
Tra azione ragionata, empatica, IMMAGINALE ed eco-critica in piccoli gruppi dal basso ed in dimensioni comunitarie, ed una reazione a-critica e psico-sociale di massa PARANOICA veicolata dall’alto attraverso molteplici canali dominanti di comunicazione, che generano una risposta immediata, uniforme e passiva, indifferenziata e priva di critica)
“Biologare o dell’eros della terra e del paesaggio nella poetica amorosa zanzottiana.
“Biologare” è un neologismo eco-poetico-filosofico, che è emerso nelle mie riflessione in questi anni di scavo e di dialogo immaginale con la poesia e le prose di Zanzotto e di Rigoni Stern;
neologismo che considero verbo di relazione con il vivente, le sue molteplici forme di vita, materiale e vibrante, e critico di errate visioni filosofiche e scientifiche, che considerano i corpi materiali umani o non umani, come “res extensa” “cosa estesa” separata ed inerte, rispetto ad una “res cogitans” o “cosa pensante”.
“Biologare mi permette invece di riconsiderate e riconnettere in senso filosofico spinoziano il vivente (naturato o naturante che sia), come eco-sistemi complessi ed unitari, che si manifestano in varianti soggettività naturali e culturali, che condividono mondi, paesaggi, pianeta e destini terrestri comuni, ma anche narrazioni;
come nel caso o affetto per noi del con-terraneo Zanzotto in una una forma poetica di flàneire baudelairiana o”di camminar pensando e poetando”, o di “paesaggire”, che indica il modo in cui il poeta si relaziona con i paesaggi nel suo quotidiano immergervi,esplorare, patire e comprendere, che si vanno poi a comporre in forme specifiche narrative di poesia nella raccolta :” le sovrimpressione”, “conglomerati” e nella prosa poetica: “dietro il paesaggio”;
e proprio in esse ci s’imbatte in primis in un’interminabile analisi lacaniana di sé (dei rispettivi traumi da guerre, repressioni nazi-fasciste, Resistenze e depressioni e successive inondazioni territoriali di capannoni e soffocamenti da pesticidi) ed
un dialogo poetico ed amoroso del poeta Zanzotto con il paesaggio, che è incline a chiamare questa sua particolare fenomenologia eco-critica ed amorosa: “l’eros della terra e del paesaggio”.
Le stesse preoccupazioni le troviamo in Pier Paolo Pasolini, altro con-terraneo friulano quando pone l’accento sulla differenza tra sviluppo e progresso, ove la differenza è netta e chiara: lo sviluppo come fenomeno economico, puramente quantitativo e consumistico, con un esponenziale “aumento di massa” di beni superflui, mentre il progresso è una nozione socio-culturale, qualitativa ed umanista che implica un miglioramento reale (concreto) della vita e dei mondi di vita.
“La scomparsa delle lucciole” non è solo per Pasolini una metafora, ma l’inizio di nuova era “democristiana” che pone fine alla plurisecolare convivenza con i paesaggi reali (sguardi ed identità condivise) e pittorici (da Cima a Tiziano), usata dal poeta per descrivere la radicale mutazione antropologica e culturale italiana prodotta dal neocapitalismo italiano degli anni ’60, che segna la fine del mondo rurale e l’omologazione consumistica di massa.
Dirà a questo proposito Zanzotto in una prosa risalente al 2005: «La storia del nostro “Nordest” interpreta bene questi contrasti. Rapidissima e meritoria crescita di iniziative che però nel nostro Paese degenerò nel modo più spaventoso fino a portare alla sua distruzione (geo) fisica oltre che a quella del paesaggio, e al crollo di un’etica (“eco-culturale-sociale” )fondamentale» .
“Biologare” non intende essere per me (scrivente) l’ennesima astrazione teorica e poetica, ma una prassi poetica d’incarnazione cognitiva (o di embodiment cognitivo).
Biologare è un verbo di relazioni complesse eco-somatiche, è filosofia poetica, è processo vivo ed attivo d’apprendimento attraverso il quale, la mente umana ed i pensieri, le emozioni e le sensazioni non sono percepiti come entità astratte, ma sentite ed incarnate nel corpo, nell’ambiente-paesaggio e nella storia comune.
“I volti ed i gesti del paesaggi: L’ambiente siamo noi”
“Per vedere davvero l’”Antropocene” ( l’attuale era geologica, caratterizzata dall’impatto trasformativo e dominate delle attività umane sugli eco-sistemi), dobbiamo imparare a collocarlo nei luoghi, a riconoscere i volti: e questi luoghi e questi volti spesso sono i nostri”, con un susseguirsi di altri incisivi frammenti Andrea Cortellessa, poeta e critico letterario, ci accompagna in un concreto processo di conoscenza complessa, ibrida,acuminata “geo-sofia” ben espresso nella griglia teorica di un’autrice Serenella Iovino, in “Paesaggio civile, Storia di ambiente e resistenza” (Ed. Il SAGGIATORE), ove in esso vi si cortocircuitano molteplici saperi – biologia, geologia, vulcanologia ed ogni altra “cultura materiale”, ma anche filosofia, semiotica e immancabili gender studies (studi di genere o femministi e transfemministi).
In queste differenti analisi di “catastrofi umane e territoriali” il suo “io” non “sovrappone la sua voce a quella delle cose, dei luoghi o degli autori” che tratta, ma si mostra in negoziazione con un “non io” che è l’ambiente, ma anche la storia umana che da quell’ambiente non può essere disgiunta (come vorrebbero i negazionisti climatici: Maga euro-atlantici), ma anche gli ambientalisti radicali che vagheggiano il suicidio di specie” (VHEMET- Voluntary Human Extition Moviment e parte degli accelerazionisti post-umanisti) .
Poi l’astrazione è l’idolo polemico di S.Iovino.
La nostalgia di certi “letterati” (non è citato Pasolini, ma a lui pensa la studiosa di Calvino) per un Eden rurale mai esistito (preferendo valorizzare le voci contadine raccolte nelle Langhe da Nuto Revelli -scrittore e partigiano-).
In generale l’astrazione di un’arte, una letteratura ed un pensiero incuranti del loro palinsesto materiale [non sono nominati Derrida e Lacan, ma a loro pensa la curatrice di G.Deleuze (geofilosofo) e Donna Haraway (eco-femminista)]
E soprattutto il modo col quale la fabbrica moderna (o l’industrializzazione diffusa), con tutto il suo potenziale d’emancipazione, s’è impiantata in spregio del contesto: così trasformandosi nel suo doppio horror di “meccanismo cannibale”…
[….]
Il disastro di Marghera (ma anche quello del Vajont) , per farne alcuni esempi a noi vicini, “astratto, senza mondo, completamente disconnesso dall’evidenza testuale della realtà”.[….]
Esemplari le pagine su Andrea Zanzotto: sul quale si usano in “diffrrazione” (non il piatto “rispecchiamento” del vecchio storicismo)(ove invece il testo poetico si frammenta, si disperde e si moltiplica, come un raggio di luce che attraversa un ostacolo e si scompone) in testi più alti: come le pagine di “Conglomerati”, sulla “morte-vita” di un “paesaggio” fattosi “purulento, cancerese, cannibalese”. Nessun autore quanto quello del “Galateo nel Bosco” dimostra l’assunto di Kant per cui la storia “non è altro che una interrotta geografia ” perché segna a dito come vera sia pure la reciproca”.
Quella dell’Italia dell’ultimo secolo è una storia traumatica,sì, ma in conseguenza di scelte umane.
Quello percorso da una catena di disastri idrogeologici – da “Casamicciola” sino alla cronaca di questi giorni – è un paese catastrofico ed apocalittico, in senso etimologico.
Che si rivolta contro il suo corso (Katà -strofhè) così rivelando il proprio rimosso (Apò – calyptico).Se poco o nulla si può fare contro “vulnera” come quelli sismici, le vere “apocalissi culturali” sono le ricostruzioni, le vampirizzazioni, le smemoratezze (gentrificazioni).
I Paesaggi civili – atti di cittadinanza, quando non sono solo vissuti, ma interpretati. Perché si faccia cognizione del dolore (con genitivo soggettivo non solo oggettivo). Il trauma deve “riabilitarsi come segno” e così tradursi in “fatto storico”.
[….]
La “porosità” è quella insolubile fra storia e geografia, cultura e natura, “io” e “noi”. Cioè fra memoria del lutto e possibile rinascita.
Frammenti di A. Cortellessa: “I volti ed i gesti del paesaggi: L’ambiente siamo noi”, tratto dalla “Lettura”, Corsera 2 ottobre 2022)
L’interesse di una spasmodica ricerca utilitaristica e «derivato da uno sviluppo scientifico non coordinato a un principio di natura»(H.Marcuse –“L’uomo ad una dimensione” (1964),e a partire dalla metà dello scorso secolo comincia ad ardere l’ecosistema e il paesaggio. Ed il paesaggio lirico zanzottiano è giorno dopo giorno severamente minacciato dalla combustione omicida ma, come conclude Zinato (unipd) nell’introduzione a “dietro il paesaggio”, «di quella cenere il poeta ha saputo fare forma, grazie alla quale lo spazio esterno informe e il caos della vita interiore possono essere percepiti, esplorati e resi abitabili» .
Nota:“L’uomo ad una dimensione” (1964) insieme ad “Eros e civiltà” (1955) costituiscono le opere fondamentali di Herbert Marcuse (1898-1979), tra i maggiori filosofi e sociologi del ’900 e tra le teste di serie della Scuola di Francoforte.
Narrazioni eco-poetiche traumatiche e disperate a tutela dei luoghi: borghi, contrade e paesaggi, della bellezza e del mutuo appoggio vicinale e solidale.
“No,tu non mi hai tradito, [paesaggio],cancellato con striscia sopra]
su te, ho riversato tutto ciò che tu/infinito assente,infinito accogliente/
non puoi avere: il nero del fato/nuvola/ avversa o della colpa, del gorgo implosivo” da Ligonas (II) raccolta,sovrimpressioni (2001)
Le poesie di Zanzotto però non possono essere immaginate tutte che nelle sue passeggiate o camminate quotidiane, ove sguardi, ansie, traumi, vocativi, memorie e beltà, si compongono nella complicità turbata ed amorosa del poeta con il paesaggio.
(Non sono poesie o prose sedentarie- letterarie ma in movimento ed impegnate in senso lato)
“già si è perduto in pezzetti schegge sfrigolio
quel che credevo fosse il minimo
palpito del mio io (paesaggio)” A. Zanzotto,Sere del dì di festa 6,Sovrimpressioni T.P. (Tutte le Poesie, Meridiani-Mondadori p.855)
“No,tu non mi hai tradito, [paesaggio],cancellato con striscia sopra]
su te, ho riversato tutto ciò che tu/infinito assente,infinito accogliente/
non puoi avere: il nero del fato/nuvola/ avversa o della colpa, del gorgo implosivo”. da Ligonas (II) raccolta,sovrimpressioni (2001)
Rapporto del poeta con il paesaggio che stempera e ama, e la colpa o il “gorgo” interiore.
La poesia sopra è uno dei suoi dialoghi col paesaggio (Palù, Quartier del Piave), visto non come traditore, ma come accogliente infinito, in cui il poeta riversa il nero della colpa e del fato.
“Va letto in relazione al ritorno di ricordi e tracce scritturali, insieme a sensi di soffocamento e di minaccia e forse irreversibilità da tatuaggi (o di traccia, tatuata sulla pelle di memoria permanente) “.
A. Cortellessa, studioso di A. Zanzotto, così abbozza un’interpretazione dei testi poetici raccolti in “Sovrimpressioni”.
“Sovrimpressioni” ed in particolare “dietro al paesaggio” lo si può interpretare per me in senso barthesiano come fenomenologia dell’esperienza amorosa, ove il soggetto innamorato manifesta ed irrompe in vampate di linguaggio, in un complesso intreccio di sentimenti che oscilla tra il desiderio di rifugio nella natura e la consapevolezza del suo degrado, tra incanto lirico e trauma storico-esistenziale.
Frammenti amorosi che intrecciano in modo perturbato i traumi paesaggistici con il vissuto esistenziale e poetico dell’innamorato.
Per una società che ha superato i tabù verso il sesso e la natura, i sentimenti amorosi o biofili ( o verso la natura) sono diventati oscuri ed osceni sollevando sentimenti di colpa o di intollerabili eco-ansie.
Dialogando con Roland Barthes, “frammenti di discorsi amorosi”, Einaudi 1977
“Questo vissuto primo è per me il paesaggio, ed è proprio per questo motivo che avevo deciso come titolo provvisorio a queste note, imprecise e non strutturate, il paesaggio come eros della terra, attribuendo ad eros il significato che esso assume nel platonico “Convivio” o “Simposio”, attraverso la voce della donna di Mantinea, Diotima: Eros è qualcosa che viene da Poros (“ricchezza”) e da Penia (“povertà”) ed ha a che fare con lo “spostamento”, ma anche la “contrattazione” (anti-utilitarista), con lo “scambio” (dono), poichè tra Poros e Penia c’è un senso di “mancanza”, di “privazione iniziale”, il senso di una infinita perdita che esige un infinito compenso. Il paesaggio è a ben vedere,ovvero quello che noi chiamiamo “paesaggio”, irrompe nell’animo umano fin dalla sua prima infanzia con tutta la sua forza dirompente; da questo “stupore” iniziale ha origine la serie interminabile dei tentativi (tattili, gestuali, visivi,olfattivi, fonatori..,)compiuto dal piccolo d’uomo per giungere ad esperire le cose come si verificano; ma fino quel momento egli deve illudersi, avvertendo soltanto una una specie di “movimento di andata e ritorno”, o di scambio”, tra l’io in continua e perenne auto-formazione ed il paesaggio come orizzonte percettivo totale, come “mondo”. Il mondo costituisce il limite entro il quale si rende riconoscibile a stessi, e questo rapporto, che si manifesta specialmente nella cerchia del paesaggio, è quello che definisce la cerchia del nostro io. Questo scambio iniziale, che non si può affermare ma nemmeno del tutto contestare, consisterebbe insomma in un gioco che si svolge all’interno dell’io, all’interno del cervello, che però noi dobbiamo riconoscere a sua volta inserito dentro il paesaggio,orizzonte dentro orizzonte: orizzonte psichico (stabilito dall’orizzonte percettibile) dentro orizzonte paesistico (inglobante, sempre eccedente, sempre “più in là” rispetto all’effettiva potenzialità dell’esperienza umana). (A. Zanzotto, luoghi e paesaggi, ed. Bompiani pp. 32-37)
Eros della terra e del paesaggio (io-paesaggio-noi)
“In altri occasioni, ma toccando i medesimi argomenti, ho sottolineato l’estrema fragilità di questo “esile mito” (bella espressione di Vittorio Sereni)paesistico, più che mai esposto al pericolo di una disintegrazione nei momenti di forti crisi, sia sociale che individuale: in entrambi i casi, infatti, vengono scosse le stesse colonne portanti dell’ “io”, della possibilità stessa del costituirsi dell’idea di “essere umano”. Questo paesaggio creato o concreato dall’uomo, che è manifestazione di un rapporto continuo di gioia ma anche di fuga, di difficoltà, di spaventoso mancamento, può dare almeno una vaga idea di ciò che può essere il paesaggio come manifestazione di un eros insito alla natura: un eros della natura verso la natura e della natura verso l’uomo, in quanto si è dentro un sistema, ci sta dentro, insomma”.(A. Zanzotto, luoghi e paesaggi, ed. Bompiani pp. 32-37)
Eros della terra e del paesaggio (io-paesaggio-noi)
Esiste dunque, relativamente al rapporto io-paesaggio, un’ Eros in risposta di fermentazione, un gioco di Poros e Penia, di ricchezza e povertà, che si scambiano continuamente messaggi: messaggi che possono essere fraintesi, messaggi comunque ricchi. Ogni acquisizione culturale dipende appunto da questo dialogo ininterrotto tra uomo e natura, dialogo di una madre con il proprio embrione destinato in realtà a non uscire dall’alveo, nonostante gli sforzi compiuti dalla scienza in questa direzione – e si pensi per esempio , all’affare della clonazione, del tutto apprestato a tavolino, che mira a ripercorrere il cammino compiuto dalla natura in diversa maniera. La natura, con i suoi paesaggi, che erano giardini, selve, erano tutto quello che vogliamo, ha impiegato milioni o addirittura miliardi di anni, con una serie infinita di piccole variazioni, di strade sbagliate e troncate, per divenire quali noi la conosciamo nel momento in cui la osserviamo. Sia data, per esempio, una certa situazione a: ad essa siamo pur arrivati con l’ausilio di un cervello che la stessa natura ci ha fornito, una mente che può ragionare a ricostruire la propria storia. A differenza di quelli umani, i “progetti”, essendo “genesi” anch’essi, poiesis nel senso più arcaico della parola, che il fare essere quello che non si prevedeva potesse esserci: li si potrebbe allora rappresentare come una serpentina, un grande albero dai rami potati, come Holzewege, strade perse o sentieri nel bosco che si perdono nel nulla. Eppure è precisamente da questo intricato processo che risulta la situazione dell’essere umano pensante ed indagante, la situazione a in cui si trova. C’è sempre un quid (qualcosa) di fortuna: bisogna “intivarghe” (cogliere il segno), per usare un bel verbo dialettale che viene da typos, “intipare”, bisogna entrare nella sagoma della realtà, e siccome ci siamo già dentro, può essere che il nostro cervello ritrovi la chiave senza eccessive fatiche. Tuttavia l’essere umano “progetta” qualcosa e, così facendo, si colloca nella “presunzione”, assumendo il tipico atteggiamento birbonesco ed infantile, anche cialtronesco se vogliamo (non dimentichiamo quanto gli dei cialtroni siano importanti a cominciare da Mercurio, e ricordiamo ancora Ungaretti: “Per un Iddio che rida come un bimbo”, ma un bimbo che sa anche essere un “enfant terrible” particolarmente atroce). L’essere umano “progetta” qualcosa di raggiungibile al di fuori dell’effettivo decorso naturale delle cose: al posto di una linea rastremata, estremamente complicata, pone allora una linea retta, perché il suo è un progetto di tipo “ingegnerile”, mentre il mondo può anche sembrare la peggior prova in fatto d’ingegneria ( un buon ingegnere avrebbe forse escogitato qualcosa di meglio della catena alimentare, qualcosa di cui si mangia a morsi…) . Questa progettazione, per così dire “lineare”, potrà apparire meno complessa di quanto sia il processo naturale, ma potrebbe non necessariamente provocare la creazione di un essere b, rispetto al nostro stato di partenza; voglio dire che, mentre la natura da a dove siamo collocati, attraverso giri e rigiri, potrebbe arrivare ad un punti b, noi arriviamo molto più probabilmente a un a1, senza scostarci dalla situazione cui la natura ci ha destinati. E’ solo un’immagine poetica, se lo è, e niente di più, non ho certo la presunzione di inquadrare in astratto un problema di biogenetica, ma solo di lanciare dei piccoli allarmi che possono giungere anche da considerazioni tutto sommato non eccelse, come questa. Ma è necessario salvaguardare quella sensazione meravigliosa che si ha nel discorrere di questo Eros a cui diamo tutte le valenze possibili, perché in effetti uno potrebbe anche innamorarsi di un albero: e non è impossibile che Apollo abbia donato a Dafne lo status di albero per poterla amare frustrato; poveraccio quanti disastri in amore ha subito! (A. Zanzotto, luoghi e paesaggi, ed. Bompiani pp. 32-37)
Eros della terra e del paesaggio (io-paesaggio-noi)
Si tratta di un intersecarsi di fenomeni che stupiscono in continuazione, se uno si avvicina a osservarli – anche in questi ultimi anni c’è stata una specie do deformazione per cui al posto dei vari imprevedibili dèi è apparso sempre più come guida un vuoto, un non deus, un “non-dio”, o un “dio” con la d minuscola, quindi un senso di affanno continuo che sfugge all’orizzonte… Eppure un deus (o un daimon, o demone) che continuamente sorprende manifestando il suo esistere anche con abbaglianti precisioni è per me quello che si riconnette ai testi di poesia. Mi sembra giusto aggiungere, per concludere, un riferimento al modo con cui nella mia raccolta Sovrimpressioni la scoperta del fascino (seduzione, o condurre a sé l’altro e viceversa) di “paesaggi primi” (Ligonàs, Palù, il “feudo” di Nino…..) si verifica molto spesso in un luce di amore primordiale, infantile, con ricorrenti segni di linguaggio “petel”(la lingua vezzeggiativa con cui le mamme si rivolgono ai bambini piccoli, e che vorrebbero coincidere con quella in cui s’esprimono gli stessi). (A. Zanzotto, luoghi e paesaggi, ed. Bompiani pp. 32-37)
Anche per Mario Rigoni Stern, un’altra poeta e scrittore eco-critico, la cerchia dei monti o il paesaggio che abbraccia i paesi dell’Altopiano dei sette comuni rappresenta un orizzonte fisico e spirituale, simbolo d’identità, memoria storica, rifugio naturale e ritrovato silenzio.Rilievi montani, che restano segni e tracce indelebili, anche se ai loro piedi nel secondo dopo-guerra (1950-2000) l”l’inondazione dei capannoni o le colate di cemento” molto ha devastato ed alterato; i sopravvissuti rilievi montuosi per R. M.Stern e la sua gente restano orizzonti di vita e d’identità acquisite,e pure viva resta la memoria dei paesaggi, boschi e pascoli luoghi ereditati nei secoli,attraverso le opere dei suoi pittori paesaggisti (G.F.Sceran, L.Zago, A. Pasuello, il gruppo dei “Moderni pittori della Realtà” (1947)ed un parco “Selvart o Land Art” di Marco Martalar (2016) e delle narrazioni della Grande Guerra (E.Lussu,E. Hemingway, C.E.Gadda), vincolate da un profondo legame con la terra ed i loro vissuti (in senso eco-filosofico, che non va inteso nella banalità consumistica d’ibridi e deserti domini geo-politici o geo-economici); terra riappropriata dopo l’orrore delle due guerre mondiali, ma anche ora terre da riappropriare e riscattare in senso eco-sociale dalle devastazioni,dai pesticidi e dalle catastrofi industriali
“Rispettando i cicli naturali:
il lato del sole e quello dell’ombra” (M.Rigoni Stern da Bosco di Urogalli)
Biologare come fenomelogia poetica amorosa ed ecosofica
Roland Barthes in “frammenti di un discorso d’amoroso” sostiene “che quando un uomo ama e fa esperienza dell’amore, cioè fa esperienza della mancanza, si femminilizza, nel senso più alto del termine.
Intrattiene un rapporto d’amicizia con l’amata, e cioè sa domandare l’amore Cosa penso dell’amore?
In fondo non penso niente.
Certo vorrei sapere che cos’è, ma vivendolo dal di dentro, lo vedo in quanto esistenza, non in quanto essenza (metafisica, romantica, bio-tecnica o bio-letteraria o altro)
Ritornare ad un “biologare” in senso concreto ( cum creta)ma anche esistenziale (bio-psico-corporeo), ove si ritorna ad immaginarci e a sentirci vibrare dentro a quel humus o fango primordiale che ci costituisce, o in quella quantistica particella-onda-coscienza linguistica: “humus” o “fango” su cui poggia tutto il nostro divenire anteriore “umano e terrestre”.
Così poi “sarà stata” la nostra geo-sofica co-e-voluzione immaginale che io chiamo “territà”, ove si pone la Terra al centro dell’esistenza umana e non umana, che non indica semplicemente “la territorialità” ma un immaginario terrestre ed una relazione profonda con la Terra in epoca di colassi eco-sistemici. E’ un modo nuovo di abitare la Terra che unisce la storia della vita umana a quella del pianeta, trasformando la carne in geografia.
Il paesaggio si fa immaginario terrestre, poetico, politico e sociale (Da Tiziano a Zanzotto ed altri-e immaginate poetiche)
Nascita del Paesaggio poetico-pittorico in senso moderno
Tiziano Vecellio (1488/90–1576) si distingue per l’uso magistrale colore nella Scuola Rinascimentale veneziana, e sarà l’innovatore nel rapporto tra figura e paesaggio.
Una vera e propria rivoluzione poetica, il momento in cui lo sfondo della scena pittorica si trasforma, prende attinenza con la realtà, diventa essa stessa espressione, colore e poesia, in poche parole diventa “paesaggio”.
Non è un caso che la parola “paesaggio” compaia per la prima volta proprio in questo periodo, in una lettera scritta da Tiziano nel 1552 all’imperatore Filippo II.
Nei suoi dipinti, il paesaggio smette di essere semplice fondale decorativo e diventa spazio vitale e narrativo: i cieli cangianti, le montagne, i boschi e i corsi d’acqua partecipano attivamente al significato dell’opera, riflettendo emozioni e stati d’animo dei personaggi.
Zanzotto in un passo di “sarà – stata- natura”?, «gli stessi sfondi paesaggistici dei nostri Giorgione e Tiziano, non trovando più una corrispondenza nella realtà geografica che siamo costretti ad abitare, hanno assunto un’evidenza fantascientifica» .
Altri “Paesaggi”, “vissuti ed ed amori”, “dialoghi eco-testi poetici incontriamo nella letteratura, come composizioni bio-immaginali, ove s’intrecciano molteplici forme di vita e linguaggi, mutanti e co-evoluti da luogo a luogo,in un apparente discontinua e bio-poetica-diversità:
Paesaggi montani e nevosi (con Rigoni Stern) ,marini (con E.Montale),pianeggianti o della pianura friulana(con P.P.Paolo Pasolini), desertici (con G. Ungaretti,, J.L.Borges, F. Ferrara, T.E.Lawrence) ) glaciali (con Nike Drake), urbani ed ibridi (con G,Celati, L.Ghirri), esistenziale (con V.Sereni) ecc).
“I paesaggi sono testi, ed anche i corpi lo sono. Sono testi perché attraverso di essi possiamo leggere storie di relazioni sociali e rapporti di potere, equilibri e squilibri biologici, il concreto prendere forma di spazi, territori, vita umana e non umana.
Parlare del paesaggio come un testo in cui sono scritte storie non è una semplice metafora: in fondo, gli esseri umani sono animali narrativi ed il primo racconto che hanno immaginato e conosciuto è proprio il paesaggio”.
Serenella Iovino, Paesaggio civile, ed. il Saggiatore, p.12
“Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni..Testo “I limoni” (1921) contenuto in Ossi di Seppia (1925) , poesia manifesto di E. Montale.
Il poeta E. Montale contrappone la realtà umile ed aspra della Liguria, simboleggiata dai limoni, alla poesia alta e “laureata”.Attraverso i profumi ed il giallo dei limoni, cerca una verità autentica ed un varco al “male di vivere”.Varco che si contrappone al muro con i cocci aguzzi di bottiglie,prigioni e limiti. Tentativo di scorgere più in là. Alla ricerca di un senso dietro le apparenze, pur nell’amore- consapevolezza.
Biologare o biologizzare?
“Là dove il suolo è stato deturpato, là dove ogni poesia è scomparsa dal paesaggio, lì si è estinta l’immaginazione, la mente si è impoverita e la routine ed il servilismo si sono impadroniti dell’anima individuale inducendola al torpore e alla morte”.
Élisée Reclus,il sentimento della natura,1866
Biografia di E.Reclus
(1830-1905)
Geografo sociale, pensatore libertario ed attivista anarchico francese.
Farà parte con suo fratello della 1 Internazionale.
Partecipa alla Comune di Parigi del 1871.
Imprigionato e poi costretto all’esilio in Svizzera
L’errore di biologizzare nelle psicologie
“Nel contesto della psicoanalisi post-freudiana è stato Jean Laplanche a sostenere nella maniera più decisa che la teoria psicoanalitica non ha più bisogno di ricorrere ad altri campi di sapere per trovare un fondamento alle proprie tesi; anzi in questo tentativo non può che inciampare in errori epistemologici, perdendo i confini che garantiscono la specificità e la forza del proprio apparato teorico.
Un errore di cui si è reso responsabile lo stesso Freud quando, in alcuni luoghi della sua opera, ha cercato di fornire una legittimazione alla propria scoperta attraverso gli “pseudo fondamenti ” così gli chiama Laplanche del “meccanismo, del biologismo e della filogenesi.
Lo psicoanalista e neuropsicologo sudafricano Mark Solms nel suo “La fonte nascosta, un viaggio all’origine della coscienza (Adelphi, trad.Andrea Clarici )”sembra incorrere nello stesso errore, con il risultato di fraintendere i concetti psicoanalitici, vittime di “fuorviamento biologizzante”, che ne trasforma radicalmente il contenuto. Lo testimonia in primo luogo l’assimilazione della pulsione freudiana all’istinto biologico, ovvero alle funzioni vitali, adattive, che seguono una regolazione di tipo omeostatico. Niente di più lontano dal “Trieb”, “la pulsione”, che sorge proprio dal pervertimento dell’istinto biologico “Instinkt” costitutivo nell’essere umano in virtù della condizione di Hilflosigkeit, d’impotenza infantile,dunque una necessaria dipendenza del piccolo umano dall’altro che se ne prende cura: e attraverso quest’ultimo., dall’Altro del linguaggio. Del resto basta pensare all’anoressia e alla bulimia, per capire come l’istinto biologico della fame ed il processo omeostatico che la regola possono essere colonizzati e messi fuori gioco, nel soggetto umano, dalla pulsione orale.”
(Stefania Napolitano, coscienza, pag.2 Alias, il Manifesto del 22/5/2023)
Biologare o biologizzare nei contesti mediatici ?
Nel nostro contesto mediatico eco-socio-psicologico (immaginario esistenziale) ove dominano le paure e le passioni passioni tristi, significa ridurre ad oggetto, disumanizzare, ridurre unicamente mezzo l’altro e diverso da sé; inoltre si va ad alimentare una visione di relazione”amico-nemico” del mondo in senso paranoico, misogeno, omofobo, antropocentrico ed etnocentrico.
Visione ben delineata ed ispirata nella “Filosofia schmittiana” di Carl Schmitt, controverso filosofo tedesco 1888 – 1985), ove la distinzione amico (Freund) e nemico (Feind) resta il criterio specifico, fondamentale ed autonomo della politica, ed ove la realtà viene costantemente filtrata attraverso la paura e la minaccia esistenziale dominante o d’incubo sociale;
e tutto questa strategia comunicativa della ricerca costante del “capro espiatorio ” o “nemico pubblico”sempre mutante (clandestino, straniero, rumeno, albanese, nigeriano ecc) da buttar in pasto alle masse è ben ricalcata nei media della galassia Destra-Maga – sovranista e radicale (Libero, il Giornale, la Verità, il Tempo, il secolo d’Italia, Primato nazionale – Casa Pound – area neofascista ) e dell’Area Mediaset (Rete 4 in particolare), ma non assente negli altri canali “moderati” Mediaset.
Di queste passioni tristi e rancorose e delle inimicizie e delle odiose forme di infangare e di generare insicurezze e bufale, non sono certo estranei nemmeno i new media (internet, chat, smartphone ed altro di immediato)
“Biologare” nel suo essere “oltre le passioni tristi e rancorose” è soprattutto una verbo che mira a creare pratiche critiche e di consapevolezza, in senso eco-sofico-poetico ed eco-critico, nel quale l’essere umano si pone al di là e contro l’antropologia maga-hobbesiana ( basata su egoismo, competizione, sopravvivenza e sopraffazione (Homo homini lupus, l’uomo è lupo per l’altro uomo).
Filosofie “paranoiche” che negano che l’essere umano possa sentirsi spinto ad avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale, e se gli uomini si legano fra loro in amicizia e società, regolando i loro rapporti con le leggi, cioè è dovuto soltanto al timore reciproco.
“Biologare” è anche il non considerarsi più esterni alla natura, anche se per lungo tempo abbiamo condiviso quel “errore” filosofico che il neuroscienziato spinoziano A. Damasio attribuisce a Cartesio;
Cartesio era quel filosofo metafisico il quale concepiva la res cogitans (cosa pensata) e la res extensa (cosa estesa) come entità separate, e la stessa separazione veniva poi riproposta ad ogni ambito d’esistenza: mente e corpo ecc. Quel “cogito ergo sum” “penso quindi sono” ha assolutizzato e delimitato fortemente nel corso dei secoli il pensare (ragionare, argomentare, decidere) dal sentire o dalla “cosa estesa” o dai corpi d’affetti, di passioni ed emozioni.
Lo stesso Freud dirà che dopo “la sua scoperta dell’inconscio nessuno è più padrone a casa propria” come invece riteneva Cartesio.
“Biologare” quindi è riprendere il nostro dialogo eco-filosofico spinoziano con la natura, i paesaggi, i mondi di vita, selvaggi o ibridi che siano, con la consapevolezza di essere diversi dagli animali, dagli alberi, uccelli ecc. per nostre proprie e diverse evoluzioni, filiazioni e mutazioni, ma non certo separati nella Casa comune (Terra ed Habitat);
si tratta da un punto di vista eco-poetico ed ecologico mentale di riconsiderare nuove forme di co-evoluzioni , nuove inter-connessioni e nuove inter- dipendenze, ma anche nuovi limiti allo sviluppo arrogante ed antropocentrico che ha prodotto l’Antropocene e pure quella forma di di svuluppo economico-industriale -finanziario, politico e sociale che ha prodotto il Capitalcene.
Termine reso popolare da Jason Moore e Andreas Malm, che si contrappone ad Antropocene, i quali sostengono che non è “l’antropos” o l’umanità, a determinare la crisi climatica ed ecologica ma il sistema economico dei capitalismi dominanti (Privati o Statali).
“Biologare” significa garantire non solo una coesistenza tra esseri viventi, perché non è sufficiente praticare una “sostenibilità antropocentrica” (capacità di soddisfare i bisogni attuali senza compromettere le risorse delle generazioni future, ma anche una “co-proporzionalità bio-centrica” , vale a dire restituire al mondo selvatico o ad altri esseri viventi: animali, fiumi,montagne ecc, territori che abbiamo sottratto nel corso della nostra dilatazione planetaria antropocentrica de-regolata, colonialista ed imperialista.
Ed inoltre “biologare” significa sviluppare una nuova etica di relazione con questi altri viventi non umani ed i loro spazi esistenziali; vale a dire che quando entriamo in uno spazio “selvaggio” o destinato ad altri esseri viventi non umani, noi umani dobbiamo imparare ade entrarci bussando ed in punta di piedi.
E questa nuova era ecosofica bio-logante la definirei come “Koinècene”(o era delle comuni relazioni o degli spazi ritrovati di comunanza e co-esistenza tra umani e non umani.
L’hybris o l’arroganza umana in-civile ed in-naturale e l’ “erroneo cartesiano”, con il suo modo di pensare dualista e meccanicista, tendono non solo a separare ma anche ad oggettificare (oggettivare) la realtà e le relazioni tra esseri viventi e terrestri; a generare gerarchie, superiorità o suprematismi antropologici, sociali, ecologici e di genere, tra maschio/donna, uomo/natura, ragione/sentimento, bianco/nero o altro, ricco/povero, padrone/servo, capitale/lavoro, etero/omosessuale, forte/debole, vincente/perdente, selvaggio/civile, follia/ragione, occidentale/orientale, nord/sud ecc),
ad attribuire per “natura” e per “cultura” ai numeratori più valore rispetto ai denominatori di queste frazioni terrestri, ritenendoli privi di ragione, forza, ricchezza e purezza” ecc;
e per questo vanno attivate pratiche intersezionali od un approccio critico che analizza e contrasta le disuguaglianze riconoscendo che le diverse forme di oppressioni (razzismo, sessissmo, classismo, abilismo, omofobia, rom-fobia ecc) non agiscono separatamente, ma si intrecciano e si sovrappongono, creando esperienze uniche di discriminazione en privilegio.
Questa teoria intersezionale è stata introdotta dalla femminista nera e giurista Kimberlè Crenshaw, questo concetto (intersezionale)implica che la lotta per la giustizia sociale non possa concentrarsi su un solo asse (classe, genere, culture, nature ecc ), ma debba considerare la simultaneità dei fattori oppressivi- L’immaginario classista è stato duramente processato e criticato nei secoli scorsi dai movimenti popolari contadini ed operai (social-comunista e anarco-social-comunista ed operaismo),
e quello patriarcale- maschilista e suprematista e militarista occidentale duramente criticato e messo in discussione dai movimenti femministi, omosessuali, operai e giovanili del secolo scorso, e quello razzista dai black-matter;
Bisogna inoltre come movimenti terrestri porre estrema attenzione e critica ai “fascismi eterni e razzisti” riemergenti tra le masse frustrate e rancorose alimentati ad hoc dalle nuove destre – Maga-reazionarie-conservatici euro-atlantiche (Trump,Meloni,Salvini, Orban, Le Pen, AFD ecc)
IL RITORNO DEL RIMOSSO O DELL’ODIOSO E RANCOROSO BIOLOGIZZARE
Tutto ciò si riflette e si rimbalza nel senso e fare comune, rinforzando autoritarismi, patriarcato, binarismi sessuali, violenze ed orrori quali: sessismo,maschilismo, femminicidi, omofobia, suprematismo “razziale” o “culturale”, mercificazioni, devastazione della natura, crisi ecologiche e sociale, climatiche, guerre dalle diverse denominazioni :”umanitarie”, “democratiche” o apertamente genocide ed eco-cide imperiali e coloniali.
Ed inoltre favorendo poi nel tempo retroazione verso i paesi coloniali ed imperiali o dei veri e propri “boomerang imperiale”;
“boomerang imperiale o coloniale”concetto-affetto teorizzato dall’intellettuale e poeta della Martinica -Aimé Césaire -, nel suo memorabile “discorso sul colonialismo” (1950),nel quale sosteneva che la “colonizzazione brutale” dei popoli nativi, dei loro corpi e delle loro terre extraeuropee, avrebbero disumanizzato e de-civilizzato il colonizzatore europeo abituandolo a metodi brutali che sarebbero poi r-importati in Europa.
Le tecniche repressive sviluppate per controllare i territori coloniali finiscono per essere impiegati come tecniche contro i propri cittadini.
Cèsaire afferma che il fascismo europeo (nazismo e mussolinismo) non è stato un fenomeno isolato, ma il risultato del “boomerang” coloniale.
L’Europa ha tollerato ed applicato barbarie, schiavismo, sfruttamento, repressione nelle colonie, ed ora tutto ciò è tornato indietro sulle proprie società metropolitane imperiali;
un concetto simile quale: “boomerang effect” è presente anche nelle “origini del totalitarismo (1951), opera della filosofa Hannah Arendt ;
la filosofa ebreo-tedesca descrive come i metodi d’oppressione, razzismo e violenza burocratica perfezionati dalle potenze europee nelle colonie siano ritornati in patria alimentando il totalitarismo nazista e fascista.
L’imperialismo coloniale ha abituato l’Europa a considerare prima i popoli extra-europei e poi i propri come “inferiori” , legittimando le barbarie prima applicate solo all’estero.
VISIONI ANTROPOLOGICHE, GENETICHE E POLITICHE FASCISTE E NAZISTE
B. Mussolini aveva un’idea elitaria, cinica e spregiudicata del popolo: “popolo bue”, massa da guidare, manipolare, dominare con la forza e la propaganda, incapace di autogovernarsi e bisognosa di un capo forte (Duce).
Ed identificava come nemici tutti coloro che s’opponevano alla “rivoluzione fascista” e all’unità della “nazione”;
Il fascismo definiva i suoi oppositori attraverso una precisa strategia di criminalizzazione dell’avversario politico, trasformando il dissenso in un reato contro lo stato e la nazione (o la comunità organica nazionale) ed “anti-italiani”
e “delinquenti politici” infine con le leggi eccezionali e tribunali speciali del 1926, oppure con immagini disumanizzanti come: bestie, ratti, sciacalli, rettili , cancro, piaghe per giustificare la repressione e le aggressioni fasciste e poliziesche.
Ed infine a partire dal 1937-38 con le leggi razziali come nemici interni per eccellenza, esclusi dalla comunità italiana (nazione) e della razza “italiana”-
Considerandoli come nemici invisibili e speculatori e cosmopoliti o senza patria che minaccia la razza e la compattezza della nazione.
Passando da un atteggiamento ambiguo ad una vera e propria persecuzione razziale.
Hitler considerava il popolo tedesco in termini razziali e biologici, non solo politici; razza superiore che doveva dominare, fanatizzare, purificare dagli elementi inferiori e parassiti: ebrei, disabili, omosessuali, zingari, comunisti ed oppositori ritenuti nemici della nazione (come comunità unica, gerarchica ed organica).
VISIONI ANTROPOLOGICHE -CULTURALI DEL SUPREMATISMO BIANCO E DELLE POLITICHE MAGA O NEO-FASCISTE NEGLI STATI UNITI, EUROPA ED IL RESTO DEL MONDO LATINO-AMERICANO
Infatti anche le azioni assassine e razziste dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement, controllo immigrazione e dogane degli Stati Uniti) rivelatasi come polizia paramilitare trumpiana e maga, o apparati paramilitari della “re-imigration”, invocati dall’estrema destra suprematista e razzista (statunitense ed europea), o dalle “grida e rancore di massa” di un non mai sopito e spento “fascismo eterno”- direbbe il semiologo U. Eco, sembrano rivelare quell’anticipata analisi post-coloniale.
A Minneapolis come in altre città statunitensi con raid porta a porta, i rastrellamenti di quartiere, deportazioni ed omicidi del ICE.
Tutto questo sembra proprio rievocare nelle loro brutali azioni quella memoria inconscia collettiva schiavista e coloniale dei “cacciatori di schiavi” o “slave catchers”, che gruppi gruppi organizzati, ufficiali o privati, operavano negli Stati del Sud e nella Guerra civile americana, con l’obiettivo di catturare gli schiavi fuggitivi e riportarli ai propri proprietari schiavisti.
Ed in Italia prima nelle colonie nord-africane rievocando il servilismo degli “sgherri” , dei “bravi” armati medievali al servizio del signorotto locale, e poi in patria con lo squadrismo delle milizie paramilitari fasciste durante il “Biennio rosso (1919-22) contro i sindacati operai e contadini, le cooperative, le case del popolo, le società operaie spazi del mutualismo sociale e proletario, gli scioperi e le occupazioni delle fabbriche, bracci armati e finanziati da agrari ed industriali.
FORME DI NEO-FASCISMO E DI SUPREMATISMO BIANCO ITALIANO
La malattia fatta persona”. Uno sguardo sulla biologizzazione
Roberta Rosa Valtorta, Tratto da “Inquisitive Mind”
“Nel gennaio 2017, il movimento politico di estrema destra Forza Nuova innescò, tramite un post condiviso su Facebook,una discussa diatriba sul legame tra la diffusione del batterio della meningite e lo sbarco dei migranti. L’immagine postata sul social network mostrava una persona con le mani sulle tempie ed era accompagnata dallo slogan: Meningite: tutti sappiamo da dove arriva. Basta accoglienza killer. Per Forza Nuova ci sarebbe una “conclamata origine sub sahariana della meningite” ed è proprio tramite l’accoglienza che “i politicanti traditori uccidono il nostro popolo”. In realtà, secondo gli esperti non c’è nessun collegamento tra le ondate migratorie e i casi di meningite registrati in Italia, prima di tutto perché in Africa è diffuso il meningococco di tipo A, mentre in Italia si sono verificati finora soltanto casi di infezione riconducibili ai ceppi B e C; in secondo luogo perché il meningococco non lo “importiamo” dall’Africa ma è già presente in Europa: secondo l’Istituto Superiore di Sanità, nel nostro Paese ci sono tra i 5 e i 10 milioni di portatori sani di meningococco ed è quindi più probabile essere contagiati da un italiano piuttosto che da un migrante (Mammone, 2017).
Più recentemente, in seguito alla morte di una bambina di 4 anni avvenuta all’ospedale di Brescia per malaria cerebrale, alcune testate giornalistiche hanno riportato la notizia del decesso facendo ricorso a titoli esplicitamente accusatori nei confronti degli immigrati.
Senza alcun tipo di riscontro oggettivo, nell’edizione del 6 settembre 2017, Il Tempo ha descritto l’episodio presentando ai lettori “la malaria dei migranti”; in maniera analoga, Libero ha parlato di Sofia, “la bambina infettata dagli africani” che, “dopo la miseria, portano le malattie”. Le cause del contagio sono in realtà ancora sconosciute. La presenza di malaria in un determinato territorio corrisponde a una serie di variabili, tra le quali l’esistenza di vettori, in Italia molto scarsi, la presenza di un cospicuo numero di malati, dato del tutto assente nel nostro Paese, e la mancanza di un sistema sanitario capillarmente attivo, situazione, questa, che non rispecchia in nessun modo quella italiana; in questi decenni, infatti, il Servizio Sanitario Nazionale ha garantito l’impossibilità per qualsiasi focolaio di malaria di svilupparsi e arricchirsi (Spinazzola, 2017).
La strategia comunicativa adottata da Forza Nuova e dai quotidiani sopracitati (della destra liberal-democratica) non prevede nulla di insolito: quello dell’untore straniero che sparge i suoi germi è uno dei miti che fa più presa, perché fa leva sul disgusto e sulla paura. In ambito psicosociale, l’uso di metafore organizzate intorno ai nuclei della malattia e della protezione dell’igiene pubblica è uno dei molteplici modi nei quali può manifestarsi la “deumanizzazione”, un processo che implica la negazione dell’umanità dell’altro – individuo o gruppo – introducendo un’asimmetria tra chi gode delle qualità proto-tipiche dell’umano e chi ne è considerato privo o carente (Volpato, 2011). In particolare, si parla di biologizzazione per definire quella forma di deumanizzazione che trasforma l’altro in microbo, virus, pestilenza, sporcizia, inquinamento (Volpato, 2011; Volpato e Andrighetto, 2015).
In letteratura, diversi autori (Hirsh ed Smith, 1991; Savage, 2007; Sontag, 1978) hanno mostrato che la biologizzazione è stata utilizzata soprattutto dalle autorità per giustificare atti di violenza estrema.
Secondo Savage (2007), le metafore che trasformano il nemico in virus o contagio sono funzionali alla giustificazione di violenze collettive in quanto estremizzano la pericolosità dell’altro.
Il Mein Kampf – il saggio pubblicato nel 1925 attraverso il quale Adolf Hitler espose il suo pensiero politico – descrive gli ebrei come parassiti, bacilli, microbi dannosi, come un cancro che infetta il corpo dell’umanità. Da un’analisi condotta sulle sue pagine, è emerso che Hitler “deumanizzava” ossessivamente i gruppi nemici (Capozza e Volpato, 2004).
Nel testo hitleriano, per descrivere ebrei e marxisti, accanto al registro animale (sono paragonati a iene, serpenti, vipere), viene impiegato il registro biologico (si usano termini quali:pestilenza, bacilli, malattia, virus, intossicazione, contagio, infezione).
Analogamente, da un’analisi svolta su “La difesa della razza”(il cui Direttore era Giorgio Almirante, fondatore nel dopo-guerra del Movimento Sociale Italiano), rivista di propaganda fascista pubblicata dal 1938 al 1943, è emerso che gli ebrei sono paragonati non solo ad animali (avvoltoi, topi, serpi) e demoni (diavoli, uccisori di Dio), ma anche a elementi patologici (bacilli, piaga, morbo, veleno;
Volpato e Durante, 2003); un’ulteriore osservazione dell’apparato iconografico ha, inoltre, mostrato come gli ebrei vengano raffigurati con modalità particolarmente creative: un’efficace metafora visiva li riassume nella “macchia” che contamina i simboli della romanità (Volpato, 2011; Volpato, Durante, Gabbiadini, Andrighetto, Mari, 2010).
Più recentemente, Steuter e Wills (2010) hanno analizzato il linguaggio utilizzato dai media occidentali dopo l’attentato dell’11 settembre trovando che i terroristi sono spesso associati a virus e bacilli, descritti tramite metafore legate alla contaminazione.
I simboli tipici del processo biologizzante possono variare con la cultura, ma il tema comune è il focus ossessivo sul corpo. Il nemico è un contagio in grado di minare la purezza della persona e di provocare disgusto, un’emozione che nella sua accezione tradizionale può essere definita come l’acuto e persistente senso di avversione derivante dalla prospettiva di contatto con prodotti dannosi.
Secondo la filosofa americana Nussbaum (2010), il disgusto primario verso certe sostanze tende a diventare disgusto proiettivo, così che tale sentimento si proietta da un oggetto (o da un individuo) all’altro in modi che sfuggono alla ragione e al controllo. La natura “contagiosa” di tale emozione è stata concettualizzata anche attraverso le cosiddette “leggi di magia simpatetica” (Rozin, Millman,e Nemeroff, 1986), secondo le quali se l’oggetto A è disgustoso e B assomiglia ad A o entra in contatto con A, allora anche B diventa disgustoso.
Lo stretto rapporto che lega il disgusto alla biologizzazione e la sua duplice natura di emozione fisica e proiettiva rientrano probabilmente tra le principali ragioni per cui il processo biologizzante risulta così pericoloso per chi lo subisce.
In psicologia sociale, diversi lavori (Faulkner, Schaller, Park, Duncan, 2004; Hodson e Costello, 2007; Navarrete e Fessler, 2006) hanno, infatti, mostrato che tale sentimento è in grado di sfociare in atteggiamenti negativi verso immigrati, disabili e malati mentali. Secondo gli autori, la relazione tra disgusto e atteggiamenti negativi può essere spiegata dalla paura del contagio, dal timore che la causa del disgusto provato per quel gruppo possa in qualche modo proiettarsi su tutto ciò che lo circonda: quando si prova disgusto nei confronti di uno specifico gruppo, la minaccia percepita non è collegata al rischio che quel gruppo potrebbe comportare per le proprie risorse ma, piuttosto, alla paura di essere contaminati (Dalsklev e Kunst, 2015; Horberg, Oveis, Keltner e Cohen, 2009). Il cuore della biologizzazione sembra, dunque, essere racchiuso nella forza delle metafore biologiche e nell’innata capacità di tali rappresentazioni di evocare disgusto e avversione.
Conclusioni
Fino ad oggi, la biologizzazione è stata affrontata soprattutto nell’ambito delle relazioni conflittuali tra gruppi, ma è verosimile pensare che la presenza di tale fenomeno non sia limitata a quest’unico dominio. In un recente studio sperimentale (Valtorta, Baldissarri, Andrighetti e Volpato, in preparazione), ad alcuni studenti universitari è stato chiesto di osservare due brevi filmati raffiguranti uno spazzino e un addetto ai servizi igienici impegnati nella loro quotidiana attività lavorativa. Durante la visione, a seconda della condizione sperimentale, ai partecipanti è stato chiesto di focalizzarsi sull’ambiente di lavoro o sulla persona ripresa nel video. In seguito, è stato chiesto loro di indicare il livello di disgusto provato e il grado in cui il lavoratore ripreso potesse essere associato ad alcuni concetti richiamanti le diverse forme della deumanizzazione (si veda Glossario) (ad es.: una contaminazione, un virus, un animale, una bestia, un oggetto, uno strumento). I risultati hanno mostrato che nella condizione in cui è stato chiesto di focalizzarsi sull’ambiente (vs.sulla persona) i partecipanti hanno provato più disgusto e che tale emozione, a sua volta, ha portato a una maggiore associazione dei lavoratori con le metafore biologizzanti. Di particolare rilevanza, è che tale effetto non è emerso per le altre forme di deumanizzazione (animalizzazione e oggettivazione). In altre parole, rendendo saliente un ambiente di lavoro sporco e degradante, le persone hanno provato un sentimento di disgusto che si è proiettato dall’ambiente lavorativo al lavoratore, portando a una maggiore associazione di quest’ultimo con metafore biologiche.
La biologizzazione non sembra, quindi, circoscritta al dominio dei conflitti tra gruppi, ma pare espandersi anche in contesti non estremi che caratterizzano la nostra quotidianità. Tale processo non è estraneo alla normale routine che contraddistingue le nostre vite e, alla luce di quanto emerso rispetto alle pericolose conseguenze che può innescare, si ritiene assolutamente necessaria una maggiore comprensione del fenomeno.
Glossario
Le diverse forme della deumanizzazione: Le figure della deumanizzazione sono molteplici. L’utilizzo della metafora animale (animalizzazione) può significare che i membri dei gruppi ritenuti subumani sono considerati come animali da eliminare. Considerare l’altro un oggetto (oggettivazione) rinvia invece all’uso strumentale del corpo (Volpato, 2011).
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Questa sezione fornisce una panoramica del blog, mostrando una varietà di articoli, approfondimenti e risorse per informare e ispirare i lettori.
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