile al 30%. Se non si aiuterà chi è più colpito dalla crisi non si potrà più andare avanti”.

In corteo anche Bifo Berardi, volto noto del movimento del 77 a Bologna e in tutta Italia. “Io credo che quelli della Bce non siano pazzi, che ci sia qualcuno che stia tentando di appropriarsi dell’intera ricchezza sociale, una sorta di assalto finale contro le risorse della società. Per Bifo la soluzione è a “livello europeo col reddito di cittadinanza. Quindi soldi per la ricerca, soldi per l’educazione, soldi per la sanità, per la vita sociale reale. L’esatto contrario di quello che stanno facendo”.
Poi l’arrivo in centro e l’occupazione del cinema Arcobaleno. “Da qui partiremo con le nostre azioni per dire no alla Bce, allo sfruttamento, e a chi ci vuole togliere il futuro”, hanno urlato i primi occupanti coperti da maschere bianche sullo stile di quelle già viste nel film “V per Vendetta”.

manifestanti – siamo un po’ tutti insolventi, vogliono farci pagare un debito che è stato contratto dalla finanza, dalla speculazione, dalle banche, da quell’1% che ha tutto mentre gli altri rimangono sempre più schiacciati dai debiti”.

Ma non è tutto. La città è stata attraversata anche dal corte dei “Draghi ribelli” del centro sociale Tpo. Alle 17 e 30 è scattato il loro flash mob davanti alla sede di Bankitalia, con un enorme drago rosso simbolo dell’occupazione dell’ex mercato coperto di via Clavature, sempre in pieno centro. “Sia maledetto quell’1% violento, cattivo, rapace, profittatore e carogna- ha urlato al microfono un drago ribelle – che ha causato questa crisi e che vuole farla pagare a noi”. Con il Tpo in tutto 200 persone tra cui alcuni delegati sindacali della Fiom e gli “educatori in lotta contro i tagli” di Casalecchio. Gli universitari del Cua (collettivo universitario autonomo) hanno invece occupato la facoltà di lettere di via Zamboni, e hanno riempito l’atrio di tende”.
1) nota di Versitudine: (mettendo in scena il perverso godimento contemporaneo fatto di accumulazione di denaro e capitali e di privazione di tempo ed esistenza ad un maturo ed equilibrato godimento individuale e sociale).

OLD CINEMA - EX NOVO ARCOBALENO

DI MONICA DALL’ASTA

14.11 .20011

CRONACA DI UNA SERATA MEMORABILE DI UN POSSIBILE - USO COMUNE- DI UN CINEMA ABBANDONATO ALLA RENDITA URBANA CHE VUOLE TRASFORMARE UNA DESTINAZIONE D’USO PUBBLICO/CINEMA-SPETTACOLO/ IN UNA D’USO COMMERCIALE/IPERMERCATO DI VICINATO/.

Di Domenica sera il cuore di Bologna pulsava dentro il cinema Arcobaleno: nel suo ventre sotterraneo, a ridosso di Piazza Maggiore. Quello che è avvenuto tra le mura di una delle tante sale del centro storico da lungo tempo ormai dismesse – occupata l’11 novembre scorso dall’Assemblea degli Insolventi, con l’intenzione di farne una piazza coperta dove sperimentare forme di auto-organizzazione sociale per rispondere alla crisi incombente – è troppo importante perché possa in qualunque modo essere sottovalutato da chi abbia a cuore il futuro di questa città.

   Dopo cinque anni di completa inattività, la sala ha di nuovo ospitato una proiezione: un documentario del 2009 di produzione locale (Elenfant Film e Freim), intitolato Old Cinema. Quello che a prima vista poteva apparire come un fatto quasi irrilevante – la proiezione di un film indipendente all’interno di uno spazio occupato – si è trasformato  in un evento eccezionale, realmente singolare, sia per le condizioni nelle quali ha avuto luogo, sia per i processi che lo hanno determinato. Per cominciare, il tema del film è ricco di implicazioni proprio in riferimento al contesto in cui è stato presentato. Si tratta infatti della rievocazione dei modi in cui il “vecchio cinema” veniva fruito a Bologna, dell’esperienza dell’andare al cinema così come si configurava prima dell’avvento delle multisale e di Internet, narrata attraverso le testimonianze di diversi spettatori e spettatrici ultraottentenni: insomma una specie di elegia,  ma non tanto di una forma di intrattenimento, quanto piuttosto di una forma di vita che oggi non esiste più e di cui si va perdendo finanche il ricordo. 

   Il film ha prodotto una viva impressione su tutti coloro che vi hanno assistito, e non solo per la forza simbolica che assumeva per il fatto di essere proiettato all’interno di un cinema da tempo chiuso al pubblico. Questo, certo, è il lato surrealista della vicenda: un film sulla fine di un certo modo di vivere il cinema presentato in un luogo che di questa fine è la traccia materiale, vera e propria rovina del tempo che fu. Ma ben più importante (lato situazionista) è che la sala fosse piena. Come ha osservato il regista Davide Rizzo prima della proiezione, l’altra sera l’ex Cinema Arcobaleno era la sala più affollata di Bologna. In modo veramente sorprendente, la situazione della platea sembrava riprodurre quella del “vecchio cinema” narrato dai testimoni, l’esperienza della visione come fatto sociale, condiviso, partecipato, non ancora ristretto nei circuiti del consumo solitario promossi dai processi di digitalizzazione.

   Per dirla con le parole di uno degli intervistati, il proprietario del glorioso Cinema Smeraldo, il “vecchio cinema” era una forma espressiva ancora capace di “fare un effetto”, cioè di emozionare, commuovere, far vibrare tanti corpi all’unisono come in una sorta di rito laico collettivo. Così domenica sera all’ex Arcobaleno: scoppi di risa e applausi hanno accompagnato la rievocazione dei vari “incidenti” scatenati dalla vicinanza molto fisica, promiscua e indisciplinata, dei corpi che si intrecciavano nelle sale di una volta, vocianti e piene di fumo, dove non di rado ci si poteva imbattere in approcci gay, o nelle tecniche difensive messe in atto dalle ragazze per difendersi da accompagnatori resi troppo audaci dalla suggestione del buio (infatti questa sala è tra l’altro convintamente femminista e queer). Profonda emozione ha suscitato l’apparizione sullo schermo dell’insegna “Arcobaleno”, tra quelle di tanti altri cinema oggi abbandonati: Embassy, Metropolitan, Nosadella. E un boato ha accolto le parole dell’anziana signora che in tutta serenità rivendicava di aver spesso sperimentato, da ragazza, l’ingresso clandestino in sala: perché insomma, vedere un film senza pagare “non è poi come rubare!”

   Niente avrebbe potuto essere più vicino al sentimento degli occupanti dell’Arcobaleno, che tutto pensano fuorché di aver compiuto un furto. Proprio al contrario, essi ritengono di aver restituito all’uso pubblico un luogo da troppo tempo espropriato ai bisogni e ai desideri della cittadinanza, uno spazio dove provare a costruire un centro di iniziativa comunitaria nel quale escogitare collettivamente forme di auto-organizzazione per difendersi dalla crisi. Nelle tante assemblee che si sono succedute in questi giorni si è parlato di servizi pubblici autogestiti (asili, mense), di mutuo soccorso, di banche del tempo, di come rispondere all'emergenza abitativa in vista dell'arrivo dell'inverno, insomma dei tanti possibili modi attraverso i quali provare ad affrontare la decrescita e l’insolvenza che molte e molti ritengono essere l’unico scenario sensato per il prossimo futuro.

   Si è parlato anche, naturalmente, di come poter restituire questo spazio alla sua vocazione originaria di luogo di diffusione culturale (ma in futuro, si è detto, anche di produzione), di come farlo attraversare dalle tante pratiche espressive (cinema, teatro, musica…) che oggi non riescono a trovare un pubblico perché giudicate inadatte alla diffusione nei circuiti commerciali. Il Teatro Valle occupato di Roma, con cui si è già aperto un canale di comunicazione, è stato spesso citato come naturale interlocutore con cui lavorare per costruire un circuito autogestito all’interno del quale far circolare le produzioni culturali indipendenti.

   Ma c’è un problema. I locali dell’ex cinema sono di proprietà privata e il Comune di Bologna sembra ritenere per questo necessario che si proceda allo sgombero immediato. L’opinione di molte persone è invece che l’amministrazione comunale non possa disimpegnarsi tanto facilmente da questa situazione, invocando l’atto dovuto di fronte all’occupazione di un bene privato. La prolungata chiusura al pubblico di un luogo di diffusione culturale così centrale e la concomitante esistenza di un ampio movimento che ne reclama l’uso sociale e ne invoca il riconoscimento quale bene comune pongono all’amministrazione una richiesta di interlocuzione cui essa non può sottrarsi.

   La proiezione di domenica sera all’ex Arcobaleno ha mostrato nel modo più trasparente che la crisi del cinema non dipende automaticamente dalle trasformazioni tecnologiche, ma innanzitutto dalla disgregazione e dall’atomizzazione del tessuto sociale e che laddove una società si ricostituisce e autodetermina i propri bisogni anche i piccoli film fatti con poche risorse possono incontrare il loro pubblico, o meglio una platea che non sia fatta solo di spettatori incatenati a un ruolo di pura passività, ma di attori vivi e protagonisti di processi comunicativi reciproci e condivisi.

   E’ solo l’inizio. La nuova iniziativa in programma questa notte, lanciata con il titolo ”La lunga notte del corto”, segnerà un salto di qualità nelle dinamiche socio-culturali di questa città. L’assemblea ha invitato i tanti produttori di video indipendenti attivi a Bologna a portare i loro corti all’Arcobaleno occupato, dove saranno proiettati nel corso di una lunga nottata. Quale novità si affaccia in un evento come questo? E’ facile rispondere: diversamente da quanto accade nel caso del cinema “ufficiale”, qui la proiezione sarà avvenuta di fronte a un pubblico composto non già di spettatori, ma di realizzatori, videomaker, operatori, che finalmente troveranno un’occasione per entrare in contatto gli uni con gli altri, per dialogare tra loro, scambiarsi esperienze, ovvero: per cominciare a formare un embrione di società. Dal film realizzato e fruito entro una piccola cerchia di amici e poi affidato all’anonimato della rete, a un’esperienza di visione reciproca e partecipata che diventa occasione di relazione e di messa in comune di pratiche espressive e di saperi, di emozioni e conoscenze.

   Se anche la malaugurata ipotesi dello sgombero dovesse verificarsi, sarà molto difficile per l’Amministrazione fingere che si tratti di un semplice episodio da poter chiudere e dimenticare senza conseguenze. Mentre la finanza internazionale crolla rovinosamente lasciando intorno a noi i detriti del vecchio mondo in via di disfacimento, e mentre la politica istituzionale sconta la sua totale inadeguatezza a gestire la complessità della situazione reale, la messa in rete di tante intelligenze, conoscenze, competenze è un patrimonio sociale troppo prezioso perché si possa pensare di cancellarlo con un colpo di spugna. Del resto questa cosa è già cresciuta troppo perché possa dissolversi nel giro di una notte. E’ già una società e con essa si dovrà per forza fare i conti.

CRONACA DI UNO SGOMBERO MA ANCHE DI UNA ROTTURA IRREPARABILE TRA AMMINISTRAZIONE DI CENTRO SINSTRA E IL VASTO MONDO DEGLI INDIGNATI, DEGLI STUDENTI/ESSE E DEL PRECARIATO METROPOLITANO

Pubblicato da Osservatorio Repressione Etichette: centri socialisgombero

16 NOVEMBRE 216 NOVEMBRE 2011

Bologna: sgoberato l'ex cinema Arcobaleno occupato

Alle 6 di questa mattina una quarantina fra agenti di polizia e carabinieri circondano i portici davanti all'ex cinema Arcobaleno occupato. La polizia in assetto antisommossa è intervenuta, sgomberando lo stabile e sollevando di peso gli occupanti. Le forze di polizia, chiamate dal sindaco Merola - degno successore dello “sceriffo” Cofferati - hanno sgomberato quel posto, per restituirlo al nulla al quale l’occupazione lo aveva sottratto.

Alle sette una bordata di fischi accoglie la serranda dell'ex cinema che si abbassa e mette fine allo sgombero. Gli occupanti pensano già al dopo: finita l'operazione di polizia sollevano la statua di Santa Insolvenza, simbolo della loro protesta, e la portano in giro per la città.

Slogan contro il sindaco urlati col megafono mentre marciano sotto la Questura e il Comune blindatissimo, poi tornano davanti all'ex cinema Arcobaleno e infine, sugli scalini di Sala Borsa, annunciano una conferenza stampa per oggi alle ore 16.

Un luogo pubblico, un luogo che apparteneva alla comunità è stato sequestrato dagli interessi privati. Come accade sempre più spesso gli interessi del profitto, della rendita immobiliare e della speculazione prevalgono sugli interessi della comunità. Avrebbero voluto aprire un supermercato, in quel posto. Ma non ne possono mutare la destinazione d'uso, quindi il cinema ex Arcobaleno, non più cinema, è diventato un buco nero, un monumento al nulla culturale di questa classe politica corrotta e asservita alla dittatura finanziaria. E tale deve rimanere: un monumento al nulla.

Comunicato in sostegno agli occupanti dell’ex Cinema Arcobaleno

16 Novembre 2011

Sosteniamo l’ex cinema Arcobaleno Occupato di Bologna
dagli occupanti del Teatro Valle di Roma

L’11 novembre a Bologna 1500 tra cittadini, studenti, precari, artisti si sono riappropriati del cinema Arcobaleno di proprietà della MG Cinematografica. Un cinema in pieno centro che i privati proprietari tengono chiuso da cinque anni in attesa di un cambio di destinazione d’uso.
Questa mattina dopo un rifiuto del Sindaco Merola ad incontrare gli occupanti il prefetto ne ha ordinato lo sgombero.
Come lavoratori dell’arte, della conoscenza e dello spettacolo che da cinque mesi occupiamo il Teatro Valle sosteniamo la lotta dell’ex Cinema Arcobaleno: per rivendicare in modo diretto ed auto-organizzato i propri diritti, riaffermare la cultura e il sapere come bene comune e riappropriarsi di spazi e risorse costruendo istituzioni dal basso. Sosteniamo e rivendichiamo la pratica di resistenza che gli occupanti hanno attivato per difendere uno spazio restituito alla collettività: più di cento persone trascinate e identificate dalle forze dell’ordine, con una gestione dell’ordine pubblico che a Bologna come a Roma restringe gravemente spazi pubblici di discussione e di partecipazione.
Le istituzioni, nascondendosi dietro una pretesa legalità, cancellano con uno sgombero il desiderio di partecipazione e la volontà dei cittadini che dal basso evocano la rinascita di luoghi di democrazia partecipata e il diritto di autodeterminare le proprie vite.

In questi cinque mesi al Valle occupato si sono tenute assemblee dedicate agli aspetti più critici dell’industria cinematografica, dalla produzione alla distribuzione alla crisi delle sale, con lo scopo di proporre un diverso modo di pensare e fare cinema, un’altra concezione di ricchezza che guardi alla qualità piuttosto che al profitto.
La chiusura dei cinema e degli spazi dedicati all’arte sta causando un tragico impoverimento culturale delle città e cancellando posti di lavoro. Anche la qualità del cinema è stata gravemente compromessa dalla progressiva chiusura di sale per favorire la nascita di Multiplex, giganti che possono raggiungere anche quindici schermi e quattromila posti, legati a doppio filo con l’industria della distribuzione di massa che fa arrivare nelle sale sempre le solite pellicole, in una logica esclusivamente commerciale e di profitto.
Riaprire sale cinematografiche e rivendicarne la natura di bene comune è indispensabile per riportare le produzioni verso le regie di qualità, le distribuzioni verso un’offerta plurale. Per costruire un’altra idea di città e di socialità.

Materiali di discussione comune

1: La cultura come bene comune

di Ugo Mattei –  (manifesto 3/6/2011)

Ma che cosa sono questi beni comuni  o il Comune per cui ci si batte tanto in ogni parte del pianeta ?

Entriamo ora nel merito di una lunga riflessione condotta sulle pagine del quotidiano il Manifesto, di altre riviste critiche, di libri e di pagine elettroniche contemporanee.

“i beni comuni si trovano ovunque vi siano relazioni, ma emergono di rado, in occasioni di conflitti, spesso tumulti, che ne creano la consapevolezza, in condizioni strettamente legate a rivendicazioni di bisogni fondamentali.  In quanto legati ad un contesto, i beni comuni si collocano dunque all’antitersi dell’universalismo tipico della retorica dei diritti umani.  Essendo tuttavia funzionali alla soddisfazione effettiva di bisogni fondamentali autentici (materiali o spirituali  che siano) della persona calata in molteplici contesti relazionali, sono parte di una rete tendenzialmente sconfinata.

L’individuo disconnesso

Di qui la sfida radicale che i beni comuni apportano alla dimensione statuale, circoscritta dai confini e calata nella logica della sovranità che è poi dominio gerarchicamente organizzato su un territorio. E qui anche la difficoltà enorme che l’elaborazione teorico-giuridica incontra nel far si che e i beni comuni, entità collettive, inclusive e a potere diffuso, siano compatibili con una struttura fondamentale del diritto fondato sul proprietario (persona fisica o giuridica che sia) interlocutore privilegiato dello stato (due strutture di concentrazione del potere ed esclusione).

In effetti, anche se strutture giuridiche che già disciplinano beni comuni esistono nel diritto privato moderno (si pensi al condominio negli edifici e alla comunione) esse sono di solito declinate come eccezionali in un contesto interamente dominato dalla proprietà privata. Basti pensare come i vicini di casa diano il peggio di sé nelle assemblee di condominio.  Qui ciascuno dei condomini, lungi dall’essere-comunista (ossia avere  a cuore proprio quelle parti comuni che lo collegano con gli altri) si considera in realtà un sovrano che subisce una limitazione (provocata da altri con cui il rapporto non può che essere conflittuale) di un supporto dominio libero.

Per giungere ad un elaborazione  giuridica del comune autenticamente capace di diffondere un linguaggio nuovo, che rimette al centro  il gruppo connesso (la comunità in senso ecologico variabile secondo le circostanze  /in questo caso determinate dalle necessità /oppure antropologicamente come comunanze che scelgono di connettersi liberamente ) e marginalizzi l’individuo disconnesso (celebrato nella retorica  (economica classica ) di Robinson Crusoe , è dunque necessario ancora  molto lavoro teorico e pratico.

2: Genealogia ed archeologia del Comune  -testo  di Ugo Mattei –  (manifesto 3/6/2011)

Dal primo punto di vista occorre tracciare una genealogia (o perfino un’archeologia) del Comune, un’impresa affascinate, che richiede uno sforzo interdisciplinare, soprattutto storico-istituzionale che non può non attendere.  Soltanto una tale elaborazione può rispondere alle domande di fondo cui è estremamente difficile sfuggire.

La pax democratica ed  economica

Il potere centralizzato del complesso politico-militare -industriale e suoi dogmi pseudo-scientifici

I dati scientifici disinteressati in nostro possesso sono unanimi nel dimostrare, per esempio, come la società nucleare non solo  sia del tutto insostenibile (scorie radioattive non gestibili) ma costituisca un’opzione dalla visione cortissima.

Giorgio Parisi uno dei massimi fisici e teorici della complessità ha scritto sul l’inserto Gaia Comune (il manifesto 28/4) che si sostituisce con il nucleare l’intera produzione energetica derivante dagli idrocarburi al tasso attuale di consumo avremmo uranio per tre anni.

E’ ovvio quindi, dati alla mano, che il nucleare non è un opzione energetica pulita di lungo periodo ma solo un’operazione politica di strutturazione globale della concentrazione del potere.

Le incredibili aporie del nucleare realizzato (per citare un solo  esempio l’intera produzione di Fukushima , una delle altre cinquanta che in Giappone producono il 17% dell’energia consumata, può essere agevolmente sostituita limitando le luminarie notturne a Tokio)  evidenziano dati inquietanti se visti nella prospettiva di una genealogia storica.

In effetti il livello di razionalità degli apparati ideologici che sostengono il nucleare ( e comunque di quanti difendono oggi l’ideologia sviluppi sta della modernità) è pari a quella dell’inquisizione.

Allora si processava Galileo e si bruciava Giordano Bruno,  al solo scopo di difendere il dogma conoscitivo (teocentrico) che garantiva  il potere gerarchico della chiesa romana contro le nascenti istituzioni giuridiche e politiche della modernità) simbiotiche rispetto alla piena realizzazione della rivoluzione scientifica.

Oggi il potere centralizzato del complesso militare-industriale   (di nuovo )cerca  in tutti i modi di fondare(come allora)  con dogmi pseudo-scientifici - il nucleare come soluzione del problema energetico- contro la centralità di quelle  istituzioni della modernità che  (favoriscono oggi) la piena valorizzazione giuridico-istituzionale dei beni comuni (coerente con la frontiera del sapere)  minaccia di sovvertire.

La reazione violenta  del potere centralizzato alle trasformazioni  indotte dai fenomeni  di varia natura  eretici  riconducibili alla  metafora della rete.

Insomma  stiamo cominciando a sperimentare le reazioni politiche ed  ideologiche  (brutali quanto il rogo) alla nuova rivoluzione copernicana fondata nella migliore scienza che, muovendo criticamente dall’antropo-centrismo all’eco-centrismo ,  finirà quasi certamente per sovvertire gli assetti del potere attualmente dominanti.

Di qui la reazione sempre più violenta di un potere centralizzato che si era illuso di non aver più avversari (dopo il crollo del muro di Berlino) e che invece sembra destinato a crollare perché indebolito dalle trasformazioni rapidissime che stiamo vivendo, tutte catturabili con la metafora della “rete”:

in particolare la rivoluzione energetica fondata sull’autoproduzione diffusa che rende inutile il complesso militare-industriale coniugato con l’emergere politico e poi giuridico di istituzioni del Comune,  può saldarsi con le trasformazioni demografiche e con le grandi migrazioni rendendole funzionali (in chiave rivoluzionaria naturalmente) alle esigenze di sopravvivenza del genere umano su questo pianeta.

In questo quadro di trasformazione  i beni comuni, che emergono dalle lotte (ma anche dalle riflessioni comuni svolgono diverse funzioni.

Beni comuni come nuovo vocabolario per l’emancipazione e i nuovi scenari di  Welfare

Essi in primo luogo offrono un vocabolario nuovo necessario per l’emancipazione, che offre piena consapevolezza alle moltitudini di ciò che è loro (appartiene loro in quanto singolarità connesse in libere comunanze).

Questo nuovo vocabolario apre la via alle discussioni su nuovi  scenari di Welfare, quali per esempio  “il reddito d’esistenza”, essenziali per fronteggiare in modo sostenibile gli sviluppi del “capitalismo cognitivo” , creando le condizioni di un’organizzazione sociale fondata sulla qualità della vita (di tutti) e non sull’accumulo  nelle mani di pochi.

Pratiche di riconquista  e sviluppo consapevole

In secondo i beni comuni costituiscono un cuscinetto capace di difendere “le risorse esistenti “  o in via di generazione,  comunque appartenenti a tutti, da ogni ulteriore saccheggio attraverso lo sviluppo consapevole, la consapevolezza,  la critica e  la cittadinanza attiva (questa la funzione consapevole  che svolgono campagna referendaria).

 3:La conoscenza contro la proprietà intellettuale di Benedetto Vecchi ( il  manifesto 16/10/2011)

La rete è il grande abbaglio di questo inizio millennio. Spazio di infinità libertà, affermano in molti.

Luogo deputato a garantire il superamento dello sviluppo capitalistico attraverso una radicale e tuttavia soft mercificazione, ribattono i critici del neoliberismo.

Ugo  Mattei, di fronte a questa paralizzante polarizzazione con il suo “manifesto dei beni comuni” rappresenta un buon antidoto.

La celebre frase di Isac Newton sul fatto che ogni scienziato è un –vivente che comunica sulle spalle dei giganti ormai dimenticati è solo una metafora che testimonia il carattere sociale della conoscenza.

In altri termini, ogni uomo o donna, fa tesoro della sedimentazione culturale delle generazioni precedenti.

Sedimentazione culturale usata, plasmata, modificata a proprio uso e consumo.

E’ però indubbio che l’esito di questa manipolazione – non è ascrivibile ad un singolo, ma bensì alle relazioni sociali in cui tale produzione di conoscenza incardinata.

John Locke, Isac Newton non erano teorici radicali – ma sapevano che nelle loro proposte sul buon governo della cosa pubblica, la conoscenza presentava un’anomalia rispetto alla terra, l’acqua e l’aria.

Da una parte beni tangibili, materiali, secondo il lessico della modernità. Dall’altra l’intangibilità, l’immaterialità della conoscenza.

Le leggi e le norme elaborate nel corso del tempo sulla proprietà intellettuale prova q legittimare questa dicotomia tra reale e materiale.

E questo ha una qualche efficacia, per quanto la riguarda la riproduzione dell’ordine sociale capitalistico, fino a quando la polarità immateriale e materiale semplicemente va a pezzi, e il resto è storia nota.

La rete è il contesto produttivo e culturale che meglio di altri evidenzia questo mutamento della dicotomia tra materiale ed immateriale.

E se il primo poteva essere meglio compreso secondo le leggi auree della scarsità ,  la conoscenza  non è un bene scarso, così come le fonti energetiche, la conoscenza sfugge a tali caratteristiche.

Ogni volta che si legge e commenta un libro, o si ascolta un disco o si vede un film, il principio della scarsità è irrilevante, perché il film rimane, il brano musicale continua ad esistere.

Da qui l’impossibilità di applicare le leggi dominanti sulla proprietà intellettuale (perché così le farebbe diventare veramente scarse).

Il saggio di Mattei dà per scontato questa vicenda ed invita a fare i conti con un mutato panorama, dove il confine tra materiale ed immateriale è diventato una convenzione sociale, visto che la conoscenza e il sapere hanno caratteristiche che differiscono da quelle che hanno l’acqua, l’aria e la moderna energia (petrolio e gas).

Rilevante non è lo smottamento tra materiale ed immateriale, bensì il fatto che il principio di scarsità, è ripetutamente usato per definire lo statuto della produzione culturale e della conoscenza.

Il copyright o il diritto d’autore sono strumenti giuridici utilizzati per definire la conoscenza come bene scarso.

Però è questa operazione normativa a rendere scarso la conoscenza o i beni immateriali in genere.

Operazione politica di dominio capitalistico nella vita di uomini e donne.

Mattei fa riferimento alla rete….

Quello che empiricamente non funziona è proprio il tentativo di iscrivere la produzione e la circolazione della conoscenza dentro le  compatibilità definite dalle norme  della proprietà privata.

Del comune

In rete accadde l’opposto.

Un’informazione, un film, un brano musicale sono –quel comune- che uomini e donne hanno prodotto collettivamente (ogni  atto umano si produce sempre all’interno di un contesto di cooperazione sociale ).

La proprietà privata è un’istituzione parassitaria , che non ha nessuna adesione ad un principio di realtà.

Nel saggio di Mattei …è la tensione organicistica che l’autore impone alla sua argomentazione.

La conoscenza…se si pone l’attenzione sui meccanismi di valorizzazione capitalistica, ma anche sull’ordine del discorso che deve porsi su quel comune prodotto di uomini e donne nel loro  stare in società. (qui l’irrilevanza della proprietà privata intellettuale)

Quello che non convince nella sua analisi(Mattei) non è la critica al concetto della proprietà intellettuale, ma la sua convinzione sullo status collettivo della conoscenza come esito olistico, organicista della conoscenza (qui sono presenti in Mattei un’operare di automatici ed ingenui meccanismi biologici piuttosto che concrete sinergie biopolitiche).

La produzione collettiva non è pacificata ma marchiata dal conflitto su come stare in società.

La produzione culturale è (opera) infatti in un contesto conflittuale  rispetto all’ordine delle cose.

La sua visione olistica è senza conflitto e pacificata.

La produzione culturale è il Comune degli uomini e delle donne ma  anche il conflitto di come si vuole stare in società, in quale società si vuole vivere e costruire.

 4:Commons (i beni di uso comune)come presupposto per l’ecologia politica del teologo ecologista storico-critico Ivan Ilich

(dal discorso –il  silenzio come bene comune – di Ivan Ilich  all’apertura   del convegno di Asahi Symposium: Science and Man. The Computer-Managed Society.

(Tokyo, 21/03/1982)

“nei tredici minuti che ho ancora a disposizione su questo podio voglio mettere in chiaro una distinzione che io considero fondamentale per l’ecologia politica. Intendo distinguere l’ambiente come commons, cioè bene di uso comune, -  uso civico –, dall’ambiente come risorsa. Dalla nostra capacità di cogliere questa distinzione dipende non solo la costruzione di una solida ecologia teorica, ma anche (cosa ancora più importante) la possibilità di una legislazione ecologica efficace.

Minna-san, come vorrei, a questo punto, essere un allievo del vostro poeta Zen, il grande Basho.

Poesie (Haiku)

Il silenzio
penetra nella roccia
un canto di cicale.

Allora forse in sole 17 sillabe saprei tracciare la distinzione fra l’ambiente come bene di uso comune, in cui le attività di sussistenza della gente sono immense, e l’ambiente come risorsa che serve alla produzione economica di quelle merci da cui dipende la sopravvivenza in una società moderna (che sono scarse e spesso inaccessibili ai molti). Se fossi un poeta, forse saprei esprimere questa differenza in maniera così bella e incisiva da farla penetrare nei vostri cuori e rendervela indimenticabile.

Disgraziatamente non sono un poeta giapponese. Sono costretto a parlarvi in inglese, una lingua in cui, nel corso dell’ultimo secolo, questa distinzione è andata perduta; e inoltre devo parlarvi attraverso una traduzione. E’ solo perché posso contare sul genio del mio traduttore, Mr Muramatsu, che oso cercare di recuperare significati dell’inglese antico in un discorso pronunciato in Giappone.

Commons è una parola dell’inglese antico. I miei amici giapponesi mi dicono che il suo significato è abbastanza vicino a quello che la parola iriai ha tuttora in giapponese.

Commons, come iriai, è una parola che nell’epoca preindustriale veniva usata per indicare certi aspetti dell’ambiente. La gente chiamava commons quelle parti dell’ambiente per cui la consuetudine esigeva certe forme specifiche di rispetto da parte della comunità. Commons (in tedesco Allmende o Gemeinheit, in italiano “uso civici”) denotava quella parte dell’ambiente che si trovava al di fuori dei confini e delle proprietà, ma che le persone avevano tuttavia diritto di usare, non per produrre merci, ma per la loro sussistenza domestica. La legge della consuetudine che umanizzava l’ambiente istituendo gli usi civici era di solito non scritta.

E ciò non solo perché la gente non si dava la pena di metterla per iscritto, ma anche perché la realtà che essa proteggeva era troppo complessa per essere riducibile in paragrafi. La legge degli usi civici regolava il diritto di passaggio, il diritto di pesca e caccia, il diritto di pascolo e quello di raccogliere legna o piante medicinali nel bosco.

Una quercia, per esempio, poteva trovarsi nei commons.

D’estate la sua ombra serviva ai pastori e alle loro greggi; le sue ghiande nutrivano i porci dei contadini della zona; i suoi rami secchi fornivano legna da ardere alle vedove del villaggio; alcuni dei suoi ramoscelli verdi, a primavera, venivano tagliati per ornare la chiesa; e al tramonto poteva magari essere il luogo dove si riuniva l’assemblea del villaggio.

Parlando di Commons, iriai, usi civici, la gente si riferiva ad un aspetto dell’ambiente limitato, necessario alla sopravvivenza della comunità, utili ai vari gruppi in modi diversi, ma che, in senso strettamente economico, non veniva percepito come scarso.

Quando in Europa, parlando ai miei studenti all’università, uso la parola commons, essi pensano immediatamente al diciottesimo secolo.

Pensano a quei pascoli in Inghilterra in cui ogni abitante del villaggio poteva condurre qualche pecora; e ricordano la recinzione di quei pascoli, che li trasformò da usi civici in risorsa per l’allevamento commerciale.

In primo luogo, tuttavia, i miei studenti ricordano il nuovo tipo di povertà introdotto da quelle recinzioni: l’assoluto impoverimento dei contadini, sottratti alla terra (alle terre comuni) e costretti al lavoro salariato, e l’arricchimento commerciale dei proprietari terrieri (coloro che hanno acquistato quelle terre privatizzate a prezzi irrisori).

Il loro pensiero va subito all’emergere di un nuovo ordine capitalistico. Quella dolorosa innovazione tende a far loro dimenticare che le recinzioni rappresentano anche più profondo.

La privatizzazione degli usi civici inaugura un nuovo ordinamento ecologico.

Le recinzioni non solo trasferirono fisicamente il controllo(o l’uso) dei pascoli dai contadini ai proprietari terrieri, ma segnarono anche un radicale mutamento nell’atteggiamento della società nei confronti dell’ambiente. Fino ad allora tutti i sistemi giuridici avevano considerato la maggior parte dell’ambiente come commons, bensì d’uso comune, da cui la gente poteva trarre gran parte del proprio sostentamento (come valori d’uso) senza dover ricorrere al mercato (come valori di scambio). Dopo la privatizzazione, l’ambiente divenne in primo luogo una risorsa al servizio di –imprese -, che organizzando il lavoro salariato, trasformavano la natura nei beni e nei servizi necessari a soddisfare i bisogni dei consumatori (cioè cittadini che dispongono di potere d’acquisto, cioè di denaro, escludendo dall’uso tutti quelli che non ne dispongano).

Questo cambiamento è il punto rispetto a cui l’economia politica (classica) è cieca.

L mutamento in questione si comprende meglio pensando alle strade, anziché ai pascoli. Che differenza c’era, vent’anni fa fra le parti nuove  vecchie di Città del Messico! Nelle parti vecchie della città le vie erano veri e propri usi civici.

Quelle vie erano fatte per la gente. Come tutti i veri commons, la strada stessa era il prodotto della gente che ci viveva e che al rendeva vivibile. Gli edifici sul bordo della strada non erano case private nel senso moderno del termine, garage per il deposito notturno dei lavoratori. La soglia di casa che separava due spazi vivibili, uno intimo, l’altro comune. Ma né l case in questo senso intimo né le strade come usi civici sono sopravissute allo sviluppo economico. Nei quartieri nuovi di Città del Messico le strade non sono fatte per la gente. .. i pedoni sono a malapena tollerati sulla strada, a meno che siano in cammino verso una fermata dell’autobus. ….la strada è stata degradata da uso civico a risorsa per la circolazione dei veicoli.

La privatizzazione dei pascoli è stata contestata; ma la trasformazione ancora più radicale dei pascoli (o delle strade)da usi civici a in risorse ha avuto luogo, fino ad epoca recente, senza venir messa in discussione. L’appropriazione dell’ambiente da parte di pochi è stata chiaramente riconosciuta da molti come abuso intollerabile. Al contrario, la trasformazione, ancora più degradante, delle persone in membri di una forza lavoro industriale e in consumatori è stata, fino a epoca recente, tacitamente accettata. Da quasi cento anni vari partiti politici contestano l’accumulazione delle risorse ambientali in mani private. Ma il problema è stato affrontato in termini di utilizzazione privata di tali risorse, non di estinzione degli usi civici. Perciò finora le forze politiche anticapitaliste hanno avvallato la legittimità della trasformazione degli usi civici in risorse. Solo recentemente, alla base della società un nuovo tipo di “intellettuale popolare” ha cominciato a riconoscere quello che è successo. Le recinzione hanno privato la gente del diritto a quel tipo di ambiente da cui dipendeva, fin dall’inizio della storia, l’economia morale della sussistenza. La suddivisione della terra una volta accettata, ridefinisce le comunità umane. Essa mina l’autonomia locale delle comunità. La recinzione degli usi civici, perciò, corrisponde tanto agli interessi dei burocrati statali e dei professionisti quanto a quelli dei capitalisti. Essa consente al burocrate di considerare la comunità locale incapace di provvedere al proprio sostentamento. Le persone diventano soggetti economici, dipendenti per la propria sopravvivenza dalle merci che vengono prodotte per loro. Fondamentalmente, la maggior parte dei movimenti di base rappresenta una rivolta contro questa ridefinizione delle persone come consumatori, indotta dalla trasformazione dell’ambiente.

Minna-san, vi aspettavate che io parlassi di elettronica, non  di pascoli e strade. Ma io sono uno storico: perciò ho voluto parlare prima degli usi civici rurali com’erano in passato, per arrivare alla ben più ampia minaccia all’uso comune dell’ambiente rappresentata oggi dall’elettronica.

La mia biografia spiega anche molte delle trasformazioni avvenute nel corso del secolo XX; l’uomo che vi parla è nato cinquant’anni fa a Vienna. Ad un mese di età, è stato messo su un treno e poi su una nave e portato all’isola di Brac, in un villaggi sulla costa dalmata, dove mio nonno voleva impartirmi la sua benedizione.

La stessa nave con cui arrivai, nel 1926, scaricò sull’isola il primo altoparlante. Pochi abitanti dell’isola avevano mai sentito, prima di allora, una cosa del genere. Fino a quel giorno, tutti gli uomini e le donne avevano parlato con voci di potenza più o meno uguale. Da quel momento in pii non sarebbe stato così. Da quel momento,  l’accesso al microfono avrebbe determinato quale voce veniva amplificata. Il silenzio cessava di far parte degli usi civici: esso diventava una risorsa per la quale gli altoparlanti erano in concorrenza tra loro. E con ciò, il linguaggio stesso veniva trasformato da uso civico locale in risorsa nazionale per la comunicazione. Come la recinzione dei pascoli accrebbe la produttività nazionale privando i contadini del diritto di tenere qualche pecora, così l’invasione degli altoparlanti distrusse quel silenzio che fino a quell’ora aveva dato ad ogni uomo e ad ogni donna la sua propria e uguale voce.

Se non hai accesso a un altoparlante, sei messo a tacere.

Spero che a questo punto l’analogia risulta chiara. Come gli usi civici dei luoghi sono vulnerabili e possono venir distrutti dalla motorizzazione del traffico, così l’uso civico del discorso è vulnerabile e può venir distrutto dall’invasione dei moderni mezzi d comunicazione. (2)(

Il tema che vi propongo di discutere dovrebbe perciò essere chiaro; come combattere l’appropriazione da parte dei nuovi dispositivi e sistemi elettroni di un bene comune almeno altrettanto prezioso quanto il silenzio. Il silenzio, secondo le tradizioni sia orientali sia occidentali, è il grembo da cui emergono gli esseri umani. Esso ci viene sottratto dalle macchine elettroniche che imitano le persone. Così potremmo diventare sempre più dipendenti dalle macchine  per parlare e per pensare, come siamo già dipendenti dalle macchine per spostarci.

Questa trasformazione dell’ambiente (comunicativo) da commons in risorse produttiva è la forma più radicale di degrado ambientale. Tale degrado ha una lunga storia, che si sovrappone alla storia del capitalismo, ma non è in alcun modo riducibile ad essa. (anche il capitalismo di stato nelle varie versioni del socialismo democratico e reale ).

Disgraziatamente finora l’importanza di questa trasformazione è stata ignorata o sottovalutata dall’ecologia politica. Il compito è urgente, perché gli usi civici non hanno bisogno di polizia (per essere tutelati), ma le risorse si. Proprio come il traffico motorizzato, i computer necessitano di un regime di polizia (pubblica o privata), che sarà presente in forze sempre maggiori e in modi sempre più sottili. Per definizioni le risorse richiedono una protezione poliziesca. Una volta che tale protezione,è in atto, il loro recupero come beni di uso comune diviene sempre più difficile. E’ questa è una ulteriore ragione di urgenza per il nostro impegno.

(2) nota di Versitudine: a Zuccotti Park -New York durante l’occupazione degli indignati al tempio della finanza –Wall Steet – realizzata negli ultimi mesi dell’anno 2011, la polizia urbana vietò agli occupanti l’uso del megafono e da questa interdizione ne nacque qualcosa di sorprendente;

questa interdizione poliziesca non ha restituito il silenzio perduto causato dalla secolare sussunzione delle singole voci prodotto dai mezzi di comunicazione di massa, di cui ci parla Illic; però le  capacità intuitive ed inventive che emergono spesso nei processi di insorgenza sociale, uno degli occupanti ha proposto di diventare ognuno un megafono umano di quello che avrebbe detto ognuno di quelli che avrebbero preso la parola, per aggirare il divieto; e così l’espressione di ognuno è stato messo nella condizione di esprimere la propria potenza assopita dalla comunicazione di massa ma anche dell’interdizione imposta dalla polizia).

5: Sandro Mezzadra (il manifesto 25 novembre 2011)

Beni comuni un concetto in movimento

L'ALBA AL TRAMONTO

Il volume di Ugo Mattei pubblicato da Laterza ha il merito di definire il campo teorico in cui collocare la tematica dei beni comuni. Un saggio che si propone di elaborare le coordinate per criticare la gestione pubblica o privata dell'acqua, della salute, dell'istruzione. Un terreno che apre alla sperimentazione e alla critica delle evidenti contraddizioni poste da una interpretazione morale e organicistica attualmente presente nella discussione pubblica e nei movimenti sociali

Nel 1940 il grande intellettuale e militante afro-americano W.E.B. Du Bois diede alle stampe un libro autobiografico intitolato Dusk of Dawn. Il cortocircuito temporale che così veniva indicato, «il crepuscolo dell'alba», sintetizzava in modo fulminante l'esperienza storica delle popolazioni per cui l'accesso alla modernità, al suo tempo lineare e progressivo, è coinciso con la tratta, la schiavitù, la conquista e la dominazione coloniale. Ma il titolo del libro di Du Bois mi viene spesso in mente a proposito del nostro presente, di un'epoca in cui il capitalismo, al culmine dei processi di globalizzazione e finanziarizzazione, sembra tornare a presentare alcune delle caratteristiche che ne avevano segnato l'origine (l'«alba»). Il «comune» è nuovamente il principale terreno su cui si dispiegano i processi di valorizzazione e accumulazione del capitale. E se la fenomenologia di questo «comune» appare oggi infinitamente più ricca ed eterogenea di quella analizzata da Marx in un celebre capitolo del Capitale (quello appunto dedicato alla «cosiddetta accumulazione originaria»), non certo minore è la violenza con cui vecchie e nuove «recinzioni» sconvolgono la vita di intere popolazioni. Come ai tempi in cui nelle campagne inglesi l'industria tessile nascente imponeva l'abolizione di secolari «usi comuni» delle terre per trasformarle in pascoli, distruggendo le condizioni stesse di vita di grandi masse rurali, anche oggi la terra è spesso al centro di questi processi - dall'India all'Africa, dalla Cina alla Val di Susa. Ma le recinzioni contemporanee tagliano altresì trasversalmente la cooperazione e la produzione di conoscenza all'interno delle reti, si esercitano sul Dna umano nello sviluppo dei nuovi farmaci «post-genomici», e soprattutto sono uno dei dispositivi essenziali attraverso cui agisce il capitale finanziario a livello globale. «Privatizzazioni» e austerity vanno a incidere precisamente su «beni» diffusamente percepiti come comuni, dall'istruzione all'acqua, dalla salute alle pensioni, per trasformarli in generatori di rendite finanziarie.

Il saccheggio annunciato

Anche all'interno delle lotte e dei movimenti sociali, del resto, il tema del comune è balzato in primo piano negli ultimi anni, con particolare intensità dall'inizio della grande crisi nel 2007/2008. Battaglie come quella di Cochabamba, in Bolivia, contro la privatizzazione dell'acqua, o quella di Nandigram, in Bengala occidentale, contro l'esproprio di terre per conto della Tata, hanno avuto risonanza globale proprio per la forza con cui hanno posto la questione del comune. E sono diventate fonte di ispirazione ad esempio per le lotte contro la privatizzazione del web o degli spazi pubblici metropolitani, per limitarci a due esempi dell'articolazione dei movimenti su una molteplicità di terreni, corrispondenti a quella che caratterizza le recinzioni contemporanee. La stessa giornata di mobilitazione di ieri, 15 ottobre, può essere letta come un momento di confluenza di almeno una parte di queste lotte. E non a caso è stata indetta da quel movimento delle acampadas spagnole che è nato restituendo alle piazze di città come Madrid e Barcellona il loro significato di luoghi comuni.

A questa rinnovata centralità del tema del comune è corrisposta una ricca discussione all'interno del pensiero critico (basti ricordare il libro di Michael Hardt e Toni Negri, Comune, Rizzoli), mentre l'attribuzione nel 2009 del premio Nobel per l'economia a Elinor Ostrom per il suo libro Governing the Commons (1990. tradotto in italia da Bruno Mondadori con il titolo «Governo dei beni comuni») ha segnato l'ingresso dei «beni comuni» nel mainstream accademico e scientifico del «post-crisi». Non si può che essere soddisfatti di quest'ultimo sviluppo, ma bene fa Ugo Mattei, nel suo Beni comuni. Un manifesto (Laterza, pp. 115, euro 12), a mettere in guardia dal rischio che, una volta trasformato in un buzzword, in una parola alla moda buona per tutti gli usi, il concetto di «beni comuni» finisca per perdere «il suo rivoluzionario potenziale teorico e di prassi per assumere connotati politicamente ambigui».

Nato dalla partecipazione del suo autore a fondamentali esperienze politiche degli ultimi anni (dalla Commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici alla battaglia referendaria sull'acqua e a quella contro la Tav), questo Manifesto si propone al contrario di fare emergere in piena luce proprio il «potenziale rivoluzionario» della nozione di «beni comuni». Con la solita scrittura chiara e accattivante, Mattei guida il lettore attraverso i due versanti di emergenza del tema del comune che si sono richiamati, analizzando sia le diverse modalità attraverso cui opera il «saccheggio» dei commons (per richiamare il titolo del volume da lui scritto insieme a Laura Nader, pubblicato in Italia da Bruno Mondadori) sia alcuni dei movimenti più significativi che muovendo dall'opposizione ad esso hanno prefigurato nuovi scenari costituenti. Si sofferma sull'«alba» del modo di produzione capitalistico, analizzando le recinzioni in Inghilterra e la concomitante conquista del «nuovo mondo». E si interroga sul suo «crepuscolo», su un presente in cui il comune gli appare come nuovo paradigma (insieme politico, scientifico e filosofico) all'interno del quale pensare un futuro oltre il capitale.

Oltre lo Stato e il mercato

Raffinato giurista, come i lettori del Manifesto ben sanno, Mattei mostra in modo davvero efficace come la modernità politica e giuridica occidentale, inaugurata dalla «violentissima epopea delle enclosures», sia stata dominata dalla tensione, e in fondo dalla specularità, tra due modelli, ovvero «quello dello Stato sovrano e quello della proprietà privata». Per quanto nella storia moderna questi due modelli abbiano dato vita a una serie di opposizioni, ad esempio tra socialismo e liberalismo, nazionalizzazioni e privatizzazioni, essi condividono una medesima logica «esclusiva» (evidente per la proprietà privata che anche etimologicamente significa «proprietà 'tolta', 'sottratta'» al godimento altrui, ma altrettanto stringente per lo Stato sovrano, come si evince in particolare dal rapporto che intrattiene con il «suo»territorio, perimetrato da stabili confini). E operano di concerto nel garantire la continuità dell'accumulazione del capitale. È un punto teoricamente e politicamente molto importante, che indica in particolare la necessità di pensare il comune, caratterizzato al contrario dal libero accesso al suo godimento, oltre il «pubblico». Quando Mattei afferma che «la categoria di beni comuni è chiamata a svolgere (una) funzione costituzionale nuova», si muove così su un terreno che appare più esatto definire «costituente» piuttosto che di riforma costituzionale, considerata la forza con cui la «tenaglia» di pubblico e privato ha stretto l'immaginazione e i modelli costituzionali nella modernità.

Ho fin qui utilizzato senza ulteriori specificazioni la formula «beni comuni» che dà il titolo a questo Manifesto. È il caso di sottolineare, in conclusione, che non è priva di ambiguità. Il termine «bene» è carico di valenze morali, economiche, giuridiche, filosofiche e teologiche, di cui non ci si libera declinandolo al plurale e aggettivandolo con «comuni». Mattei ne è ben consapevole, e a più riprese si confronta con il problema. Sottolinea l'impossibilità di pensare un «bene comune» al di fuori del sistema di relazioni che lo costituisce e delle pratiche di conflitto che ne affermano la legittimità. È soprattutto giustamente critico nei confronti delle classificazioni che cominciano a emergere dei «beni comuni»: al di là delle discutibili distinzioni che propongono fra «natura» e «cultura» (è possibile pensare l'acqua come «bene comune» al di fuori della complessa organizzazione del suo uso, della sua canalizzazione e distribuzione?), il rischio segnalato da Mattei è quello di consegnare i «beni» così censiti alla logica, «sempre in agguato, della mercificazione».

Paradossi della comunità

La soluzione proposta nel Manifesto è quella di una comprensione «ecologica», «relazionale» e «olistica» dei beni comuni, che ne valorizzi gli «inestricabili nessi con la comunità di riferimento» e ponga le basi per ripensare complessivamente i «rapporti fra individui, comunità, contesti e ambienti». Si tratta, come è evidente, di un atteggiamento di pensiero diffuso sia nei dibattiti teorici a sinistra sia nei movimenti. Restando al libro di Mattei, in ogni caso, il rischio che mi pare emergere da questa curvatura del suo pensiero è quello di immaginare le «comunità di riferimento» dei beni comuni come eccessivamente compatte e pacificate, strette attorno a un diritto che, trasformato esso stesso in un «bene comune», può facilmente occultare dure gerarchie e precisi rapporti di potere.

Si potrebbe discutere a lungo di questo rischio, che è stato ad esempio denunciato da molte femministe in Bolivia, realtà molto importante per Mattei, a proposito della posizione attribuita alle donne in alcune retoriche «indigeniste». Ma il discorso vale anche, su un altro piano, per la definizione del «lavoro come bene comune» (ripresa nel libro da uno slogan della Fiom, in cui il «lavorismo» della tradizione socialista sembra far dimenticare - detto nel modo più semplice possibile - quanto di «male» vi sia nel lavoro (che non a caso, in molte lingue europee, è etimologicamente associato al «travaglio»).

Sotto il profilo teorico, tuttavia, è più importante insistere sulla sconnessione tra il piano di un comune nominato al singolare e quello dei «beni comuni». Non è una mera distinzione terminologica (e non significa naturalmente negare spocchiosamente l'opportunità di utilizzare il linguaggio dei «beni comuni» all'interno di singole campagne e mobilitazioni). È una mossa concettuale preliminare per aprire un terreno di sperimentazione che sia realmente oltre quello presidiato dalla specularità tra le figure del pubblico e del privato. Su questo terreno deve collocarsi la nuova «intelligenza comune»

L’ordine giuridico costituito è radicato nell’individualismo proprietario, nella sovranità dello Stato sul territorio, e nella stessa visione antropocentrica della modernità (e dell’economia politica) fondata sull’homo oeconomicus e sul survival of the fittest. L’ordine costituente vuole riportare le leggi umane in sintonia con quelle ecologiche, secondo una visione della vita come comunità di comunità, legate fra loro in una grande rete, un network di relazioni simbiotiche e mutualistiche, in cui ciascun individuo (umano o meno che sia) non può che esistere nel quadro di rapporti e di relazioni diffuse secondo modelli di reciprocità complessa.

La visione meccanicistica e positivistica, che configura l’ordine costituito come il solo reale è denunciata nelle piazze oggi perché è responsabile di aver portato il mondo sull’orlo del baratro. Ad essa opponiamo una costituente ecologica, collocando al centro la solidarietà, la bellezza, l’immaginazione e la liberazione dal lavoro alienato. L’individuo solitario, la competizione, la meritocrazia e l’uso della tecnica a fini di sfruttamento sono smascherate oggi come l’ideologia letale che legittima la diseguaglianza e l’accumulo senza fine. Se infatti l’individuo solo in natura soccombe, la sua costruzione teorica e la sua spettacolarizzazione sono funzionali alle esigenze di breve periodo dello sfruttamento. L’individuo, reso solo, narcisistico e desideroso di consumare, trova nelle merci e nel rapporto contrattuale il proprio principale orizzonte relazionale. Una condizione umana miserabile che ancora vive della distruzione dei beni comuni e che oggi con gioia e rabbia insieme rifiutiamo.

L’emersione del linguaggio dei beni comuni e la loro riconquista va quindi compresa nell’ambito di uno scontro politico epistemologico e anche psicologico profondo fra due visioni del mondo. Uno scontro che va tradotto in una prassi politica costituente capace di far trionfare a livello globale in tempi estremamente ridotti la sola concezione scientifica compatibile con il mantenimento e l’adattamento di lungo periodo della vita sul nostro pianeta.

 Si tratta perciò di predisporre un’alternativa, politica e culturale, che sappia scalzare tanto la proprietà privata quanto la sovranità statuale dal ruolo di pietre angolari dell’organizzazione politica costituita. Ciò è possibile solamente mettendo al centro il comune, ossia riconoscendo la primazia della distribuzione sulla creazione di ricchezza, della qualità delle relazioni sulla quantità del capitale, della bellezza sull’osceno. Poiché gli attuali rapporti di forza fra proprietà privata (corporation) e Stato rendono quest’ultimo succube della prima, la battaglia non può limitarsi a strategie costituite. Esse possono soltanto essere tattica, ancorché talvolta vincente come ha dimostrato la battaglia referendaria condotta ex art. 75 Costituzione.

Ridefinire i confini costituzionali dello Stato e allo stesso tempo quelli del profitto e della rendita, secondo un’idea di “meno Stato, meno proprietà privata, più comune” è prassi costituente necessaria che rifiuta oggi le condizioni di realtà create dal dominio e dalla concentrazione del potere. Stiamo costruendo oggi una società ecologicamente sostenibile, coerente con le nostre attuali conoscenze sulla fenomenologia del reale.

In questo quadro teorico lottare per un’entità (acqua, università, culturale, rendita fondiaria, lavoro, informazione) come bene comune al fine del suo governo politico-ecologico è una prima radicale inversione di rotta rispetto al trend della privatizzazione e del saccheggio. Ciò tuttavia non può essere circoscritto dalle condizioni costituite che comporterebbero un ritorno del potere nelle mani di un settore pubblico burocratico, autoritario o colluso. La tattica è dunque istituzionalizzare un governo partecipato dei beni comuni capace di restituirli alle «comunità di utenti e di lavoratori» secondo il fraseggio della nostra Costituzione (art. 43), ma la strategia non può che essere costituente, per immaginare cominciando a viverlo da subito, un mondo più bello in cui i beni comuni sono goduti secondo criteri di accesso, di rispetto, di uguaglianza sostanziale, di necessità e di condivisione.

 

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