venezia emergente di claudia buttignol

Venezia emergente tra visioni,trame, segni,minerali, colori,profumi, spezie e sensazioni

‘se prendo il verde non vuol dire che intendo dipingere l’erba, e se prendo il blu non significa che dipingerò il cielo. Il colore esprime piuttosto lo stato animo dell’artista’.

Tratto da Vasilij Grossman, scrittore del vero, giornalista,report di guerra; (1)     


Le inattese visioni,

i materiali inattuali di una dorata Venezia delle spezie, delle stoffe, dei profumi, i blu e i verdi sorprendenti della laguna, superficie di mare che la contiene, la circonda e l’apre ad Oriente,

sono sostanze emergenti nell’arte pittorica dell’artista Claudia Buttignol,

e lasciano intravvedere tra quelle trame sottili,

una sotterranea non urlata gioia di vivere e una ritrovata ispirazione.

Nella discontinuità tra materiali di epoche passate e non passate,

ritemprati e sperimentati,

colanti di colore, impegno e passione quotidiana,

laviche tonalità marroni, rosse ,nere e grigie inondano

Tragici scavi portano alla luce rovine di storie del secolo breve – Novecento- e vissuti intensi di una ricercatrice donna infaticabile silente e sincera che li attraversa con consapevole sensibilità estetica e sociale. Da artista esistenzialista  esalta dell’umano vivere,l’atto di emergere, di non essere parlata ma diventare parola rara. La stessa parola ‘esistenza’ deriva alla radice latina ex-sistere significa letteralmente ‘venir fuori’, ‘emergere’.

 

La tela punteggiata d’oro-cecità dei mercanti si trasmuta nell’oro-illuminazione delle alchimiste e delle artiste.

 Donna saggia tra spezie decomposte colora superfici e profondità che invitano al viaggio dentro e fuori le terremosse vicine, lontane e sconosciute.

E la riflessiva scienza moderna parla di comportamento emergente come ‘la situazione nella quale un sistema esibisce proprietà difficilmente predicibili sulla base delle leggi o delle costanti che governano le sue componenti prese singolarmente. Esso scaturisce da interazioni non-lineari tra le componenti stesse’.

Il blu dallo strano destino interdetto,

totalmente assente come il verde nei disegni rupestri e invisibile all’occhio dei nativi del paleolitico

blu escluso per secoli ad ovest anche dal sistema simbolico del mondo antico,

fa la sua prima comparsa nel nostro Rinascimento come mantello delle madri vergini, ed il prezioso

blu d’oltre-mare apre alla scoperta e al fare e al disfare nuovo artistico e poetico.

Ritrovati sulla via della seta compaiono I Blu dei lapislazzuli d’oriente

portatori d’immortalità e aperture di terzo occhio- consapevolezza esperienza extrasensoriale si mescolano con blu d’occidente portatori di silenzio, tranquillità, sincerità.

 

Tra le atmosfere veneziane,

dal tritico emergente il rigenerante verde e il blu degli eterni ritorni cortocircuita dinamicità, fiducia e vivacità, spargendo serenità e risonanze emotive.

Michel Pastoureau storico, antropologo e saggista, ma conosciuto soprattutto come storico del colore, sosteneva che ‘il verde è considerato un colore ambiguo: da un lato simbolo della speranza, fortuna,natura, libertà’, ma anche vivacità e nascita. da un altro aspetto ‘tinta associata al veleno, al denaro  e addirittura al diavolo. Il filosofo naturalista W. Goethe è il primo nella sua ‘teoria dei colori a considerare il verde e raccomandarlo nell’uso dei locali del riposo e del convivio.

Però è tenuto in grande considerazione dagli Egizi, popolo a noi più vicino che lo utilizza da già da 4000 anni. Colore del papiro simbolo di rigenerazione e associato al dio

Ptah, colui che porta ‘ordine nel caos primordiale di un mondo acquatico’, come la nostra Afrodite-Venere.

 

A VENERE,dea dell’amore, generatrice dell’emergente (2)                         

 

 Madre degli Eneadi (madre di Enea, progenitrice dei romani)/ ,

 

 gioia piena degli umani e degli déi/,

 

anima Venere/, /sotto gli astri che scorrono in cielo

 

popoli il mare ricco di navi, e la terra che arreca

 

le messi/:attraverso di te infatti ogni radice di viventi

 

è generata/, e accompagna con lo sguardo , nata, la luce del sole/:

 

/te, o dea, /te fuggono i venti, e le nubi del cielo

 

il tuo giungere/: per te la terra generatrice

 

sparge il suolo di fiori/, per te sorride la piana del mare/

 

e tornato sereno, brilla il cielo di luce vestito in ugual modo/.

 

Poiché appena si schiude la vista di un giorno di primavera

 

e, liberato prende forza il soffio vivificante di Zefiro,/

 

nell’aria, subito, gli uccelli te, o dea, il tuo giungere

 

manifestano, toccati nel cuore dalla tua potenza/.

 

Quindi bestie feroci e branchi di animali domestici balzano su pascoli fecondi/

 

E attraversano fiumi impetuosi/: così preso da incanto,

 

ti segue con desiderio ogni animale, là dove sempre lo spingi/;

 

e ancora per mari e monti e fiumi che trascinano/

 

e case frondose d’uccelli e campi ricchi di verde/,

 

a tutti instillando nel petto amore che seduce/, fai sì che,

 

nelI’attesa, radice per radice continuino le generazioni/.

 

Poiché tu sola reggi Natura del mondo/,

 

né senza te alcuna cosa reggi Natura del mondo/,

 

né senza te alcuna cosa alle spiagge di luce divine

 

sorge/, né alcuna cosa diviene gioiosa e degna d’amore/,

 

te io desidero compagna nello scrivere i versi/

 

ch’io mi sforzo di comporre sulla natura delle cose/

 

per le generazioni care di Memmio/

 

(uomo colto romano che intendeva distruggere ad Atene la casa di Epicuro),

 

Che, tu, dea in ogni tempo/, hai voluto emergesse, ricca di tutte le virtù/,

 

per questo generosa concedi, o dea, bellezza eterna ai miei detti./

 

 Fa’ si che intanto le opere feroci di guerra

 

Per mari e tutte le terre, tacciano in quiete/:

 

tu sola infatti puoi con pace serena giovare

 

ai mortali/, in quanto i terribili atti di guerra domina,

 

Marte potente nell’armi/, lui che spesso nel tuo grembo

 

S’abbandona , colpito da ferita d’amore che dura per sempre/;

 

e così reclinato il collo ben fatto, guarda in alto/

 

e sazia d’amore sguardi avidi a te, o dea, rivolgendo,

 

così riverso/, e alla tua bocca ne è sospeso il respiro/.

 

Quando, o dea, egli riposa sul tuo intatto corpo/,

 

 versagli dolci parole dalla tua bocca/

 

fa sgorgare, e domanda, o inclita, per i Romani pace serena/;

 

Ogni natura di dèi, infatti, occorre che, di per se stessa,

 

goda d’un tempo che non conosce la morte, con pace profonda/,

 

staccata dai nostri problemi/, disgiunta di lungi/:

 

poiché libera d’ogni dolore/, libera da pericoli,/

 

signora essa stessa delle proprie forze/, per nulla di noi bisognosa/,

 

né dai nostri meriti è conquistata/ né viene da ira sfiorata.

 

Di Lucrezio, de rerum natura L.I 1-49

 

 

 

Note

(1)

Vasilij Grossman fu il primo a rendersi conto dell’immensa tragedia dello sterminio industrializzato nazista degli ebrei e degli altri diversi sessuali, psicofisici, culturali e politici, entrando per primo con l’Armata Rossa ad Auschwitz; e là per mesi documenta quello che poi la filosofa Hannah Arendt nella ‘banalità del male’ cercherà di analizzare e comprendere ‘il riconosciuto storico male assoluto;

Vasilij  Grossman raccoglie in un saggio ‘l’inferno di Treblinka’, quanto aveva visto e sentito dagli ultimi sopravvissuti ne/del campo, testimonianze informate tra tante raccolte che saranno utilizzate al processo di Norimberga contro i gerarchi nazi-fascisti..

 

(2) “esempio di poesia filosofica naturalista, i cui argomenti cosmologici, etici, sociali ed  istanze di religiosità(consapevolezza immanente) sono strettamente integrati, dal filosofo Lucrezio autore del testo, lui stesso appartenente ad una scuola filosofica epicurea, animata da profonda religiosità cosmica sintesi di cosmologia e misticismo religioso.(Gian Giacomo Conte)

 

Testo di Pino de March

contatto: versitudine@gmail.com

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Report poetico e civile del Festival della poesia europea (2016-FFM)e dintorni di resistenza metropolitana

9 – FESTIVAL DELLA POESIA EUROPEA

FRANKFURT am MAIN, 19 -21 MAI 2016

I temi affrontati dal festival sono stati: Poesia ed Impegno politico e civili, Poesia e Natura, Poesia e  interazione interculture tra lingue europee ed un sentito  omaggio una lezione magistrale  a Leopardi.

GIOVEDI’  19 MAGGIO 2016

Tra le ore  17-  18

Hotel Monopol, Manheimer Strasse 11-13, Frankfurt am Main

L’Hotel Monopol si trova  a due passi da una delle uscite laterali della Stazione Centrale di Frankfurt am Main.

Il Festival è stato aperto nella grande Hall dell’Hotel tra grandi specchi dai bordi dorati ed arredata in uno stile classico novecentesco,  in presenza di una  piccola avanguardia di poeti e poete  europei, di un giovane Console Italiano il Dr. Maurizio Canfora,  mostratosi  sensibile alla poesia, alla cultura e ai fatti sociali contemporanei  e di vari rappresentanti degli Istituti di Cultura Germanica, Spagnola ed Italiana in Germania.

Il benvenuto agli invitati è stato dato dalla Poeta Marcella Continanza – Art Director ed iniziatrice di questi incontri annuali tra poeti e poete europei. Marcella Continanza nel corso di questi nove anni si profusa non solo nelle ore e giorni  in cui si sono svolti  i festival, ma per  tutto il tempo prima, durante e dopo a tessere relazioni con poeti e poete, con le istituzioni culturali e a progettare nei minimi dettagli gli eventi festivalieri. Ha saputo avvalersi  anche di un piccolo competente appassionato staff che l’ha coadiuvata in questa opera minima ma di grande portata nella tessitura di una rete informale tra poeti e poete, artisti, intellettuali europei, ed anche cercando di coinvolgere un discreto pubblico amante della poesia.

Il  Meet Up poetico è originariamente  pensato non solo  per  mettere in relazione sperimentazioni, culture,  pratiche poetiche civili e letterarie delle/nelle varie città e paesi d’Europa ma anche al fine di  promuovere una cosmopolita  pacifica cooperazione tra intellettuali e genti comuni d’Europa.

N0n si è trascurato di parlare nei giorni del festival delle lacerazioni  che attraversano l’Europa, avvertita come decadente  per essersi evoluta in questo inizio secolo XXI  lontana dai principi ideali  dei suoi fondatori che la volevano pacifica ed edificata  su basi interculturali, con  politiche ed economie sociali e non invece come percepita entità aliena governata da una classe politica spesso subalterna alle oligarchie economiche-finanziarie  continentali e globali  e poco attenta alle  condizioni in cui versano le  sue genti comuni europee.

Tra le autorità  spiccava  la presenza autorevole, aperta e mediterranea  del giovane Console Maurizio Canfora, che ha saputo esprimere non solo una formale e dovuta accoglienza ma anche un esplicito proposito a sostenere i prossimi  incontri culturali europei, e a voler al di là   di ogni formalità,  favorire una concreta reciprocità  tra culture europee.

Alla fine c’è stata l’auto- presentazione informale dei singoli poeti e delle singole poete alle autorità culturali presenti , seguito da un sobrio aperitivo che riflettono da un lato, una  decennale crisi economica-finanziaria delle istituzioni culturali in cui versano da ormai molto tempo, per tagli spesso lineari avvenuti nei bilanci delle istituzioni culturali, ma da un altro lato una  positiva emergente morale pubblica che cerca di fare un uso appropriato e non sfarzoso del denaro pubblico.

REPORT POETICO di Pino de March 

Frankfurt 2016

Il 9 Festival della poesia europea si presenta ormai da alcuni anni, in modo scarno ed asciutto,  privo di quella aulica formalità o verticalità che caratterizzavano le manifestazioni e gli spazi di debutto dei suoi primi anni.

Resta memorabile di quel tempo la grande Sala Comunale del Roemer con una gigantesca  aquila bifronte sullo sfondo della parete centrale, collocata nello stesso palazzo che fu sede storica del primo parlamento germanico(18/5/1848, con Presidente dell’Assemblea H. von Gagern), disponendosi in alto con un arco maestoso e circolare di sedie storiche pre-destinate alle  autorevoli presenze, nel nostro caso i  poeti e le poete invitate ai primi Festival,  e ai suoi  piedi sulla destra  si ergeva un  imperioso pulpito,  ove si alternavano leggendo con aura di sacralità  i poeti e le poete, e le loro singolari  voci si amplificavano nella sala con la naturalità  acustica di un teatro antico.  Sotto di esso venivano deposti  ogni giorno mazzi di fiori,  immagine  d’immensa tristezza per le associazioni  mentali tra fiori, tomba e poesia che mi evocavano, a destra di esso invece una piccola  e viva orchestra di strumenti a corda e fiato scandiva i tempi del succedersi delle varie performance poetiche.

Davanti in basso nella sala una distesa di sedie molto moderne sedeva il pubblico numeroso degli  intervenuti dai vari paesi europei, e  gli italiani erano sempre tra i partecipanti i  più numerosi. Occasione annuale di incontro per la comunità italiana per un rimpatrio culturale oltre che relazionale.

Questa volta, i tre giorni della ‘9 edizione 2016 del Festival della poesia europea’  si  sono svolti  in modo diverso e in forma oserei dire di Simposio  per la tipica orizzontalità  ed intensità seminariale,  con eventi quotidiani diffusi in piccole sale nella città, messe a disposizione dalle varie associazioni, istituzioni e caffè storici,  luoghi cooperanti culturalmente ove si sono confrontati poeti, poete e pubblico in forma di conversazione e narrazione specificamente poetica e letteraria,  ma anche di riflessioni politica-filosofica e culturale sulla cinica indifferenza  verso le problematiche marginalità sociali di cui sempre gli intellettuali nel corso del secolo scorso prontamente si attivavano, margini o scarti  che il sistema iniquo globale sempre più finanziarizzato  riproduce come automa ingovernabile.  Però non si è neppure tralasciato di parlare di impegno delle indignate comunità intellettuali  e delle empatiche singolarità poetiche(attivisti poetici ed artistici) nelle varie città d’Europa,  solidali con  quel 99% della popolazione resa precaria sia nella dimensione materiale che esistenziale.

Intellettualità attiva che resiste come minorità riflessiva alla  crisi dell’Europa politica e degli Stati medesimi,  e che sa coraggiosamente prendere posizione contro  la  gestione tecnocratica,  lontanamente democratica della BCE e delle altre  Istituzioni politiche Comunitarie,  per il modo elitario che hanno di  affrontare  il debito residuale e crescente degli stati sociali e  la crisi economica-finanziaria che si presenta da tempo come  perenne secolare  stagnazione del Continente.  Ci si è  soffermati con particolare attenzione sulla sofferenza delle genti comuni europee indotta da una ormai decennale crisi  o misure che si rivelano nei fatti  come Shock-Economy, espressione coniata dalla giornalista, scrittrice e critica canadese  della globalizzazione Naomy Klein, per indicare gli effetti e l’applicazione sconsiderata  delle teorie e misure  liberiste di Milton Friedman e della Scuola di Chicago,(definiti anche economisti della Chicago Boys), prima in diversi stati del Sud  del pianeta dagli anni settanta fino al 2007, e poi di seguito anche nelle aree metropolitane europee e nel sud dell’Europa partire dal 2008, producendo conseguenze peggiori di un qualsiasi ‘non intervento’.  E’ sotto gli occhi di tutti la sofferenza del popolo greco e delle popolazioni delle città metropolitane di Atene e Salonico ridotte allo stremo.

L’applicazione di queste politiche neo-liberiste  prevede: la  liberalizzazioni dei salari e l’imposizione di forme contrattuali flessibili’, privatizzazioni dei servizi pubblici, tagli spesso lineari della spesa pubblica e del Welfare State, deregulation o de-regolazione dell’attività economica, politiche emergenziali  effettuate (imposte) senza consenso popolare sotto la pressione di eventi shock contingenti come la caduta del muro di Berlino ad Est (anni novanta del secolo scorso) a cui seguì  la rapida dissoluzione degli Stati e del sistema totalitario del socialismo  reale,  ed ad ovest una crisi sistemica ormai decennale associata in alcuni paesi del sud d’Europa ad una  crisi  politica della rappresentatività dei partiti storici e del sistema politico,  accelerata  da parallele  inchieste giudiziarie su fenomeni di corruzione o di malaffare politico. L’effetto di queste politiche shock ha determinato un impoverimento ed immiserimento materiale e culturale delle popolazioni nelle aree interessate sia in Europa che fuori dall’Europa.  L’inadeguatezza delle misure neo-liberiste della troika (Fondo Monetario internazionale,  Banca Centrale Europea, Commissione Europea) hanno ingenerato nelle popolazioni colpite dalle misure shock  di austerity insicurezza e ostilità verso gli stranieri-migranti  divenuti i nuovi capri espiatori,inimicizia  alimentata da un diffuso e reattivo  populismo urlato  che genera ulteriore malessere sociale e sfiducia nella politica intesa come auto-organizzazione dal basso e ragionevole attiva  progettazione.

A tutto questo s’aggiungono a seguito  delle diverse guerre euro-americane ‘spacciate come democratiche ed umanitarie’   dall’Afganistan all’Iraq, dalla Siria alla Libia, guerre dimostratesi nei fatti neo-coloniali ‘,  per le intenzionalità appropriative di fonti altrui -energetiche petrolifere o di altre risorse naturali’(durante il G8 di Genova 2001, una suora che partecipava alle manifestazioni per la globalizzazione dei diritti contro la globalizzazione economica-finanziaria che invece li cancella, intervistata disse: le guerre le fanno solo là dove il sottosuolo ha risorse da offrire non certo là dove il suolo ed il sottosuolo non hanno nulla da offrire), profonde destabilizzazioni dei paesi coinvolti nella  guerra, e  conflitti inter-etnici e religiosi, che sono all’origine di   esodi biblici di moltitudini  e di  una pressione migratoria senza precedenti sui paesi del Mediterraneo europeo, migrazioni comparabili solo  in parte con quelli verso le Americhe generati dall’ultima  guerra nazi-fascista politica e razziale in Europa tra le due grandi guerre (1918-1945).

E questi temi cruciali del rapporto tra Poesia, impegno civile, azioni di strada e nelle periferie o  nei luoghi di lavoro,  sono state affrontate in via formale in due momenti o sessioni specifiche del Festival, con enunciazioni poetiche,  argomentazioni e conversazioni con poeti/e  e pubblico, la prima sera al Club Voltaire, luogo s1orico dell’intellettualità critica e sociale francofortese  post-68,  con il poeta operaio –Ferruccio  Brugnaro moderato o meglio agitato da un autore sferzante e polemico come Hartmut Barth-Egelbart,  in co-presenza con Giuseppe Zambon, altro operatore politico-culturale -editore e gestore della storica libreria Sued- Seite della KaiserStrasse53,  animatore della scena politica antagonista della comunità italiana in Frankfurt Am Main,  e il secondo giorno del Festival  al Cafè AM DOM-METROPOL con il poeta di strada e civile Pino de March, accordato e tradotto dal amico filosofo e traduttore -Thomas Atzert .

Thomas è  noto come traduttore -filosofo di alcuni pensatori critici dell’Italian theory  come il filosofo ‘maledetto’ Toni Negri e di un altro filosofo statunitense  Micael Hardt, di cui entrambi sono autori di un saggio a diffusione planetaria ‘‘Impero’(saggio che cerca di analizzare criticamente e di inquadrare  teoricamente i processi di globalizzazione),  come di altri pensatori ed analisti sociali critici  ‘ dell’altro movimento operaio’  da Sergio Bologna,  al filosofo sociale Sandro Mezzadra studioso del ‘Comune’- non solo come nesso amministrativo locale ma come  modo di produzione ambivalente contemporaneo – dominante ingenerante scarsità e controllo o resistente ed eco-solidale ingenerante  abbondanza e socialità ecc.

Chi è il poeta Ferruccio Brugnaro  e quali sono i contenuti della sua poesia?

La poesia di Brugnaro è stata una variante poetica  di quella narrazione e pratica conflittuale in quella stagione politica definita come epoca  operaista o della  seconda ‘grande trasformazione  sociale’ dal basso, operata  da soggetti operai e non operai, studenti,donne e giovani proletari, in netto contrasto con i ‘piani del Capitale industriale pubblico e privato, negli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Un periodo definito di ‘comunismo di movimento o di democrazia diffusa sociale’ ove si è operato una grande distribuzione della ricchezza sociale, con una  forte contrazione delle diseguaglianze sociali. Ora Brugnaro pratica una poesia della ‘crisi’, riflessiva dei fatti politici e  sociali contemporanei.

Nei fatti in quei ‘gloriosi anni ‘si sono battuti sentieri e percorsi di analisi e critica,  di concreta emancipazione e liberazione dal dominio dell’uomo sull’uomo(diseguaglianze), dell’uomo sulla donna(discriminazioni), degli adulti sui minori (anti-autoritarismo) ecc.  attraverso un’intensa  lotta di classe, di genere e una radicale rivoluzione culturale agita da intellettuali, donne giovani proletari  e studenti ecc.,  per l’affermazione di una società di liberi ed uguali senza distinzioni e  discriminanti sociali o sessuali,  una  socialità che ha garantito per mezzo secolo benessere individuale e sociale,  diffuse pratiche assembleari e affermazione di contro-potere dal basso delle soggettività emergenti  oltre che una partecipazione democratica alla sfera pubblica delle classi subalterne,  considerato ormai  un tempo storico non solo del piombo (per fenomeni di lotta armata)  ma anche di rivoluzione molecolare dal basso che ha permesso di esprimere al massimo grado la  potenza sociale contrastante la sopraffazione di poteri e domini secolari che erano all’origine della soggezione e subalternità.

Il  poeta operaio  Brugnaro ha evidenziato nella conversazione e presentazione del suo testo-raccolta di poesie, la crisi dell’intellettualità critica e prefigurativa di altri mondi possibili post-capitalisti, a cui a suo parere è seguito un profondo smarrimento che ha colpito in modo rilevante i soggetti sociali della sinistra riformista e anticapitalista o delle forze del movimento operaio, tutto  a seguito della caduta del muro di Berlino  o del socialismo reale (1989) e con l’imporsi a livello planetario di una globalizzazione economica-finanziaria  anglo-americana e di un pensiero unico,  a cui a fatto seguito  una  rapida ‘neutrale’ circolazioni di merci e forza-lavoro-invenzione,  a scapito della globalizzazione dei diritti  e della libera circolazione degli esseri umani. Questo tipo di globalizzazione a senso unico economico-finanziario ha prodotto , un  riflusso dei movimenti sociali storici ed  una chiusura depressiva nel privato della poesia come delle altre forme d’espressioni e critica e  delle stesse visioni alternative a quella della società dei consumi  e del mercato delle Corporation –multi-nazionali, una forma ideologica liberista e turbo-capitalista senza contrappesi culturali, ecologici, politici e sociali che possano contenere  lo strapotere oligarchico e totalitario dei pochi (del l’1%).

Ferrruccio Brugnaro è un poeta operaio, operaio nella seconda metà del secolo XX  a Marghera, area industriale edificata sulla laguna tra Mestre e Venezia, e dire Marghera in quelli anni di accesa conflittualità, significava  non  solo indicare un non-luogo o area industriale petrolchimica, ma anche una città viva e attiva operaia industriale – con una forte prossimità quotidiana tra abitazione e lavoro, un’ industrial town, un addensamento operaio, ma anche in negativo una città dormitorio,  con forme di seclusione industriale dei suoi abitanti, per le condizioni di vita in forte prossimità con le lavorazioni industriali,  che determinavano così  forme   infernali e segregative  di vita , una totale alienazione di suoli e natura e dei corpi, desertificazione e inquinamento di terra e laguna, e i prati, i tetti e i davanzali erano permanentemente ricoperti di un manto olioso  nero carbone-petrolio ,con un picco di malattie professionali proprio per l’esternalizzazione di veleni e fumi; alla fine del secolo scorso un gruppo musicale reggae della periferia veneziana i  Pittura fresca cantavano a squarciagola ‘a Marghera nialtri lo femo presente che par lori la xe aria bona par nialtri la xe fetente, marghera senza fabbriche saria più sana, na jungla de panice pomodori e marijuana’.

Mia sorella Lina i suoi primi anni di servizio come praticante ginecologa  li svolse a Marghera, ed  lei che mi raccontava dei picchi di tumori tra le donne ed anche delle molte involontarie interruzioni di gravidanza,  non per la mancata informazione tra le donne sugli anticoncezionali, ma soprattutto per l’opposizione e i pregiudizi sugli anticoncezionali dei loro mariti, che li consideravano mezzi  di sottrazione delle donne al loro controllo maschilista della sessualità, oppure strumenti atti solo alla prostituzione,  e non invece mezzi di liberazione ed autodecisione delle donne e dei loro mariti se emancipati  ad una maternità e paternità responsabile. E  proprio per questi limiti culturali  che le interruzioni di gravidanza spesso clandestine delle donne, per evitare gravidanze indesiderate, diventavano nei fatti forme di contraccezione involontaria e traumatica. In questa terra deserta crescevano anche fiori rari come la poesia di Brugnaro e le lotte per meno orario e più salario, contro la  mercificazione della salute ma anche visioni nuove di società egualitarie e senza discriminazioni sociali, sessuali  o mentali.  Inoltre in questo frammento di terra avvelenata si sperimentavano forme di lotta ed auto-organizzazione autonome non delegate o etero-dirette  sindacalmente, ma vissute in prima persona nella mitica assemblea operaia autonoma di Porto Marghera.

Durante la presentazione-lettura  delle poesie di Brugnaro  si è parlato anche del ruolo civile della poesia, ed in questa discussione con il poeta ed il  pubblico, Zambon e Harmut hanno affermato perentoriamente come è spesso nel loro stile ‘ideologico’ che l’unica attività poetica degna del nome di civile e critica è la poesia impegnata socialmente e non l’attività poetica individuale esistenziale, perché a loro giudizio incapace di analisi e trasformazione sociale(disprezzata e stigmatizzata da loro come onanismo culturale). Su questi loro interventi  a mio giudizio ‘dogmatici’  ho ribattuto dicendo che l’attività poetica ‘esistenziale’ di Leopardi o della poeta Saffo, o di scrittori come Italo Svevo,   o altri o altre,  come Virginia Wolf, pur non svolgendo una critica esplicitamente politica-sociale,  hanno saputo tessere una critica radicale molto precisa,  fornendo alle soggettività individuate attraverso  l’analisi esistenziale,  strumenti anche di analisi sociale puntuale anticipatrici di cambi di visioni di mondi. Poi ho ribadito che il narcisismo o l’onanismo non ha manifestazioni solo individuali ma anche collettive, quando si pretende di proiettare dalla’alto sulla società le proprie visioni ideologiche di mondo  o le elitarie e autoritarie volontà politiche , senza saper costruire azioni comuni partecipate e condivise generalizzate.

Questa nuova ideologia del pensiero unico o neo-liberista  mercantista ha soppiantato tutte le altre forme plurali ,neutralizzandole,  e questa forma acritica ha avuto la sua versione poetica negli slam e reading poetici, ispirata ad espressione di un tempo remoto   di antiche sfide tra poeti,  gioco sociale o di critica alla società, rime espresse in ottave in contesti pubblici o di piazze, in  varie contrade italiane nei secoli passati,  migrata con gli emigrati italiani nel secolo scorso negli Stati Uniti ha assunto là, con il tempo, caratteri di  contaminazione competitiva  ed individualista (reading), tornata poi  nel continente europeo alla fine del secolo scorso,  ha assunto nel primo decennio del XXI secolo la forma democratica e rivoluzionaria che restituiva  a tutti e a tutte la voce e la parola poetica, limitata fin a quel momento ad un’élite di poeti e poete che si auto-legittimavano e rendevano la poesia spesso un esercizio letterario  elitario disanimata,  ma questa rivoluzione culturale e poetica si trasformò velocemente con l’affermarsi del pensiero unico liberista e con l’avanzata crisi dei movimenti culturali  (riflusso) e del relativo impegno civile,  in  una perversa  forma di poesia narcisista indifferente all’altro o altra,  alla relazione e alla condivisione, una forma di liberismo poetico distruttivo  o indifferente dell’Altro o Altra voce o espressione. L’importante diventava vincere a qualsiasi costo e votare a priori per il clan degli amici poeti ad ‘orecchie chiuse’, indifferenti alle voci altrui che spesso s’alternano al microfono nella totale solitudine, salvo poi i concorrenti ritornare in sala solo per conoscere  i risultati delle votazioni che avvenivano nelle sale tra il pubblico tribalizzato, e spesso anche a contestarle se non si è tra i vincenti. Tutto si declinava come spettacolo ed intrattenimento privo di quella capacità non solo di gioire ma anche saper aprire criticamente a visioni differenti e a prospettive di condivisione di vita  e di mondi possibili.

Il secondo giorno del Festival nel caffè AM DOM-METROPOL  il poeta Pino de March, accordato e tradotto dal filosofo traduttore -Thomas Atzert , ha condotto una conversazione poetica, politica e filosofica con alle spalle un foglio che illustrava le prime mappe dei disseminati CPT (Centri di permanenza temporanea) in Europa, luoghi  nei fatti di segregazione amministrativa di migranti-profughi,  fuggiaschi da squilibri di ogni genere generati in modo prevalente dalle nostre guerre petrolifere euro-americane(tra gli anni 90 del secolo e la prima decade del presente),  a cui hanno fatto seguito e ancora seguono esodi di profughi, naufraghi e clandestini, a cui l’Europa seppe rispondere solo con politiche sicuritarie ed emergenziali e non di stabile accoglienza, edificando invece centinaia campi di concentramento disseminati in tutta Europa, denominati prima CPT ed ora CIE (Centri di identificazione ed espulsione), un ‘non luogo’ poco pubblicizzato (ben occultato spesso collocato in una qualche estrema periferia)in cui vengono deportati e reclusi in forma di detenzione amministrativa migliaia di migranti in fuga da guerre,  da crisi climatiche, dalla miseria, o  con il solo  desiderio di farsi una nuova vita, desiderio non diverso da quello che spingeva migliaia di nostri connazionali italiani  a prendere la via delle Americhe nei secoli passati. In questi non-luoghi di detenzione lontano dalle città e dagli sguardi indiscreti, i migranti sans papiers o clandestini vengono rinchiusi e suddivisi  all’interno di aree specifiche per genere ed etnie; il poeta de March si è soffermato a riflettere sulla condizione della vita migrante dentro queste strutture concentrazionarie post-moderne e sulla violenza che i migranti lì subiscono, nello specifico le denunciate violenze subite o intentate sulle donne da parte di funzionari di pubblica sicurezza che si dovrebbero invece occupare  della loro detenzione e cura.  Questa violenza non è presente solo in questi Centri di permanenza temporanea(CPT) ma anche nelle  loro brevi detenzioni  e passaggi  nei vari commissariati.  Le Elegie presentate dal poeta de March sono state due: l’ una denominata ‘naufraga o pro-fuga e l’altra ‘clandestina’. Quest’ultima ‘clandestina’ è stata dedicata ad una migrante ucraina,una certa Alina, morta impiccata ad un termosifone in un commissariato di frontiera alla periferia di Trieste. Per questa strana morte  è stato indagato il responsabile ufficiale del commissariato e subito rimosso dal suo incarico, dopo che  nell’ufficio dell’indagato sono stati trovati libri di orientamento nazi e fascista, tra cui il Mein Kampf di Hitler e altro.  Inoltre sul tavolo del commissario un portacenere sul cui fondo  era  scritto ‘ebrei’.  Nella seconda elegia ‘naufrafa o pro-fuga’  il poeta s’immedesima nell’esodo dei migranti, e li accompagna  in questo strano viaggio iniziatico attraverso fuoco,acqua , aria, e terra,  viaggiando virtualmente ed empaticamente con loro attraversa mari e deserti, a strani deserti  diventati  nemici, a loro gente delle tende e delle radure desertiche.

Giunti poi sulle coste nordafricane altre  violenze e detenzioni  provvisorie, e poi l’attraversata del mar mediterraneo tra tempeste e naufragi, ed infine  l’aria chiusa e impregnata di nafta ed umori di varia umanità, nelle stive e poi negli aggregati umani  di prima di accoglienza e detenzione, viaggi-incubi che si concludono spesso in  lavori servili e semischiavistico nelle terre del sud come del nord  Italia nell’allevamento del bestiame e nella raccolta dei frutti della terra.

Pino de March

Elégie du réfugié naufragé

LUNE DU NORD

A travers les déserts

je brûle près des morts

j’ai perdu ma vie parmi les dunes, le vent et le sable

 

Par des caravanes inconnues

je parvins jusqu’aux terres du milieu

et là vendu violenté violé

avec d’autres frères et sœurs

entassés comme des boucs

sur les marges du port

 

j’échangeai mon rein

et me dépouillai de tout ce que je possédais

pour un exode incertain avec mes êtres les plus chers

 

Vers le lointain profond

Sur des bateaux à voile et à rames et sur les barques lancées vers le royaume de la faim*

Corps sur corps parmi les ombres

dans la mer de tempête

où sont maltraités

nos longues barbes

etcheveux loques visages peaux de variable humanité

 

Mon corps tremble parmi les corps

dans la soute gelée ou suffocante

 

Rêve des espaces d’Europe

rêves qui ne sont pas si spacieux

cauchemars de monstres marins et de trafics humains

je perdis la vie dans mon sommeil et en mer

 

La vie est risquée

ellerequiert

et suppose le risque

et nous survivants en cercle à la tombée du jour

nous dansions d’avoir échappé à la mort

aux tyrans aux gouverneurs aux militaires

aux « noires guerres pétrolifères » qui ont bouleversé nos vies nos terres

nos maisons nos géopolitiques,

auxvideo-décapitations des noirs califes de Daesh et aux fusillades

des fanatiques djihadistes,

aux mers rougies et aux déserts eux aussi devenus nos ennemis.

 

Navigarenecesse est vivere non necesse**

en aucun ***

Maintenant froide étoile je suis

gisantde dos sur la plage

seul et traversé par la lune du nord

je continue de fuir des cuirassiers supposés amis

 

Où suis-je ?

En aucun lieu à côté d’anges frères n’importe où ni par qui examinés

pistés par des chiens et par des hommes armés et en tenue comme d’extraterrestres

Où est le sable pour le tendre pied du migrant ?

Où les tentes d’accueil de mes frères et sœurs du nord ?

Où les chaudes lumières des villes de verre ?

Où s’arrête la présumée civilisation supérieure de l’Occident ?

Porte de Lampedusa, île mère des exilés

 

C’est seulement à Lampedusa

que je ne me suis pas senti seul

et dans le fracas de langues on entendait une voix chorale

- Voici les vieux frères et sœurs, très jeunes, et des femmes portant au bras

les garçons et les filles, le pain et les olives et des oranges dans leurs poches (PPP)

 

Pendant la nuit depuis ces écueils marins des pêcheurs captent des voix excitées pleurs de bébés hurlements de femmes

et signaux de détresse dans une mer sous les vents en rafale

Et puis comme en un rêve

soudainement des hommes vêtus de blanc comme des cavaliers sortant de la mer

ils agrippent à la dérive nos fragiles grosses barques colorées inclinées sous leur poids d’humanité en déréliction

et tirent vers leurs barques nos corps épuisés, trempés d’eau salée et de pétrole malodorant

et enveloppent nos corps contusionnés affamés assoiffés en des draps caloriques d’or et d’argent

Et la voix lointaine d’un poète ami me chuchote :

dans leurs terres aux races

Diverses, la lune cultive

Une campagne que tu

Lui a inutilement procurée  (quatrain de prophétie de PPP)

 

Puis

Je survécus pendant des jours et des mois

enfermé dans des champs de tomates

enfermé dans des champs d’orangers

enfermé dans des champs de citronniers

enfermé dans des champs plantés de vigne et d’oliviers

à l’intérieur de repaires dégradés

baraquements improvisés au voisinage d’autres sœurs et frères de l’Afrique de l’Est

A Rosarno à Nardo’ et maints autres – non – lieux

nouveaux camps de concentration  – pour de nouveaux esclaves – que la lune du nord illumine et rend visibles aux portes des fermes,

très concentrées parmi campagnes et fabriques de la zone du Po’

route d’échange entre le nord et le centre et le sud

qui « rendent libre » et puissante la nouvelle « race patronale » planétaire.

 

Où est ma lune du sud ?

Où est ma tente ?

Où ma cabane ?

Où ma maison de sable et de pierres ?

 

Douleur !

Terre étrangère !

 

Sans l’haleine du souvenir dans la fumée du foyer étranger

Où sans jamais ralentir

Aucun sein maternel ne me porta****

 

Âme lointaine

Rends-moi profond

Âme en fuite

Rends-moi le lointain

Moi, je le sais : je serai pour toujours un réfugié

et lever de lune du sud

rayonnante en cette froide et liquide Europe.

Et la voix lointaine d’un poète ami m’incite de nouveau à résister

avec ses prophétiques paroles ;

Et nous irons comme des gitans

Vers le nord-ouest

Avec nos haillons et nos visages diversement colorés

Sous le vent

Eux toujours humbles

Toujours faibles

Toujours soumis

Toujours coupables

Toujours petits,

Eux qui eurent des yeux seulement pour implorer, eux qui vécurent sous terre  comme des assassins, eux qui vécurent comme bannis au fond de la mer, eux qui vécurent comme des fous au milieu du ciel…

(…)

Trahissant la candeur

des peuples barbares

derrière leurs Ali aux yeux bleus  (PPP)

sortiront de sous la terre, des fonds marins, des périphéries, d’autres refusés et d’autres marginaux qui enseigneront

comment l’on est frères et sœurs sur une terre commune connue

navigarenecesse est vivere non necesse

(Selon Plutarque ce fut cet encouragement que prodigua Pompée à ses marins, lorsqu’ils lui opposaient leur résistance à s’embarquer vers Rome pour transporter le blé des provinces, indispensable à la survie de la Ville.)

 

Pino de March

Poète de rue militant

 

Traduction de l’italien par André Ughetto

Tali strutture detentive  CPT e CIE sono regolate da leggi e regolamenti nazionali che prevedono fino 6 mesi di detenzione(legge Bossi-Fini) solo per essere privi di documenti d’identità, sottratti dai trafficanti d’umani durante il loro viaggio), reclusi  senza aver commesso nessun reato penale o civile. O di averne commesso realmente ‘uno’  secondo il poeta musicista Ivan della Mea, quello essere arrivati vivi in Europa’.

Tali strutture a parere di Pino de March sono comparabili ai vecchi manicomi ove venivano detenute persone per  il solo pre-giudizio  sociale di essere considerati pericolosi, perché  folli, follia intesa per tutta l’epoca classica (illuminista-positivista)come espressione di un’eccedenza non orientabile o contenibile in forme artistiche o linguistiche, ma delirante la norma razionale codificata dalla società disciplinare della produzione e riproduzione capitalista(produttivista), legittimata da una  positivista visione disciplinare o ‘scienza psichiatrica’ che ne prescriveva  i sintomi, però innanzitutto  per la paura che –il folle ma anche le folle-suscitavano nelle popolazioni borghesi del ‘700-900’. Ora lo stesso destino e stigma accompagna i migranti-clandestini  per il solo fatto di essere senza papier-o documenti, e come tali percepiti come ‘non persone’, che suscitano nelle popolazioni locali  europee per questa loro ‘non identità’  panico e attribuzione di senso di pericolosità sociale; solo la loro reclusione lontano dalle città  può far placare , in queste paranoiche comunità chiuse, l’ansia inconscia che essi provano verso l’altro –demonizzato –e mostrizzato dai media ma soprattutto  da una opinione pubblica allarmata,  fanatizzata e in-paranoiata  dalle destre xenofobe dell’Europa(Lega Nord, Fratelli d’Italia e Forza Italia, e Forza nuova ecc.ed altre formazioni in Europa come Alternative fuer Deutschland e la lista Le Pen in Francia).

Il poeta de March si sofferma sui vari fenomeni di prima reattività all’inizio degli anni ’90 nella periferia della sua città, la Bolognina, quartiere operaio e partigiano, per  la presenza in via –Barbieri –di aggregati migranti addensati in palazzine popolari, ove gli  speculatore-proprietari  –Fratelli Marzaduri- non si limitavano ad affittare gli appartamenti ma anche scantinati e cantine. Accadeva poi che di sera questi migranti  che avevano svolto una giornata di fatica e duro lavoro non sempre regolare,  nelle varie attività manifatturiere della cintura industriale o nella città impegnati nelle varie attività di servizi domestici, ristorazione  o di aiuto alle persone anziane, si riversassero  pacificamente sulla strada per cercare socialità ma soprattutto  aria e spazi, e per loro antiche consuetudini  praticate anche nelle nostre città del sud e mediterranee andassero ad occupare tutti gli scalini delle entrate delle  case della via. Questo fenomeno d’improvvisa presenza migrante seppur pacifica,generò  un certo disagio nella popolazione della via, via di solito deserta o poco frequentata nella sera e nella notte, una via tra le altre cose,  dove tutti si conoscono come accade spesso nei vecchi borghi popolari.  E ora ai molti locali divenuta irriconoscibile. La via aveva assunto ai loro occhi qualcosa di straniero,  la caratteristica di una delle tante rabate lucane o casbe nordafricane. Il paradosso psicologico o le paure primordiali erano che non si  registravano  violenze contro persone o cose  ma piuttosto s’avvertiva un diffuso senso di smarrimento accompagnato a fenomeni di paura-panico di fronte a queste ignote ed improvvise presenze.

Questo strano sentimento panico era evidente che nasceva  dall’improvvisa presenza di questi migranti ma non era attribuibile a loro alcuna responsabilità per essere là numerosi in quanto loro stessi vittime, ma ad un’altra causa, la locale speculazione immobiliare  ed una eccessiva collocazione di migranti in spazi sovraffollati e inumani, e in concreto nei  mancati controlli  delle autorità sull’attività ‘impropria commerciale’ degli  speculatori.

Il  disagio dei locali e non quello dei migranti fu preso a  pretesto dalla destra populista e ‘post-fascista’ e localista, per convocare assemblee urlate ed infuocate della popolazione locale, assemblee ove le nuove destre populiste provano a ri- legittimarsi  in quartieri operai ed antifascisti a loro estranei,  facendo un deliberato uso politico delle paure e dei disagi provocati non tanto dagli stranieri quanto da chi sulle loro vita specula economicamente e politicamente. Hanno tentato perfino di praticare un corteo con uno striscione che riprendeva pari pari uno slogan- riprendiamoci la città – inventato negli anni settanta da ‘Lotta Continua’ formazione di movimento  della sinistra rivoluzionaria.

In quei giorni di ‘sollevazione popolare’ non sono mancato a nessuna delle assemblee, e la cosa che mi aveva impressionato non era tanto questo fenomeno di panico sociale, ma piuttosto che questo panico aveva contaminato non solo la popolazione ma anche vecchi partigiani e compagni di lotta degli anni settanta. Questa contaminazione panica e  politica, aveva generato una strana confusione ed alleanza tra destra xenofoba e neo-fascista e una sinistra abitudinaria e retoricamente ‘antifascista’, incapace quest’ultima di comprendere, analizzare e creare dispositivi di soluzione del panico(c’era perfino qualcuno fra quegli strani antifascisti che disse: ‘come abbaiamo saputo resistere in quei giorni allo straniero invasore nazi-fascista lo sapremmo fare anche oggi contro questi nuovi invasori’). Gli uni fomentavano la rivolta speculando sulla paura, gli altri non riuscivano a cogliere razionalmente che i migranti  oggi globali, non erano comparabili agli invasori nazisti ma a quelle masse meridionali che negli anni sessanta e settanta migravano al nord in cerca di una vita degna, divenute  presenze indispensabili alle attività della città, come lo sono già questi nuovi migranti.  Mentre però ieri le vecchie amministrazioni comuniste seppero provvedere al  disagio e ai conflitti creando due grandi contenitori abitativi del Pilastro e della Barca, oggi questi amministratori ‘strani comunisti e strani antifascisti’  assistono  impotenti alla speculazione sugli affitti e sul disagio, tutto ciò  generato dai loro mancati interventi di edilizia popolare, interventi che sappiano far fronte ai bisogni dei cittadini-lavoratori  vecchi e nuovi di casa, per mettere a tacere la destra xenofoba e neofascista, la stessa destra che ieri tuonava cinicamente  contro i meridionali (con slogan terrificanti come forza Etna e forza Vesuvio, da parte dei leghisti di ieri).  Oggi gli stessi alimentano odio e disprezzo contro i migranti globali(comparando i migranti clandestini ai criminali). Anzi invece quello che fanno queste nuove giunte di centro-sinistra post-comuniste è favorire la gentrificazione  e la creazione di aree edificate a prezzo libero di mercato in zone popolari che invece richiederebbero come ieri abitazione a canone controllato e di residenza popolare(vedi condomini cresciuti nella zona di via Fioravanti) .

Per comprendere meglio il fenomeno di reattività sociale ho voluto parlare con uno degli abitanti che era tra i promotori del primo gruppo di allarme sociale nella via, diventandone il referente, e questo era  il vecchio calzolaio di via Barbieri, il quale fin dalle prime battute  alle mie domande sulle finalità di questi comitati cittadini reattivi, s’esprimeva con tutta l’irrazionalità e la reattività ed con linguaggio volgare e violentemente ostile e razzista contro i migranti, e per quanto io tentassi di introdurre argomenti razionali ed analitici quali- l’eccessiva speculazione del proprietario unico di molte case della via, e di altre parti del quartiere, e della necessità di trovare sistemazioni adeguate e diffuse in città per i migranti lavoratori e per le donne badanti, lui continuava inflessibile e irremovibile  che dovevano essere cacciati dalle case, dal quartiere e dalla città.

Gli chiesi  di formulare la sua proposta e del comitato per risolvere il problema, lui a quel punto apparentemente si placò e mi disse – che bisognava  costruire subito fuori città un grande campo di concentramento circondato dal filo spinato per  deportarvi e concentrarvi là  tutti gli stranieri della città, sia essi lavoratori o non. Un grande luogo di segregazione controllato dalla polizia all’entrata e all’uscita. Allora io gli dissi che in città alcuni secoli avevano fatto lo stesso con gli ebrei chiudendoli in ghetto dalle parti di via dell’inferno nei pressi di via Zamboni. Mi guardò e senza batter ciglio mi rispose  che  era ancora poco quello che avevano fatto le bolle papali, ed era molto  meglio seguire altri insegnamenti più efficaci, non di un calzolaio come lui  ma di un imbianchino tedesco. Tutto ciò gli rispondo mi sembra orrendo  e poco compatibile con la storia antifascista della Bolognina, ma anche con la Costituzione e la nostra storia democratica contemporanea. Dentro di me pensavo tristemente a questo  riemergere dell’arcaico dalle viscere della storia. Poi proseguì dicendomi: allora facciamo qualcosa di compatibile costituzionalmente.   In quei tempi ancora non erano stati costruiti in nessuna parte d’Italia i Centri di Permanenza temporanea. Ma pochi anni dopo prima a Milano e poi anche a Bologna  in via Mattei sorse qualcosa di ‘compatibile costituzionalmente’, riadattando una vecchia caserma.  A questa mostruosità costituzionale ed umanitaria  fecero seguito  manifestazioni  dei Centri Sociali (Tpo, Xm 24), delle associazione degli stranieri e gruppi di poeti di strada ed artisti senza  frontiere (Versitudine on street)a cui seguì un tentativo di smontaggio delle strutture medesime per renderla inagibile. Tra i presenti che contestavano e smontavano chi materialmente, chi politicamente e chi culturalmente tale mostrum cittadino, vi era un sindaco di una città della provincia, di una giunta di centro sinistra-PDS, anche lui critico con i Cpt, che mi disse ‘sai questi luoghi di moderna segregazione non servono tanto a  contenere la micro-criminalità o altre violenze in città, perché  queste continueranno comunque a diffondersi nelle metropoli ben protette e alimentate dalla grande criminalità locale e nazionale, ma semplicemente come placebo  per contenere il panico che queste presenze umane straniere  suscitano nei locali percepite come aliene.  I migranti, profughi  o‘clandestini’ della post-modernità  e post-democraticità sono i nuovi capri espiatori a cui si attribuisce da parte della destra  xenofoba, post-fascista e razzista ogni nefandezza o proiezione  paranoica, facendone nei fatti ‘un lucido’ uso politico.  Fino a ieri erano i meridionali i capri espiatori  delle destre del nord,  a cui si seppe dare risposte amministrative adeguate, provvedendo  tra molte proteste della vecchia destra alla costruzioni di nuovi quartieri popolari per  accoglierli, collocandoli a Bologna oltre la tangenziale e fornendo loro seppur in una realtà totalmente artificiale per la densità abitativa,  servizi sociali e scolastici. Ed oggi questi amministratori post-comunisti  non riescono  a trovare una soluzione per questi migranti lontano,  non si ha il coraggio civico e sociale di fornire loro abitazioni popolari, e quando nell’emergenza abitativa avvengono occupazioni di case, di ex edifici pubblici o di vecchie attività dismesse che sono un tentativo seppur inadeguato di rispondere alle nuove domande che vengono dai territori, la risposta della giunta comunale è spesso’lo sgombero violento delle forze di polizia e vigili urbani.

Oltre alle forme di detenzione-reclusione etniche speciali (CPT, CIE) dei migranti-profughi che comportano  lunghi periodi di internamento in non-luoghi nelle periferie  delle città d’Europa, s’aggiungono anche quelle  desertiche delle aree nordafricane libiche ed ora di quelle turche finanziate dall’Europa.

Assistiamo pure alla moltiplicazione di forme di sfruttamento  servile e semi-schiavistici di seclusione che comportano  la compressione delle attività quotidiane di migranti  braccianti agricoli o di badanti  in uno spazio  limitato di vita o di non vita,  ove avviene la sovrapposizione di lavoro, tempo di non lavoro, riposo  o tempo di riproduzione in unico luogo più o meno accogliente e dignitoso di un individuo domestico o di un gruppo, ai quali è concesso qualche ora, di giorno o notte di uscita.  Le forme di non-vita e seclusione  gli troviamo anche negli aggregati addensati sessuale misti nei laboratori cinesi o prettamente maschili nelle terre del sud o nelle campagne padane da parte di lavoratori africani o asiatici. In questi non-luoghi c’è scarsa socialità, lavoro intensivo giorno e a volte anche notte.  Queste attività seclusive comportano non solo lavori confinati in campagna o in laboratori tessili, di ristorazione, alberghieri o di cucina sulle navi ma anche attività esterne con gruppi che si spostano per lavori appaltati in edilizia o come ambulanti.

La vita addensata nelle stalle o nei laboratori clandestini artigianali differisce dal servizio domestico o dalle  forme di convivenza di badanti con persone anziane, implicando un orario contrattato con qualche relativa libertà di movimento durante il giorno o la notte. E per le donne badanti le  24 ore alla settimana di libertà di uscita  rappresentano un certo diritto che alcune donne o uomini possono godere. La seclusione colpisce anche la donna migrante convivente con i suoi padroni di casa non potendo avere una sua vita familiare. Erving Goffman in Asylums, sosteneva che le istituzioni totali comprendevano anche quelle che pianificano un’attività lavorativa in condizione private della libertà formale come nelle grandi dimore ‘large mansions, cioè coloro che vivono seclusi negli appartamenti a loro riservati e distinti ‘come servi’ dagli spazi riservati ai padroni, cui sono proibite anche le visite dei parenti.’ Per Goffman le istituzioni totali sono luoghi ove anche la libertà formale è sospesa ma per F. Gambino in ‘migranti nella tempesta, Edizione Ombre Corte 2003 , l’attuale libertà formale dei lavoratori domestici e badanti non corrisponde ad una vera libertà di locomozione, libertà  limitata’ così pure per gli altri ed altre secluse in altri spazi compressivi lavoro servile.

In un recente convegno a Follonica su Basaglia e De Martino nel 2009 su come questi due  intellettuali impegnati  hanno affrontato la dialettica tra ‘identità ed alterità’, due ricercatori l’uno Attanasio – Direttore dei Servizi Psichiatri del Lazio  e l’altra l’etnologa Anna Maria Rivera hanno posto la forte analogia tra vecchi ospedali psichiatrici e Cpt e Cie, ed ‘oggi come allora si cerca di silenziarne e occultarne l’esistenza di queste istituzioni totali, oppure quando vengono alla luce  dell’opinione pubblica si cerca  di legittimarli  come  ieri  si  faceva con pratiche discorsive di  naturalizzazione della follia attraverso la scienza psichiatrica e oggi  con una ingiusta ed impropria definizione della condizione di clandestinità come – condizione tendente alla criminalità attraverso manifesti che associano clandestinità e criminalità e regolata da legislazioni speciali.’-(Turco-Napolitano o la Bossi-Fini.

Attanasio intervenendo nel dibattito finale intravede già  l’emergere di un forte senso di colpa nelle generazioni future evidenziato  bene in  questa sua interrogazione: ‘Domani i nostri nipoti diranno di nuovo come adesso per altri crimini del passato: Che orrore! Come si è potuto naturalizzare tutto ciò?  Naturalizzare ha significato nel passato trovare naturale quella condizione di segregazione psichiatrica come oggi l’opinione pubblica e i suoi media trovano normale che dei naufraghi, profughi o migranti clandestini siano da considerare pericolosi o portatori di insicurezza per la nostra comunità.  Attanasio prosegue dicendo ‘che ha fatto bene Anna Maria Rivera a ricordare ‘che i Cpt – o Centri di Permanenza Temporanea e Ospedali Psichiatrici o manicomi si informano ai medesimi principi e alle paure o la  panico mal-governato: vengono rinchiusi lì dentro persone per il solo fatto di non aver commesso nulla. Sono messi lì dentro li uni per la sfortuna di stare male e gli altri di non posseder documenti d’identità. In termini più precisi si può affermare che’ gli uni –i folli di ieri- erano vittime della razionalità dominate (positivista) della modernità o epoca classica direbbe Focault e gli altri,gli stranieri di oggi,vittime dell’irrazionalismo panico contemporaneo manipolato politicamente dalle forze politiche razziste e xenofobe che fanno un quotidiano uso della paura ( e fabbricano nuovi capri espiatori da dare in pasto alle opinioni pubbliche smarrite dalla globalizzazione e dalla crisi sistemica o stagnzione permanente ) attraverso un’inferiorizzazione e disprezzo  dei migranti, e  resi  pericolosi – nemici pubblici- dalle stesse forze politiche  della nuova destra – come la Lega Nord- che trenta anni fa alimentava panico e generava fantasmi paranoici verso i meridionali o  migrazioni interne provenienti dal sud e centro Italia. Pino de March è partito mostrando al pubblico e poeti presenti la mappa occultata all’opinione pubblica dei nuovi campi di ‘concentramento’ o detenzione amministrativa degli stranieri clandestini.

La stessa sera  in presenza del Console e dell’Istituto Cultura Italiana oltre che della Rai italiana di Colonia, in una sala dell’albergo Monopol le  poete Laura Cecilia Garavaglia,  Ursula Teicher Maier, Malgorzata Ploszewska  accordate e –tradotte dalla  poeta Barbara Zeizinger ,  hanno letto testi di poesia singolari e sempre dialoganti,e  intreccianti le varie culture poetiche e letterarie che abitano e condividono  come donne straniere in Germania ed in Europa, senza rimanere paralizzate dalla nostalgia o dalla dimenticanza per non soffrire l’assenza, ma riattivando un vissuto contaminato linguisticamente . Una letteratura minore direbbe Deleuze con Kafka.  In particolare queste donne poete-madri-lingue sperimentano collettivamente una nuova gestazione poetica della madre-multilingua europea con quella sensibilità femminile che sa concatenare il vissuto esistenziale, i tratti linguistici particolari, il poetico e la dimensione del vivere comune tra genti differenti in Europa.

Infine il direttore dell’Istituto spagnolo Cervantes –Diego Valverde Villena, con tono poetico sempre accentando i suoi testi di umorismo ed ironia, mai superficiale, liberante tensioni culturali e personali, con una  leggerezza che coglie nel segno l’attuale disagio del vivere in un caotico divenire contemporaneo terrestre ed europeo. Conclude parlando dell’anniversario di Cervantes, poeta popolare, che ha saputo esprimere non solo il suo tempo con un’immaginazione creativa e un respiro di fantasia, trasformando anche tristi situazioni più miserabili e dolorose  in un divenire nobile e gioioso. Don Chisciotte saprà trasformare due giovani contadine in due nobili signore vestite in forme eleganti e capaci di far sognare il poeta coinvolgendolo in una sublime proiezione.

L’ultimo giorno all’Istituto di Cultura italo-tedesca il poeta e critico della letteratura italiana Vincenzo Guarracino ha tenuto una conferenza sul poeta Leopardi e sul- tempo del Nord- mettendo a fuoco parti sconosciute di Leopardi, frammenti solo lateralmente trattate dalla letteratura e dalla saggistica. Spesso ci si sofferma sui Canti di Leopardi o di alcune Operette Minori, tralasciando di parlare del suo ricco background non solo esistenziale ma anche filosofico. Leopardi viene sempre trattato come poeta ma sempre più la critica e i suoi appassionati lettori di ogni età colgono in Leopardi il filosofo ma anche l’analista psico-sociale del vissuto italiano, sia nei sui costumi che nelle sue vicissitudine politiche.

Poeta e  filosofo degli opposti e degli ossimori, romantico e illuminista, mistico cattolico e protestante, ateo e credente, cosmico e esistenziale, mediterraneo ed europeo, poeta scienziato, disperato e gioioso ecc.

Sabato, ultimo giorno dedicato ai poeti e poete della ricercata relazione tra poesia, natura, terra e terrestri, esistenza, vissuti

Corrado Calabrò, Andrè Ughetto, Kara Hurkova e Eric Giebel moderatrice Laurette Artoi

Corrado Calabrò ha presentato  testi lirici che intrecciano il sensoriale con una poetica contaminata da suoni immagini odori sapori, in un universo cosmico e mediterraneo,  facendo emergere un mondo naturale ed culturale antico scomparso od occultato e anestetizzato o estetizzato in atmosfere virtuali , senza mai cadere in una lirica decadente e romantica.

Andrè Ughetto traduttore e poeta che abita e vive in una delle  città del sud , la più  periferica e mediterranee della Francia, crogiuolo di culture e vite solari e black  conviventi genti e culture nordiche ed atlantiche. La sua lirica vive di queste atmosfere ma anche di atmosfere familiari, il nipote, la sua vita e i giochi, e l’immaginario d’infanzia ricco i stimoli e domande che penetra i sui vissuti e testi. E poi con la sua empatica vita non confinata al familiare o letterario, immerso nella città che coglie le nuove presenze ed anche i disagi delle genti che fuggono da guerre euro-americane e catastrofi climatiche.

Kara Hurkova e Eric Giebel coniugi nella vita e nella poesia hanno trattato aspetti della loro vita con una poesia che si sofferma su momenti diversi di essa, e delle persone care che ci circondano. Una poesia esistenziale per nulla intimista che coglie sfumature e colora affetti.

Da questo report politico e poetico ho trattato parte della mia relazione fatta al Cafè Am Dom

LE DUE ELEGIE QUELLA NAUFRAGA O PRO-FUGA E QUELLA CLANDESTINA sono presenti in versione differenti nei testi precedenti del blog.

Autore del Report poetico Pino de March

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



*selon la Prophétie de P.P. Pasolini, dont on lira deux autres citations référencées à la suite du texte (PPP).

**Essai de traduction :« Naviguer est une nécessité la vie n’en est pas une »

***« en aucun où » ou aucun lieu : nous avons déjà rencontré cet usage particulier de où (dove/ ove) dans un poème de Bruno Rombi intitulé en traduction « Huit temps pour un présage », autre exemple de « prophétie » représentée ici par des citations de Pasolini.

**** Paul Klee, Journaux de voyage en Tunisie

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2016- Frankfurt am Main -IX FESTIVAL- della poesia europea apre ai poeti di strada e ai poeti operai

 XXI SECOLO: ESODI DI MOLTITUDINI E NAUFRAGI DI CIVILTÀ DENTRO LA  FRAMMENTATA ED IGNORATA TERZA GUERRA MONDIALE

  UMANITA’ AI MARGINI DELL’UMANITA’

Smettete di bombardarci e di votare chi ci bombarda,  se non ci volete più nei vostri ‘ [tratto da un manifesto appeso dai migranti esuli a Lesbo -Grecia.]  

 IX EDIZIONE FESTIVAL DELLA POESIA EUROPEA        

Art director Marcella Continanza

Testi di ricerca per un’attiva poetica di strada                                         Pino de March –street poet o poeta di strada

2016- AutoEdizione Versitudine

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/Artisti contro guerre
Articoli Inviato da Luna di carta 21 Ottobre  2004

questo articolo è stato inviato da bloggers per la pace
http://www.bloggersperlapace.net/bloggersperlapace/

In cooperazione poetica con  Versitudine e Penombre in movimento associati  alla rete degli  artisti/e contro le guerr

Penombre-  associazione informale del nord-est di attivisti/e di strada: musicisti/e , poeti e poete-: Edvino  Ugolini, Pino de March, Alfredo Stori e Stella Cappellini. 

                                               Artisti contro le guerre
MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO I CPT
GRADISCA 22 OTTOBRE
NO! AI CPT
NO! AL RAZZISMO
NO! ALLE GUERRE
l’arte e la fantasia per la vita, i diritti e la libertà  di tutti. E non vogliamo nuovi schiavi, cittadini di serie a e serie b.Per questo saremo anche noi sabato 22 ottobre a Gradisca -Gorizia -per protestare contro l’apertura di un nuoo cpt/lager

RETE DEGLI ARTISTI CONTRO LE GUERRE
MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO I CPT
GRADISCA 22 OTTOBRE

Gli artisti e le artiste impegnati/e nella lotta contro ogni atto che priva l’essere umano della sua naturale libertà e dignità, partecipano e condividono i contenuti che portano alla manifestazione nazionale del 22 ottobre contro l’apertura dei CPT di Bari e di Gradisca.

Gli artisti esprimono la loro solidarietà agli immigrati che devono subire le restrizioni imposte dal governo liberista e che privano il paese di un elemento importante che è  la diversità culturale ed etnica. I governanti  e le forze populiste interpretano questa diversità come una minaccia alla stabilità del sistema economico e sociale ma noi sappiamo che l’apporto degli immigrati è una ricchezza e un valore aggiunto alla nostra cultura.

 Come in altre occasioni gli artisti si rendono conto che il loro contributo è essenziale per un cambiamento non violento della società  e ribadiscono la loro volontà a continuare l’impegno a fianco delle forze antagoniste e pacifiste che fanno parte del movimento per la pace e la giustizia universale.

Non vogliamo cittadini di serie a e serie b, vogliamo una società in cui tutti debbano avere uguali diritti e uguali opportunità e questo in tutti i settori della vita sociale.

NO AI LAGER DEFINITI CPT
NO AL RAZZISMO
NO AL MILITARISMO

ART FOR FREEDOM

 ART FOR  JUSTICE                                                                                                                                                                                                  Artist* against wars

Il testo qui sotto è stato rilanciato e rielaborato per Versitudine Bologna da Pino de March

                                      Artisti contro le guerre
MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO I CPT
GRADISCA 22 OTTOBRE

 NO! AI CPT
NO! AL RAZZISMO
NO! ALLE GUERRE

l’arte e la fantasia per la vita, i diritti e la libertà  di tutti e tutte non vogliamo nuovi schiavi o cittadini di serie a e serie b

per questo saremo anche noi sabato 22 ottobre a gradisca per protestare contro l’apertura di un nuovo cpt/lager

con la rete degli artisti contro le guerre interne(sicuritarie) ed esterne (petrolifere)

PER  L’UMANITA’

I  gruppi critici e marxiani sostengono inoltre che il termine tecnicamente corretto per identificare i CPT E CIE sia campo di concentramento.

Tali strutture sono luoghi in cui vengono rinchiuse persone a  cui non può essere imputato  alcun reato se non di  essere in fuga da guerre, catastrofi climatiche  e miseria.

Anche alcuni studi di scienze sociali, riprendendo le intuizioni di due filosofi  contemporanei  Hannah  Arendt e di Giorgio Agamben, i quali hanno mostrato come ci sia una continuità logica tra i campi di concentramento (dalla loro origine coloniale, passando per i campi nazisti) e i CPT prima e i CIE poi, in quanto spazi in cui viene normalizzata una condizione di eccezione al diritto.

 Domani  22 ottobre 2004  come attivisti poetici saremo a Gradisca d’Isonzo (Gorizia)                                                         

accanto a volti sconosciuti, urla inascoltate,  corpi incisi come ultimo estremo gesto di vita  d’umani che fuggono da  guerre, discordie, miserie spesso da noi provocate,                                             per protestare con i nostri corpi, le nostre voci ed i nostri versi e suoni contro la presenza territoriale di un paradosso costituzionale ed umano che sono i CPT, un mostruoso acronimo europeo, che sta per Centro di Permanenza Temporanea, che cela dietro alle sue consonanti, alle sue sbarre e ai suoi silenzi migliaia di sans papiers(senza documenti perché sottratti dai trafficanti in mare o persi nel viaggio).

L’INZIATIVA E’ STATA PROMOSSA DA TRIESTE PER L’IMPEGNO ATTIVO NELLA RETE DEGLI ARTISTI/DAL POETA di PACE e di Strada – EDVINO UGOLINI

Nota Bene : Nel Cpt e poi Cie la detenzione per i cittadini non-europei  può durare mesi e a volte anni, inoltre le persone rinchiuse in questi lager ‘democratici’ vengono suddivise per genere e gruppi etno-linguistici.

Il  CPT

Una  forma aberrante di  lagherizzazione  amministrativa postmoderna dei non-comunitari europei.

L’Europa aveva già tristemente conosciuto i lager, come campo di concentrazione prima e campo di sterminio   poi,                                  per tutti coloro che ieri venivano additati alle maggioranze ‘ariane’  come aberranti nemici della razza e della nazione: Banditen o Juden

e oggi come clandestini  nei manifesti  populisti e xenofobi delle destre da Forza Nuova a Forza Italia passando per Alleanza Nazionale(1)e la Lega,

ma per noi artisti e poeti di strada sono  uomini e  donne quelli  del XX secolo come lo sono questi del XXI.

Per questo saremo a Gradisca per manifestare contro questa strisciante ed ambigua guerra sicuritaria europea  contro  gli stranieri(o sans papiers), umani lagherizzati senza aver commesso alcun reato penale, né contro il patrimonio né contro persona alcuna (altrimenti  non starebbero qui ma in qualche prigione), per reati amministrativi, come non possedere documenti di soggiorno o aver perso il lavoro, e con il lavoro il permesso di soggiorno(stabilito dalla legge Bossi-Fini) ;                                           la loro condizione giuridica è riconducibile a quella schiavistica per questa umanità e cittadinanza sospesa  non europea.

A Gradisca urleremo ancora contro le guerre culturali interne ‘o razziali’ e guerre petrolifere esterne ‘imperiali’  occidentali:

‘Nessun uomo o donna è illegale’

‘nessun uomo o donna o bambino nel mondo deve morire sotto le bombe, per pretesti occidentali di democrazia o di economia.  (1)Oggi  2016 – divenuti  Fratelli d’Italia.                                               Testo CPT composto per l’evento da Pino de March

 Processi al  poeta di strada Pino de March

Pino de March, ha subito due processi negli ultimi 10 ANNI a Bologna, nel primo con l’accusa di aver aderito ad una serie di proteste contro le aperture  del CPT(CENTRO DI PERMANENZA TEMPORANEA)  e poi CIE (CENTRI D’ IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE)  e nel secondo  per aver impedito – con una mobilitazione nazionale – ‘SIAMO COMPLICI’  all’espulsione di una straniera africana – JOY- rinchiusa in un CPT di Milano  dove è stata oggetto di un tentato stupro da parte di un ufficiale della polizia responsabile della  struttura medesima.  In entrambi i processi  il poeta Pino de March  fu assolto per non aver commesso alcun reato né di ‘partecipazione a manifestazione non autorizzata’  e’ nemmeno di opinione’,  e neppure per aver manifestato pacificamente e denunciato con civili poesie   la violazione dei diritti umani elementari – verso stranieri che avrebbero ‘ la sola colpa’ di essere profughi di guerre e miserie (VERSITUDINE)

Mobilitazione contro l’espulsione e per il processo all’ufficiale di polizia  imputato ‘di tentato stupro ’.

La mobilitazione in tutta in Italia promossa da –’noinonsiamocomplici.org’. – in sostegno di JOY ,  ha impedito  la rapida espulsione, di lei straniera e senza voce ed  oggetto ‘ di tentato  stupro’,  dall’Italia con la complicità delle autorità nigeriane’ del suo paese d’origine; espulsione con la quale si avrebbe prodotto gli effetti della sospensione  del procedimento contro l’ufficiale accusato di  tale crimine, crimine contro la persona, venendo a mancare i presupposti di base, quale la presenza e testimonianza della vittima.

La ragazza africana non fu espulsa, il processo attivato  da un comitato in sostegno con una larga partecipazione di società civile e celebrato il 2 febbraio 2012, ma questa sì è la vera stranezza,  l’Ispettore di polizia Vittorio Addesso è stato assolto con formula piena dal tribunale di Milano.  I legali di JOY sostengono:  ‘Ci chiediamo se tanta attenzione alle garanzie dell’imputato sarebbe stata osservata a parti inverse. E’  infatti la parola di una straniera (di JOY e delle sue compagne di detenzione )contro il rappresentante dello stato’ non hanno valso nulla (come la loro non-vita o nuda vita). VERSITUDINE

per info online  vedi : www.versitudine.net

 GOETHE 1796-97:

Ai profughi di Salisburg (1732) e Strasburg (1796) che per ragioni diverse in quell’inquieto secolo 18 subirono persecuzioni, cacciate ed esodi.

La base del poema è un evento storico. Nell’anno 1732 l’arcivescovo di Salisburgo ha spinto fuori della sua diocesi un migliaio di protestanti, che hanno preso rifugio nel sud della Germania, e tra i quali una ragazza che è diventata in seguito la sposa del figlio di un ricco borghese. L’esilio della ragazza è stato cambiato da Goethe ispirandosi a fatti più recenti, e nel poema viene rappresentato come una tedesca in fuga dalle turbolenze e dalla riva occidentale del Reno causate dalla rivoluzione francese. L’elemento politico non è un semplice sfondo, ma è intessuta nella trama con praticata abilità, evidenziato ad un certo punto, per esempio, nella caratterizzazione di Dorothea, che prima del momento della sua apparizione nel poema, è stata presentata come promessa sposa privata del suo amore condannato e giustiziato dalla ghigliottina; ed inoltre in un’altra parte del testo, nel fornire un contrasto eloquente tra il clamore rivoluzionario in Francia e la pace costante della villaggio renano. […] I caratteri dei personaggi: il padre, la madre ed  il farmacista che ha ospitato il gruppo degli amici, tutte le persone del dramma così i due amanti vengono ricreati e resi individui familiari. E non sono meno significativi come tipi costanti di natura umana. La misura dell’esametro che viene impiegato come di altre caratteristiche del poema.  Trama di Hermann und Dorothe -Idillio di Wolfang Goethe dedicato ai Profughi.

NUR EIN FREMDLING, SAGT MAN MIT RECHT, IST DER MENSCH HIER AUF ERDEN; MEHR EIN FREMDLING ALS JEMALS IST NUN EIN JEDER GEWORDEN.

SOLO UNO STRANIERO, SI DICE A RAGIONE, E’ L’UOMO QUI SULLA TERRA; / MA PIU’ STRANIERO CHE MAI E’ ORA DIVENUTO CIASCUNO DI NOI.

FREMDLING UNS GEHOERT DER BODEN NICHT MEHR;

/LA TERRA NON C’APPARTIENE PIU’

 ES WANDERN DIE SCHAETZE;

 LE RICCHEZZE CAMBIANO PADRONE

GOLD UND SILBER SCHMILZT AUS ALTEN HEILIGEN FORMEN;

 LE RICCHEZZE CAMBIANO PADRONE

ALLES REGT SICH, ALS WOLLTE DIE WELT, DIE GESTALTETE, RUECKWAERTS

TUTTO  SI SOMMUOVE, COME SE LE FORME DEL MONDO VOLESSERO, ANDANDO A RITROSO,

LOESEN IN CHAOS UND NACHT SICH AUF, UND NEU SICH GESTALTEN. DISSOLVERSI NELLA NOTTE DELCAOS, E RIPLASMARSI DIVERSE./…

….UND FINDEN DEREINST WIR UNS WIEDER                                               .E SE UN GIORNO  CI RITROVEREMO

UEBER DER TRUEMMERN DER WELT, SO SIND WIR ERNEUTE GESCHOEPFE,

SULLE ROVINE DEL MONDO,  SAREMO CREATURE RINNOVELLATE

UMGEBILDET UND UNABHAENGING VON SICKSAL.

, , TRASFORMATE E LIBERE E NON PIU’ DIPENDENTI DALLA SORTE./

DEN WAS FESSELTE DEN, DER SOLCHE TAGE DURCHLEBT HAT!

PERCHE’ DA CHE COSA POTREBBE MAI FARSI LEGARE CHI HA VISSUTO GIORNI COME QUESTI!

SOLO UNO STRANIERO, SI DICE A RAGIONE, E’ L’UOMO QUI SULLA TERRA; / MA PIU’ STRANIERO CHE MAI E’ ORA DIVENUTO CIASCUNO DI NOI.

/LA TERRA NON C’APPARTIENE PIU’; LE RICCHEZZE CAMBIANO PADRONE;  L’ORO E L’ARGENTO SI SCIOLGONO DALLE ANTICHE SACRE FORME; / TUTTO  SI SOMMUOVE, COME SE LE FORME DEL MONDO VOLESSERO, ANDANDO A RITROSO, /DISSOLVERSI NELLA NOTTE DEL CAOS, E RIPLASMARSI DIVERSE./…. E SE UN GIORNO CI RITROVEREMO/SULLE ROVINE DEL MONDO, SAREMO CREATURE RINOVELLATE, /TRASFORMATE E LIBERE E NON PIU’’ DIPENDENTI DALLA SORTE./PERCHE’ DA CHE COSA POTREBBE MAI FARSI LEGARE CHI HA VISSUTO GIORNI COME QUESTI!

Testi tratti da Hermann und Dorothea di W. GOETHE

ELEGIA NAUFRA-PROFUGA

 Ai profughi  in fuga da guerre ‘petrolifere’ e fratricide  indotte e sostenute da varie alleanze trasversali militari occidentali (coinvolgendo in questa impresa ‘destabilizzante’ con la ‘sacralità’ della ‘guerra umanitaria’ perfino un organismo internazionale come le Nazioni Unite che avrebbero il compito di evitarla), ai naufraghi, ai respinti in mare e ai rifiutati alle frontiere con muri, recinzioni di filo spinato, paura e allarmi xenofobi di interne guerre sicuritarie (accompagnata a volte dal linciaggio agli autobus che trasportano che li accompagna in qualche sperduta periferia o alla caccia del nazi-skin o forza nuova al fantomatico clandestino).

LUNA DEL NORD

Attraverso i deserti

Arso presso i morti

Persi la vita tra le dune, il vento e la sabbia

Su carovane sconosciute

Giunsi alle terre di mezzo

E là  venduto violato stuprato

Con altri fratelli e sorelle

Ammassati come capri

ai margini del porto

 scambiai i miei reni

e mi spogliai di tutti i miei averi

per un esodo incerto con i miei esseri più cari

 Verso il profondo lontano

‘Su navi a vela e remi e sulle barche varate nel regno della fame’ (da profezia di P.P. Pasolini)

Corpi su corpi nelle ombre

Nel mare in tempesta onde violentano

nostre lunghe barbe, capelli e  stracci e volti

E pelli di varia umanità

 Trema il mio corpo tra corpi nella stiva gelata e soffocante

 Sogno di spazi d’Europa

Sogni che non sono così spaziosi

Incubi di mostri marini e trafficanti d’umani

Persi la vita nel sonno e nel mare

 Rischiosa è la vita

e chiede

e pretende rischio

e noi sopravvissuti in cerchio sul far di ogni sera 

danziamo alla scampata morte

ai tiranni governi militari

alle ‘nere guerre petrolifere’ che hanno sconvolto nostre vite terre case e geopolitiche,

alle video-decapitazioni dei neri califfi del  Daesh  e alle fucilazioni dei fanatici jiadisti,

ai rossi mari e deserti diventati anche loro nostri nemici.

 navigare necesse est vivere non necesse(1)

in nessun dove

Ora sono fredda stella

Sulla spiaggia riverso

Solo e trafitto dalla luna del nord

Inseguito fuggire corazzate supposte amiche

 Dove sono?

In nessun luogo accanto ad angeli fratelli qualunque ovunque esanimi

Braccato da cani e da uomini in divisa armati come un’extraterrestre

Dov’è la sabbia per il tenero piede del migrante?

Dove le tende d’amore dei miei fratelli e sorelle del nord?

Dove le calde luci delle città di vetro?

Dov’è  finita la loro supposta superiore civiltà occidentale?

 Porta di Lampedusa o isola la madre degli esuli

 Solo a  Lampedusa non mi sono sentito solo e nel frastuono di lingue

si udiva una voce corale – ‘ecco i vecchi fratelli e sorelle, molti giovani,  e donne con in braccio i figli e le figlie, il pane e le olive e qualche arancia nelle  tasche’(da profezia di P.P. Pasolini)

 Da quelli scogli marini nelle notti pescatori captano voci concitate e pianti di bambini e urla di donne

E segnali d’allarme nell’aria con un mare in preda alla bufera

E poi come in un sogno

all’improvviso uomini vestiti di tute bianche come cavalieri venuti dal mare

agganciano alla deriva nostri fragili colorati barconi inclinati sotto il  peso di tanta derelitta umanità

e trascinano nelle loro barche  nostri corpi stremati e inzuppati di acqua salata  e di maleodorante nafta

e avvolgono nostri corpi ustionati affamati assetati in calorose lenzuola d’oro e d’argento

Ed una voce lontana di un poeta amico mi sussurra:

‘nelle loro terre di razze

Diverse, la luna coltiva

Una campagna che tu

gli hai procurato inutilmente’ (quartina da profezia di P.P. Pasolini)

 Poi

Sopravissi per mesi e giorni

Concentrato in campi di pomodori

Concentrato nei campi  d’arance

Concentrato nei campi di limoni

Concentrato nei campi con le viti e gli olivi

Dentro antri decadenti

Case baracche improvvisate con altri fratelli e sorelle dell’Africa e dell’Est

A Rosarno a Nardò ed in molti altri – non-luoghi

Nuovi campi di concentrazione – di nuovi schiavi -che la luna del nord illumina e rende visibili alle porte delle masserie,

 molti concentrati nelle disseminate campagne e fabbriche padane del nord-est e dispersi in ogni angolo, strada contrada stazione del nord, centro e sud

che ’ rendono libera ’ e potente la nuova ‘razza padrona’ planetaria.

Dov’è la mia luna del sud’

Dov’è la mia tenda?

Dov’è la mia capanna?

Dov’è la mia casa di sabbia e pietre?

 ‘Dolore!

Terra straniera!

 ‘Senza l’alito del ricordo col fumo del focolare estraneo

Sfrenatamente dove non mi portò nessun seno materno’.(P.Klee, diari del viaggio in Tunisia)

 Anima lontana

Rendimi profondo

Anima profuga

Rendimi il lontano

io, lo so: sarò per sempre profugo

e sorgente luna del sud

splendente per questa fredda e liquida Europa.

E la voce lontana di un poeta amico mi sprona di nuovo a resistere con le sue profetiche  parole:

’Ed andranno su come zingari

Verso nord-ovest

Con gli stracci e i volti di molti colori

Al vento

Essi sempre umili

Essi sempre deboli

Essi sempre sudditi

Essi sempre colpevoli

Essi sempre piccoli,

essi che ebbero occhi solo per implorare, essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero  come banditi in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo …

[….]

Tradendo il candore

dei popoli barbari,

dietro ai loro Ali dagli occhi azzurri ‘(da Profezia di P.P.Pasolini)

usciranno da sotto la terra, dai fondi marini,  dalle periferie con altri rifiutati e scartati  per insegnare

come si è fratelli e sorelle in una terra comune

nota(1)

navigare necesse est vivere non necesse

 (incitazione che, secondo Plutarco, Pompeo diede a suoi marinai, i quali opponevano resistenza ad imbarcarsi alla volta di Roma per trasportare il carico di grano delle provincie, grano indispensabili alla sussistenza della loro città. Roma.)

 2016 -testo -elegia naufra-pro-fuga -Pino de March – poeta attivista di strada

Mit  P.P.Pasolini -die profezia- und Paul Klee, die Reise in Tunisie

 1 -FLÜCHTLINGSELEGIE:

Nordmond

Durch Wüsten

verbrannt neben Toten

verlor ich das Leben in Dünen, Wind und Sand

 In unbekannten Karawanen

erreichte ich die Zwischenländer

verraten dort, verkauft, geschändet

mit all den Brüdern und Schwestern

wie Ziegen gepfercht

an den Rändern der Häfen

 tauscht ich meine Nieren

meiner Habe entledigt

für eine unsichere Abfahrt mit den Meinen

In die tiefste Ferne

‘Auf Schiffen mit Segel und Ruder, auf Booten abgelegt vom Reich des Hungers’ (profezia di P.P. Pasolini)

 Leib an Leib in der Finsternis

Im tobenden Meer die Wellen schänden

unsere langen Bärte, Haare, Fetzen und Gesichter

die Häute verschiedenster Menschheit

 Es zittert mein Leib zwischen Leibern im eiskalt erstickenden Kielraum

Traum der Räume Europas

Träume ohne Raum

Alpdruck von Meeresmonstern und Menschenhändlern

verlor ich das Leben im Schlaf und im Meer

 Gefährlich ist das Leben

es begehrt

und fordert Gefahr

und im Kreis jeden Abends, wir die Überlebenden

tanzen auf den entronnenen Tod

auf die Tyrannen der Militärregierungen

auf die schwarzen Erdölkriege die unsere Leben, die Länder und Häuser zerrütten

auf die Video-Köpfungen der schwarzen Kalifen des Daesh

auf die Erschießungen der fanatischen Gotteskrieger

auf die roten Meere und Wüsten die uns feind wurden

navigare necesse est vivere non necesse

an keinem Ort nirgends

Kalter Stern bin ich nun

an den Strand gespült

allein und durchstoßen vom Nordmond

Verfolgung und Flucht, Panzerkreuzer vermutlicher Freunde

Wo bin ich?

An keinem Ort neben Engelsbrüdern wieimmer, woimmer entseelt

gehetzt von Hunden und Männern in Waffengewändern wie außerirdische Wesen

 Wo ist der Sand für den zarten Fuß des Migranten?

Wo das Liebeszelt meiner Brüder und Schwestern des Nordens?

Wo die warmen Lichter der gläsernen Städte?

Wo ist sie hin, die angebliche Überlegenheit ihrer abendländischen Zivilisation?

 Nur in Lampedusa war ich nicht einsam

das Getöse der Sprachen

formte eine chorale Stimme‘:

-Da, die alten Brüder und Schwestern, viele Junge und Frauen, Kinder in den Armen, das Brot und Oliven und vielleicht eine Orange in der Tasche.- ( profezia di P.P. Pasolini)

 Von den Riffen in der Nacht hören die Fischer erregte Stimmen, Heulen von Kindern, Schreie von Frauen

Signale der Angst in der Luft eines sturmgepeitschten Meeres

Und dann, wie im Traum

Männer in weißen Schutzanzügen, wie Ritter vom Meere

haken unsere bunten, zerbrechlich treibenden Boote, schlagseitig unter der Last so vieler verlassener Menschheit geneigt

unsere erschöpften, salzwassergetränkten, nach Diesel stinkenden Leiber in ihre Boote ziehen sie dann und hüllen unsere gesengten, hungrigen, durstigen Körper in wärmende Tücher aus Gold und aus Silber.

 Und die ferne Stimme des Meisters flüstert mir zu:

‚In ihren Ländern von Rassen

verschiedenster Art, bebaut der Mond

ein Land das du

ihnen nutzlos besorgt ‘( profezia di P.P. Pasolini)

 Dann

überlebte ich Monde und Tage

Konzentriert im Feld der Tomaten

Konzentriert im Feld der Orangen

Konzentriert im Feld der Zitronen

Konzentriert im Feld der Trauben und der Oliven

In verfallenden Löchern

In Hütten, Baracken zusammengestoppelt mit anderen Brüdern und Schwestern aus Afrika und aus dem Osten

In Rosarno, in Nardò und vielen sonstigen Unorten noch

Neue Lager zur Konzentrierung neuer Sklaven die der Nordmond beleuchtet, Erscheinungen vor den Toren der Höfe,

Konzentrierte zerstreut auf Ländereien und Fabriken Padaniens, verirrt in jedem Winkel der Straßen der Städte des Nordens, der Mitte, des Südens

sie machen frei und mächtig die neue Herrenrasse dieses Planeten.

 Wo ist mein Südmond

Wo mein Zelt

Wo meine Hütte

Wo mein Haus aus Sand und Stein?

Schmerz!

Fremdes Land!

-Ohne des Hauch der Erinnerung mit dem Rauch des fremden Herdes

Zügellos wohin keine Mutterbrust mich je trug -(Paul Klee, die Reise in Tunisie)

Fer‘ne Seele

gib mir Tiefe

Flüchtlingsseele

gib mir Ferne

 Ich, ich weiß: Flüchtling werd ich immer sein

und aufgehender Südmond

dieses kalte und klare Europa bescheinen.

 Und die ferne Stimme des Meisters spornt mit seinen prophetischen Worten mich neuerlich an stand zu halten:

Und sie wandern hinauf wie Zigeuner

Gegen Nord-West

In Fetzen und mit vielfärbigen Gesichtern

Im Wind

Sie immer demütig

Sie immer schwach

Sie immer Untertan

Sie immer schuldig

Sie immer klein

Sie die Augen hatten nur um zu flehen, sie die wie Mörder unter der Erde lebten, sie die wie Banditen auf dem Grund des Meeres lebten, sie die wie Irre inmitten des Himmels lebten

(…)

Verrat an der Reinheit

der barbarischen Völker

hinter ihren blauäugigen Flügeln (profezia di P.P. Pasolini)

Sie werden aus der Erde treten, aus dem Meeresgrund, aus den Peripherien zusammen mit anderem Abschaum, um zu lehren.

Uebersetzung. Hermann Staffler

A LAMPEDUSA o ISOLA MADRE DEGLI ESULI (PINO DE MARCH)

http://www.repubblica.it/cronaca/index.html

A Lampedusa un’opera del maestro Mimmo Paladino
in omaggio a tutti i morti delle traversate del Mediterraneo

La porta che guarda l’Africa in ricordo di chi non è mai arrivato

Realizzata in una speciale ceramica, assorbe e riflette la luce
Una specie di faro simbolico rivolto verso i luoghi da cui partono i disperati
dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI

La “porta” di Lampedusa

LAMPEDUSA - Il primo scoglio che avvistano dai barconi è l’ultimo promontorio dell’isola, una punta di roccia che nasconde un grande bunker della seconda guerra. L’Italia finisce qui, dopo c’è solo il mare. Su questa sporgenza che guarda a sud hanno “piantato” qualcosa per ricordarli per sempre, uno per uno. Neri e bianchi, islamici e cattolici, vecchi e bambini. Tutti i morti delle traversate del Mediterraneo. E’ una porta puntata verso l’Africa. 

La contrada si chiama Cavallo Bianco, è attraversata da un sentiero polveroso che sale dal vecchio porto, scavalca una collina e si getta nel mare turchese. In bilico fra sassi e arbusti ecco la porta di Lampedusa, un monumento alla memoria dei migranti. E’ alta quasi cinque metri e larga tre, disegnata e decorata da Mimmo Paladino, costruita con una speciale ceramica refrattaria in un laboratorio di Faenza e poi assemblata a Paduli. 

E’ partita su un camion il 21 giugno, caricata su un traghetto a Porto Empedocle, ieri l’altro è arrivata a Cavallo Bianco e sarà ufficialmente scoperta dopodomani, sabato 28 giugno. Al tramonto.

Quando calerà il sole, una processione partirà dalle vie del paese per arrampicarsi sul promontorio e sfilerà in onore dei morti del mare. Così Lampedusa ha deciso di celebrare tutti quelli che non sono mai riusciti a sbarcare su queste coste, annegati a qualche miglia da Malta o a qualche miglia da Tripoli.
Sono quasi tremila le vittime negli ultimi vent’anni ripescate fra le onde del Canale di Sicilia, secondo i numeri dell’Osservatorio Fortress Europe. E altri cinquemila i dispersi. L’ultima strage neanche tre settimane fa, il 7 di giugno. In centoquaranta non ce l’hanno fatta. Tutti partiti con un peschereccio fradicio da Al Zuwarah, al confine fra la Tunisia e la Libia. La porta di Lampedusa è orientata in quella direzione, dove c’è il villaggio di Al Zuwarah.

“Siamo venuti qui la prima volta con la bussola in mano”, racconta Gian Marco Elia, fotografo che insieme a Arnoldo Mosca Mondadori e l’associazione Amani - un’organizzazione non governativa a favore delle popolazioni africane – ha voluto “fare qualcosa” per ricordare i popoli del mare. Il progetto è nato dopo la scoperta del grande naufragio fantasma di Porto Palo, quello del Natale 1996. “Ci siamo accorti che in Sicilia non c’era nemmeno una lapide… così abbiamo pensato a Lampedusa”, dice ancora il fotografo. Per Arnoldo Mosca Mondadori non ci sono stati dubbi sul luogo: “E’ una cosa che andava fatta a Lampedusa… sono stati gli spiriti dei migranti a volerla”. 

La porta è un dono dal maestro Mimmo Paladino, una società turistica palermitana ha contribuito con 35 mila euro alle spese, il consiglio comunale dell’isola ha votato all’unanimità per portare quel simbolo sulla punta di Cavallo Bianco. Per una volta nessuna incertezza, tutti d’accordo. Il più deciso è stato il sindaco Bernardino De Rubeis: “Noi lampedusani abbiamo sempre cercato di fare la nostra parte e continueremo così, è impossibile vivere in questa isola e dimenticare cosa accade da una parte del mondo che è così vicina alla nostra”.
Arrivano ogni giorno. A centinaia. Ogni estate di più. Ogni anno ventimila. Gli abitanti di Lampedusa sono 6270 compresi i 480 del piccolo comune di Linosa. E quasi millecinquecento sono i clandestini rinchiusi in un recinto in mezzo alle campagne dell’isola.
Il sindaco sarà alla testa alla processione di sabato. Con lui Lucio Dalla, Luca Carboni, Claudio Baglioni, Arnaldo Pomodoro, il sassofonista Sandro Cerino, l’imam di Agrigento, il cappellano del carcere minorile di Milano don Gino Rigoldi.                                             Tutti con le loro torce a vento tra le mani, una fiaccolata che illuminerà il cielo di Lampedusa. Sull’isola è attesa una troupe di Al Jazeerache “immortalerà” il momento.
La porta è rivestita da una ceramica, cotta a mille gradi, che assorbe luce e riflette luce. Di notte, anche quella della luna. Sarà come un faro per la gente in mezzo al mare.

 La sua anima è in ferro zincato. L’idea di un’opera che diventa monumento non è mai piaciuta a Mimmo Paladino. Però lui dice: “L’artista non dovrebbe celebrare ma raccontare. Ho provato a spiegare qualcosa che avesse a che fare con un esodo forzato, qualcosa di comprensibile a tutti i popoli”.

 E aggiunge: “Per questo ho voluto la porta il più lontano possibile dal centro abitato e il più vicino possibile all’acqua e quindi all’Africa”. 

Alla vigilia di questa speciale giornata di Lampedusa un segno è arrivato anche da Alda Merini. Ha spedito da Milano una sua poesia. Quasi un miracolo. La poetessa, mai venuta quaggiù, ha scelto la metafora di una tartaruga – proprio quelle che vengono a depositare le uova sulle spiaggia dell’Isola dei Conigli – per ricordare i morti del mare. 

In questi anni i cadaveri recuperati fra le onde sono stati sepolti fra il vecchio e il nuovo cimitero. Una ventina di croci senza nome, fiori appassiti dalla calura, una tomba dietro l’altra. E anche una spianata di cemento al posto della lapide. Con una data: 7 giugno 2008. E una grande scritta scavata nel calcestruzzo: extracomunutaria.                                                                                                                                                                                                                        L’ultima donna africana trasportata dal mare fino alle rocce dell’isola. “A loro vorremmo dare il giusto riposo”, spiega il sindaco De Rubeis.

 Sull’isola attendono qualche soldo dalla provincia di Agrigento e dalla regione. L’anno prossimo Lampedusa avrà anche un piccolo cimitero musulmano. 

La poesia di Alda Merini 

“Una volta sognai”
Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura. 

Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire. 

Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell’acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua. 

2012-2016-pino de march

ELEGIA CLANDESTINA

 Passi, voci e sguardi d’umani(parte di un pentagramma nr. 3 su autoedizione-versitudine,2012 )

In memoria affettiva di Alina Dachuk, ragazza  ucraina ‘suicida’  in un commissariato di confine –Villa Opicina – confine e periferia della città italiana di Trieste;  il vicequestore Addesso(dalle tendenze dichiaratamente fascista, teneva sulla sua scrivania un portacenere con scritto sopra ‘ebrei’ ) congedato  per l’accaduto ed  indagato per omicidio colposo e sequestro di persona.(16 APRILE 2012)

HOMO SUM, HUMANI NIHIL  ALIENO SUNT (Nulla che sia umano mi è estraneo), frase in lingua latina di Publio Terenzio Afro, poeta latino che usò nella sua commedia Heautontimorùmenos –il punitore di se stesso, v.77 del 165 dell’era antica.

1

Noi muoviamo

dopo una tragica primavera

ed una non complice estate

i  primi passi tremanti tra queste pietre roventi

tra questi  dimenticati volti

e  cerchiamo il tuo

tra queste terre e nude croci che nessuno loda.

2

Noi vaghiamo tra zolle ombre e fantasmi

su abissi al tramonto

su questo arido ed oscuro colle avvolto in una nera caligine,

ricordando a chi ti depose anonima 

fasciata in un sudario

che tu non sei straniera,

né alla terra /né  agli umani

3

Da questo orizzonte

comune intreccio del vivere e del morire

spogliato dai venti della bora

con guance gelate e bagnate dal pianto

e con occhi arrossati

ed una madre indignata e disperata accanto

che ricopre di fiori e dolci la nuda terra

volgiamo i nostri sguardi su questi cumuli di terra

senza lussuosi sepolcri  

dove giace una non più sconosciuta Alina

per  invocare dignità  e giustizia

per ricordare ora di nuovo, un’altra volta e troppo tardi ancora

la tua smarrita, lacerata e soffocata vita

a questa  città  aperta ed ospitale alle genti

questa tua sorte immeritata.

4

Quanto nostra ed innocente

sistemica  indifferenza ai significati, alle cose e ai vissuti

distratti e bombardati da mille quotidiani segni d’effimero e d’inessenziale,

in quell’info-sfera  dolciastra ed avvelenata in cui siamo tutti confusi,  immersi  e liquefatti.

‘Ma perché essere qui è molto, e perché sembra
che tutte le cose di qui abbian bisogno di noi, queste
effimere
che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri.’ ( Dalla 9 elegia di Rilke)

5

l’amore seppur fugace

nei molti sguardi veraci

che riempiono il nostro empatico veloce tempo

che nelle strade scorre e non è mai lo stesso

di un dilatato pianeta terra e della nostra dispersa umanità.

testo di Pino de March -

Klandestinelegie

Zum Gedenken an Alina Dachuk, einer jungen ukrainerin, die in einem Polizeikommissariat  an der Grenze bei Triest (Villa Opicina) angeblich Selbstmord beging; der Vizequestor (mit deklariert faschistischen Tendenzen) wurde entlassen, gegen ihn wird wegen Totschlages und Entführung ermittelt.

 Wir setzen

nach tragischem Frühling

und nicht gewogenem Sommer

die ersten schwankenden Schritte zwischen diese glühenden Steine mit

diesen wenig geliebten und wenig gesuchten Gesichtern

Und suchen deines in diesem Flecken kahler Kreuze die niemand besingt

 Wir irren zwischen Schollen, Schatten und Gespenstern

über dämmernde Abgründe

über diesen dürren, düsteren Hügel von schwarzem Nebel umhüllt,

für dich,

Fremde nicht der Erde, der Tiere, der Bäume, der Menschen wegen

Von diesem Horizont üblichen Geflechtes von leben und sterben,

entlaubt von den Winden der Bora,

mit tränengenäßt frierenden Wangen

und geröteten Augen

wenden wir unsere Blicke auf diese namenlose Kreuze

keine prächtigen Grabmäler

kaum besucht,

wo eine nicht mehr unbekannte Alina liegt

 Um anzurufen Würde, Liebe, Gerechtigkeit

in dieser Stadt der Grenze

zwischen Morgen und Abendland,

der vielen Sprachen

und Menschen ruheloser, unsteter Länder

um zu erinnern, nun wieder und nochmals und abermals zu spät

dein verirrtes, zerrissenes und erdrücktes Leben

Wie ist sie doch unschuldig unser

systemische Gleichgültigkeit für Bedeutungen, Dinge, Gelebtes

unachtsam überhäuft von tausenden täglicher Zeichen des Vergänglichen und Unwesentlichen,

in dieser süßlich vergifteten Infosphäre sind wir vermengt,

eingetaucht und aufgelöst.

Aber weil Hiersein viel ist, und weil uns scheinbar

alles das Hiesige braucht, dieses Schwindende, das

seltsam uns angeht. Uns, die Schwindendsten. (9 elegie –Rilke)

Liebe, wenn auch flüchtig

in wahrhaften Blicken

die unser schnelles fühlendes Hiersein füllen

sie fließt, niemals dieselbe, durch die Straßen

eines geweiteten Planeten Erde und und unserer verlorenen Menschheit.

uebersetzung : Hermann Staffler

TRIESTE – A CASA DEL FUNZIONARIO LIBRI ANTISEMITI

Suicidio nel «commissariato degli orrori»
In ferie il vicequestore delle polemiche

Carlo Baffi indagato per omicidio colposo e sequestro di persona dopo il suicidio di una donna

Alina Dachuk

  MILANO – L’hanno soprannominato il «Commissariato degli orrori». Dove, secondo l’accusa, un funzionario con nostalgie mussoliniane agiva indisturbato, ritenendo le norme sull’immigrazione «troppo morbide», tanto da trattenere gli stranieri, affermano i magistrati inquirenti, «senza titolo». Una linea dura, confermata dalla presenza nella sua tanto di un cartello fin troppo esplicito: «ufficio epurazione». E a fianco una foto di Benito Mussolini. In quel commissariato è morta una donna ucraina di 32 anni. Si è suicidata davanti alle telecamere di sicurezza. Carlo Baffi, vicequestore a Villa Opicina di Trieste, è indagato per omicidio colposo e sequestro di persona. E, dopo diverse pressioni di una parte dell’opinione pubblica, è stato messo «in congedo». Ferie forzate in attesa che «venga fatta chiarezza», come spiega il questore di Trieste Giuseppe Padulano.

LA VICENDA- Le indagini del pm Massimo De Bortoli, partono proprio dal caso di Alina Diachuk e hanno scoperchiato una sorta di vaso di Pandora, come hanno raccontato Il Piccolo e Il Manifesto. La donna è stata prelevata da una volante all’uscita del carcere di Trieste, dove aveva finito di scontare nove mesi per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ed era in attesa di espulsione. Il 14 aprile entra in commissariato. Non è in stato di fermo. Non ci sono ragioni note per cui debba essere lì. Due giorni dopo si gira il cordino della felpa intorno al collo e dopo 40 minuti di agonia muore davanti alle telecamere di sicurezza. Organizzazioni e comitati per i diritti civili protestano, accusano le forze dell’ordine. E cominciano a emergere particolari poco chiari. Chi aveva deciso il fermo e con quale autorità? Perché non è stata trasferita? Perché nessuno ha controllato la donna?

LA MAGISTRATURA - Domande a cui neanche Padulano vuole rispondere, «non voglio entrare nei particolari perché sta indagando la magistratura. Non sarebbe corretto da parte mia» . E ci tiene a sottolineare che «mai in nessun momento è mancata la nostra buona fede nell’adempimento del nostro dovere. E lo dimostrano gli attestati di stima che abbiamo ricevuto anche dalle comunità straniere». Le accuse per Baffi sono appunto omicidio colposo e sequestro di persona.                                                             Con lui sono stati indagati altre due persone. Durante le perquisizioni nell’ufficio di Baffi viene trovato la targa «Ufficio epurazione» e un ritratto di Benito Mussolini. Altro materiale antisemita è stato rinvenuto a casa sua. «Ha lavorato nella Digos per molto tempo, è normale ci siano volumi sia sull’estrema destra sia sull’estrema sinistra», spiega il suo avvocato. Ma a preoccupare di più sono quei fascicoli di immigrati e il sospetto che siano stati trattenuti nel commissariato senza una copertura giudiziaria. Si parla di almeno cinquanta casi. Il procuratore capo della Procura di Trieste Michele Dalla Costa ha detto di voler andare fino in fondo. Dalla questura, assicurano, «massima collaborazione»

Benedetta Argentieri
bargentieri@corriere.it17 maggio 2012 | 20:40

 

Elegia  o lirica clochard

1

la  primavera è germogliata

anche quest’anno

tra incerte giornate di sole

di febbraio, di marzo d’aprile

 

2

Cinciallegre esiliate

elettrizzate  saltano

da un ramo all’altro tra alberi ospitali

3

cip cip cip cip  cinguettano

pic pic pic pic  pizzicano

 con il loro esile becco

la  corteccia di resilienti  betulle 

divenute  per incanto acustiche chitarre

4

un merlo su altro albero sfogliato ed invernato

pigramente si riposa

5

Nonna culla sorridente una bambina

Nel blu di una carrozzina

6

il vento freddo del mattino

da  porto del nord

sotto i dieci gradi

c’inonda  di profumi 

 di erbe punteggiate di gocce  di rugiada

7

fiori  di ciliegio colorano di rosa il mattino

ai passanti  che s’affrettano confusi  verso la city

 ad umori alterni

depressi -spensierati

meditanti- parlanti

passi e lingue diverse si mescolano al profumo intenso ed indistinto dei  prati

 8

tre uomini ed una donna

sopravvissuti alle notti gelide

bevono birra

fumano assai

sigarette arrotolatale

da mani tremanti

e leccate abbondantemente

parlano con toni

frantumati secchi ed acuti  

 I loro occhi brillano di bambinità

sui  volti scavate rughe di quercia

Abiti sgualciti

barbe incolte

capelli arruffati

In notti passati in qualche stazione di metrò

Hanno scelto di stare nel punto più assolato

meno ventoso

sperando di poter finalmente

togliersi di dosso

il penetrante umido inverno

dalle doloranti ossa

9

Vinti dalla passività

devastati dal tempo

trasmettono ai sensibili passanti

una rabbia baudeleriana

o una pietà francescana

testo-elegia clochard  di Pino de March – poeta di strade, on street and online e ricercatore

 

(!): CORO PER UN”EUROPA MINORE:

passaggi interiori/
ti immagino metafora deleuziana /
non ti immagino Grande Europa letteraria/economica/ militare/ imperiale
/ti immagino /deterritorializzata /
sconfinata come tuoi cieli invernali/ /Blu notte/ illuminata dalla luna
/
Ti detesto Europa/ territorializzata
nella bandiera / rare stelle/ cielo blu opaco /senza mediterranee lune/
Ti detesto Europa territorializzata /
/con i tuoi temporanei lager di detenzione/ /senza cieli blu /
/senza stelle/ in tutte le stagioni /notti atroci per gli stranieri/
ti detesto Europa delle torri dei mercanti/ delle Banche/ degli stati
di precarietà senza socialità/
Ti immagino Europa in divenire/ coi migranti/ mondo d’umani/
Ti Ascolto/ Ti Danzo /europa ribelle/ con i cantanti beuers/ delle tue banlieus/

passaggi esteriori/
ti ritrovo nelle mappe dei tuoi movimentati sognatori/:
passaggio numero 1: in Europa nessun essere umano è illegale /
passaggio numero 2: in Europa tutti gli umani devono avere un reddito di  cittadinanza /per esistenze extra/
passaggio numero 3: in Europa la guerra è bandita/ come lo sono il
razzismo/ le diseguaglianze di ogni genere/
passaggi anteriori/
Ti rimmagino metafora beniaminiana/
Ti rimmagino europa nomade
dei tuoi Ulissi/ naviganti / esiliati / senza terra/
dei tuoi tempestosi /cerebrali freethinkers/ scienziati/ filosofi
politici/
dei tuoi tempestosi /emozionali freelands/artisti/poeti/ musicisti/
Ti rimmagino europa bruniana dei mille campi di fiori /dei mille liberi
pensieri/ dei mille liberi giudizi/dei mille liberi amori/
Ti rimmagino europe de l’ amour/ pour la libertè, l’ègalité, la fraternité
des citoyenes de la Comunne de Paris
Ti rimmagino europa der Liebe/ fuer die Gleicheit der Karl Marx der Rosa
Luxemburg /der Karl Liebnecht /
der Bertold Brecht/
Ti rimmagino europa libertaria e cosmopolita/ de los Durrriti
anarchistas
espagnoles/
Ti rimmagino europa della fratellanza universale di Francesco D’Assisi
Ti rimmagino europa delle donne sagge /bruciate come streghe/sui roghi/> nelle piazze delle cattedrali/ sfidanti
il  cielo/
Ti rimmagino europa beat/ desiderante nel pensiero e nell’azione/ degli  operai/ degli studenti/ dei filosofi autonomi del maggio/degli altri mesi / degli altri anni/ a venire/in tutte le tue città /
Ti rimmagino europa della glastnost/della trasparenza/dell’insostenibile
leggerezza dell’essere nel pensiero e nell’azione degli operai /degli
studenti/ dei filosofi dissidenti/ / nelle varie primavera di Praga/ di
Budapest /
di Varsavia/
Ti rimmagino europa gaya dell’amore/ negato per secoli/
Ti rimmagino europa della libertà/ dell’uguaglianza/ della sorellanza/
tra/
tue/ lingue / disparate/
Ti rimmagino europa della resistenza delle masse/
Ti agisco europa della disobbedienza delle moltitudini/
Ora e sempre/ Europa delle sognatrici/
Ora e sempre/ Europa degli amanti delle umane genti/
Europa minore/
minore/ minore come l’Asia del pastore errante/ dai passi leopardiani.

testo -coro per un’europa minore di Pino de March

  • copyleft: autore -pino_de_march_poetic_attivista_europa_minore_cosmopolita
  • contatti_versitudine@gmail.com

 chor fuer ein kleines europa:

passagen des innen /

dich denk’ ich im bild deleuze’ /
denk’ nicht grosseuropa, das erdachte / oekonomisch / militaerisch / imperiale /
denk’ dich deterritorialisiert / entgrenzt wie /
deine himmel im winter / / tiefblaue nacht / erleuchtet vom mond /
dich veracht’ ich europa / territorialisiert in der fahne /
kaum sterne / ein himmel stumpf blau / ohne die monde des mittelmeers /
dich veracht’ ich europa, territorialisiert /
in provisorischen internierungslagern /
ohne blauen himmel /
ohne sterne / zu jeder jahreszeit / naechte des grauens
fuer die, die kommen
dich veracht’ ich europa der fassaden und tuerme von geschaeften und banken /
der prekaritaet ohne sozialitaet /

dich denk’ ich europa als werden / migrantisch / ganz menschenwelt /
dir lausch’ ich / dich tanz’ ich / europa subversiv / in den liedern der beurs / in deinen banlieues

passagen des aussen /

dich entdeck’ ich in den karten deiner traeumenden in bewegung/
passage nummer 1: in europa ist kein mensch illegal /
passage nummer 2: in europa haben alle menschen das buergerrecht auf ein einkommen / das ihnen ein hervorragendes leben erlaubt /
passage nummer 3: in europa ist der krieg geaechtet / und ebenso sind’s der rassismus / und die ungleichheiten jeglicher art

 

passagen des vorher /

dich erkenn’ ich wieder im bild benjamins /
dich erkenn’ ich wieder, nomadisches europa der odysseus / seefahrer /
exilierten / heimatlosen /
deiner stuermischen / gefeierten / leidenschaftlichen /
wissenschaftlerinnen / philosophinnen / kuenstlerinnen / musikerinnen / freelancerinnen /
dich erkenn’ ich wieder, europa des bruno auf tausend campo de’ fiori /
dei mille liberi pensieri / dei mille liberi giudizi / dei mille liberi amori /
dich erkenn’ ich wieder, europe de l’ amour / pour la liberté, l’égalité, la fraternité des citoyennes de la commune de paris /
dich erkenn’ ich wieder, europa der liebe / fuer die gleichheit der karl marx / der rosa luxemburg / der karl liebknecht / der bertolt brecht /
dich erkenn’ ich wieder, europa libertaria e cosmopolita de les durutti, anarchistas espagnoles /
dich erkenn’ ich wieder, europa der universalen bruederlichkeit des franz von assisi /
dich erkenn’ ich wieder, europa der weisen frauen / als hexen verbrannt / auf scheiterhaufen / auf den plaetzen vor den kathedralen / herausforderung des himmels /
dich erkenn’ ich wieder, europa beat / wunschenergie im denken und im handeln /
der arbeiterinnen / der studentinnen / der autonomen philosophinnen
des mai / der anderen monate / der anderen jahre / die kommen / in all deinen staedten
dich erkenn’ ich wieder, europa des glasnost / der transparenz / der unertraeglichen leichtigkeit des seins /
im denken und im handeln /
der arbeiterinnen / der studentinnen / der dissidenten philisophinnen / / des vielfaeltigen fruehlings in prag / in budapest /
in warschau /
dich erkenn’ ich wieder, europa der schwulen liebe / jahrhundertelang verleugnet /
dich erkenn’ ich wieder, europa der freiheit / der gleichheit / der schwesterlichkeit / deiner / unterschiedlichen / sprachen /
dich erkenn’ ich wieder, europa der widerstaendigen massen /
um dich geht’s, europa der unfuegsamen multitudes /
heute und fuer immer / europa der traeumenden /
heute und fuer immer / europa der liebenden menschenkinder /

kleines europa /
klein /
klein wie das asien /
des wanderhirten /
auf den spuren leopardis

 

pino de march  StrassePoet

Uebersetzung  Thomas

 

Emma Lazarus

 

L’incisione su rame del sonetto The New Colossus

 

“Give me your tired, your poor,

Your huddled masses yearning to breathe free,

The wretched refuse of your teeming shore,

Send these, the homeless, tempest-tossed to me,

I lift my lamp beside the golden door!”             

 

The New Colossus of  Emma Lazarus, New York, 1883

Not like the brazen giant of Greek fame

With conquering limbs astride from land to land;

 Here at our sea-washed, sunset gates shall stand

A mighty woman with a torch, whose flame

Is the imprisoned lightning, and her name

Mother of Exiles. From her beacon-hand

Glows world-wide welcome; her mild eyes command

The air-bridged harbor that twin cities frame,

“Keep, ancient lands, your storied pomp!” cries she

With silent lips. “Give me your tired, your poor,

Your huddled masses yearning to breathe free,

The wretched refuse of your teeming shore,

Send these, the homeless, tempest-tossed to me,

I lift my lamp beside the golden door!”              

 

Il Nuovo Colosso

Non come il gigante di bronzo di greca fama, 

che a cavalcioni da sponda a sponda stende i suoi arti conquistatori:

Qui, dove si infrangono le onde del nostro mare

Si ergerà una donna potente con la torcia in mano,

 la cui fiamma è un fulmine imprigionato, e avrà come

nome Madre degli Esuli. Con il  faro 

nella sua mano darà il benvenuto al mondo,

 i suoi occhi miti scruteranno quel mare che giace fra due città.
Antiche terre, – ella dirà con labbra mute – a voi l’ostentato sfarzo!)

A me date                                                                                                       Le vostre stanche povere folle accalcate  che bramano di respirare liberamente

i  miserabili rifiuti di ogni  lido,

A me mandate i senzatetto, gli scossi dalle tempeste

e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.

 

Questa poesia, dedicata alla statua che troneggia al centro della baia di New York, venne scritta da Emma  Lazarus, giovane poeta ebrea- sefardita e portoghese-americana.
Il sonetto in epigrafe con il quale si apre questa poesia, si trova sul piedistallo di uno dei monumenti più conosciuti al mondo, divenuto non solo simbolo della città e della sua federazione di Stati Indipendenti dalla corona inglese dal 1776, gli U.S.A, ma soprattutto faro per le cospicue masse di migranti –esuli  che vi giungevano in fuga dal vecchio continente e assunto a luce e speranza di nuova vita. C’è un contrasto tra l’imponenza della famosa statua della libertà e la rievocazione della poeta alla ‘Madre degli esuli che illumina ed accoglie nel suo porto, le  masse stanche e povere che anelano alla libertà, i senza tetto scossi dalla tempesta della vita e dalle onde, un appello quello che emerge dal testo mai pienamente attuato, certamente tradito in maniera più o meno rilevante, in tempi più o meno recenti, da un gran numero di paesi in tutto il mondo.

 al poeta filosofo amico e per i posteri il borges svedese lars gustaffson 

Lo scrittore e filosofo è morto a 79 anni. Da poco aveva ricevuto in Italia il premio Nonino

03/04/2016- La Stampa, quotidiano torinese

È morto lo scrittore e filosofo svedese Lars Gustafsson. Aveva 79 anni. Studioso di matematica e filosofia, poeta, saggista, drammaturgo e romanziere fra i più tradotti all’estero, era nato nel 1936 a Vasteras. Per vent’anni, riferisce ha insegnato storia del pensiero europeo a Austin, in Texas. «Nei suoi racconti come nelle poesie -spiega Iperborea, la casa editrice che ne ha pubblicato  in Italia i libri- si riconosce quella vena fantastica, quel gioco dell’erudito che scherza con la propria erudizione, quell’ossessione per il tempo e per l’identità che l’hanno fatto definire il “Borges svedese”».

In Italia ha ricevuto il Premio Agrigento, il Premio Boccaccio, il Grinzane Cavour e in premio Nonino nel 2016. Tra i suoi titoli pubblicati in Italia vi sono Morte di un apicultore, Il pomeriggio di un piastrellista e Le bianche braccia della signora Sorgedahl.

Lars Gustafsson è nato a Västerås il 17 maggio 1936 ed è considerato il più internazionale scrittore svedese contemporaneo. Studioso di matematica e filosofia, poeta, saggista, drammaturgo, romanziere fra i più tradotti all’estero, e in questa sua intensa attività (oltre cento i libri pubblicati: poesie, saggi di critica letteraria, romanzi che sono stati tradotti in quindici lingue) ha ottenuto molti riconoscimenti.

Nel 1996, quando ottenne il Pilot Prize (istituito per premiare con 150.000 corone svedesi chi si distingueva nella letteratura), fu descritto come filosofo, poeta, visionario. Diplomato nel 1960 all’Università di Upsala dove ha studiato sociologia e filosofia, ha conseguito il dottorato nel 1978. E’ stato sposato tre volte ed avuto quattro figli dalle prime due mogli. I romanzi che gli hanno dato la notorietà a livello internazionale, è stato il ciclo Crepe nel muro di cui fanno parte cinque libri:Lo stesso signor Gustafsson (1971), La lana (1973), Festa in famiglia (1975),Sigismondo (1976) e  Morte di un apicultore (1978), tutti caratterizzati da domande esistenziali mischiate ‘ad al comico. Ha insegnato Storia del Pensiero Europeo all’Università di Austin, Texas, dal 1983, anno successivo alla separazione con la prima moglie, e fino al 2006, anno successivo al suo terzo matrimonio e del pensionamento, a seguito del quale si è ritirato a Södermalm, quartiere di Stoccolma. Nel 1986 è stato fatto cavaliere dell’Ordre des Arts et des Lettres. In Italia ha ricevuto il Premio Agrigento e il Premio Grinzane Cavour.

in sitesi Lars Gustafsson e’ un poeta filosofo visionario

trama 1 di ‘clandestina’ uno testi che ho scelto di accompagnare alle sue memorie.

Dick Olsson, svedese ma da molti anni residenti in Texas, è un consulente pubblicitario ricco e affermato, costantemente in viaggio per lavoro e per vocazione, ogni giorno in contatto con tutto il pianeta via Internet. Ma un giorno riceve una e-mail da un fantomatico gruppo di separatisti della Moldavia, fondatori della Repubblica di Transnedr, ai quali occorre la sua consulenza per imporre il proprio caso all’attenzione mondiale. Nel frattempo il protagonista che ha sempre preso le distanze da tutto e da tutti divorziato, con un figlio che non vede da dieci anni, senza una significativa relazione – si innamora di Eleonora, la domestica colombiana che viene due volte alla settimana a riordinare la casa… Recensioni online-adriana

Tre fatti avvengono contemporaneamente nella vita di Dick Olsson,svedese trapiantato in Texas dove svolge un florido lavoro come consulente pubblicitario.                                                          Il primo è che si trova a fare l’amore quasi inconsapevolmente con Eleonora,la ragazza colombiana che gli riordina la casa due volte alla settimana. La seconda è che muore la sua anziana madre che vive ancora in Svezia.

La terza che deve incontrarsi a Berlino con una delegazione della repubblica del Transdnestr, uno piccolo stato che sta combattendo per staccarsi dall’Unione Sovietica e diventare indipendente. Compito di Dick è rendere pubblica mediante stampa o mediante rete l’esistenza di questa guerra sconosciuta.

 Questi tre elementi mettono a dura prova il cinismo del nostro eroe abituato a una vita trascorsa tra un aereo-porto e un altro,a relazioni fatte di posta elettronica e alberghi impersonali.

Il ricordo del profumo della colf clandestina “un odore piacevole. Qualcosa di speziato. Una punta di ambra e muschio.

E un lieve sentore di sapone inglese all’olio,quello che si adopera per i pavimenti di legno.”Unito al ricordo della madre che non sa dire quando l’avesse vista per l’ultima volta. E la casa con tutti quegli oggetti, ognuno dei quali lo acchiappa e lo fa tornare indietro nel tempo. Attimi di infanzia.

Personaggi che non esistono più .E tutte queste cose che lo costringono ad una autoanalisi decisamente SCANDINAVA. L’amore,i sentimenti,i soprammobili,la carriera,le relazioni fugaci .E, imperativa nella mente, Eleonora! La clandestina che pare la panacea di tutti i problemi. Proprio perché non è bella ,ha una vita complicata,ma sembra il depistaggio di tutti i luoghi comuni. Quando,infine torna a casa in America “Aprì la porta con cautela.

Per un attimo gli sembrò di sentire in modo molto evidente il suo profumo estraneo. Era davvero lì dentro da qualche parte? O era il profumo di una persona sparita,che per un ultimo istante indugiava in quella stanza ancora buia,per poi volatilizzarsi per sempre?…”

Una relazione ed un dialogo che  palesa sotterraneamente  una reciprocità amorosa tra una  domestica clandestina ed il suo  “datore di lavoro”, tra esistenze e vissuti ad entrambi  sconosciute .

trama 2

Lui è un affermato agente pubblicitario che gira il mondo,  un mondo trionfante interessi  e di merci che li dà una grande notorietà, ed una inesauribile possibilità di consumare ciò che vuole,  lei una domestica, una migrante sudamericana che ha cercato nella sua rocambolesca entrata clandestina negli Stati Uniti, di togliere sé stessa e la sua numerosa famiglia da condizioni di estrema povertà; lui scopre piano piano l’anaffettività del suo effimero mondo  luccicante ma anche che  l’unico persona che si prende cura di lui e della sua casa è la domestica clandestina che lui rivede, di tanto in tanto, ogni mese e a volte più,  quando fa ritorno in quella sua casa-rifugio..

clandestina- testo del dialogo  per lettura memoria dell’autore-amico Lars

DICK

  ‘C’è  comunque una  somiglianza, tra noi. Che non viviamo dove eravamo destinati a vivere. Destinati da chi?                                             Da    Dio?                                                                                                         E dunque l’incontro di due solitudini,due vuoti che si incontrano in uno spazio nero e infinito.’orse, non ho mai avuto un’infanzia.  No, a ben pensarci è proprio così. La mia infanzia non c’è mai stata. Non ho il minimo ricordo nemmeno dei miei genitori, a dire il vero. Certi bambini hanno un’infanzia, altri no. Io sono evidentemente sempre stato adulto. Dick si chiese che cosa avrebbe detto uno psicoanalista. Qualcosa di banale e stupido. (pag. 108)

[…]

Ora gli altoparlanti avevano ripreso a gracchiare.  In un primo momento Dick non riuscì ad afferrare granché, dal momento che la dizione della hostess lasciava molto a desiderare, ma quando l’annuncio fu ripetuto incominciò a chiarirgli-si. C’era un problema tecnico di natura seria. Si trattava del carrello. Una spia luminosa non funzionava come avrebbe dovuto. (108 pag.)

[..]

..la maggior dei ricordi si mescolavano fra loro. Gli capitava di confondere una persona con un’altra. Eppure non tutti gli incontri erano privi di sostanza. (pag.112)

[…]

Si domandò come avrebbe reagito Eleonora alla notizia della sua morte.                                                                                                           Avrebbe provato dispiacere.

Naturalmente. La gente di solito prova dispiacere quando capitano cose del genere.                                                                                            Ma avrebbe sentito la sua mancanza,di lui come persona?                                                          

Non lo sarebbe stato nemmeno tanto facile venire a sapere che era morto.                                 

Sarebbe arrivato come al solito venerdì mattina per fare la pulizia, avrebbe ripiegato le sue camicie e la sua biancheria con consueta precisione (pignola e amorevole), avrebbe passato l’aspirapolvere in tutti le stanze alle undici in punto si sarebbe fatta il caffè.                                                                                                      

E non sarebbe stupita di non vederlo arrivare nel giorno stabilito. Era abituata ai suoi cambiamenti di programma. Sarebbe tornata il lunedì, come sempre, avrebbe suonato discretamente alla porta per vedere se era in casa. Poi avrebbe tirato fuori le chiavi dall’enorme borsetta (che cosa si portava in giro per il mondo, in realtà? avrebbe aperto, e avrebbe constato in casa non c’era assolutamente nulla da fare. Assolutamente nulla.                                        Escludendo quel che poteva aver combinato l’inafferrabile topo da garage(che abitava nel tavolato del pavimento sotto lo studio), la casa sarebbe stata pulita ed in ordine come l’aveva lasciata venerdì pomeriggio. Dick si chiese come era lei in realtà, cosa faceva nei giorni in cui non la vedeva. Era altrettanto misteriosa di una cometa che ritorna vero la terra ad intervalli regolari e prestabiliti,seguendo un’orbita in cui non si ha la minima idea di quali incontri e avventure possa avere nelle tenebre dello spazio.                                                                              

Poteva magari avere un ragazzo?                                                Naturale che l’aveva.

Un colombiano piccolo dalle membra sottili. Perché altrimenti userebbe profumo?                                                                                          Quanti anni  poteva  avere?                                                                                                                Decisi che doveva essere sulla trentina.                        

I suoi pensieri tornarono caparbiamente ai suoi seni piccoli e sodi che s’intravvedono sotto la tshirt, seni da ragazza piuttosto che da donna. Portava sempre il reggiseno sul lavoro, lo si notava. Per un attimo, Dick le fece togliere la tshirt e il reggiseno, un po’timidamente, uno dopo l’altra. Sprofondò in una fantasia esotica, che presto diventò più complessa e pi ardita. (pag. 113)

[…]

O era semplicemente quella sua diversità, quell’Incomprensibilità che la rendeva tanto attraente?                                

in quell’istante che doveva averla.                                                                                                    E maledisse tutto ciò che gli impediva di prendere il primo volo  per ritornare ad Austin.                  

Quello strano dolore, al tempo stesso fugace e pungente, che era l’amore, lo si scaldava e lo rendeva diverso.

Era qualche anno ormai che provava una forte sensazione di essere al di fuori.                                    

Di non appartenere più alla schiera della gente comune implicata in comuni storie d’amore, passioni e dolori.                                                                                                                                        

 Si sentiva come qualcosa di più oggettivo, più funzionale  (parte di un sistema). 

Un essere che aveva  scoperto le tele intessute dalle Norne (divinità indo-europee o mitologie norrene femminili fatali comparabili alle nostre Parche latine: Urd o destino, Verandi o divenire, Skuld o debito, e in qualche misura poteva cambiarle. Ma non un partecipante.  La cosa aveva dato origine ad un calma apparente. Invece di dare la caccia alla donna non sposata nei bar della settima strada, adesso non di rado aveva l’abitudine, quando era a casa, di passare tutte le sere in compagnia di qualche grog a base Whisky, sprofondato, con l’aiuto alcune videoregistrazioni di Bayreuth, in qualche parte del Ring. Wagner lo affascinava. Da anni stava programmando un viaggio nella Bayreuth  reale, per  assistere al Festival. Non riusciva davvero a capire perché non tutti, arrivassero a comprendere l’importanza e il significato di Wagner. Per esempio nel prologo del Crepuscolo quando le tre Norne dicano che la trama è confusa, e non posso continuare a filare. Che il mondo è diventato imprevedibile. Che l’antico patto non vale più. (123 pag.).                                                                                                    Le sue elucubrazioni furono interrotte dall’arrivo di Eleonora al telefono. In realtà era così immerso nei suoi pensieri che lei dovette confermare la propria presenza all’apparecchio almeno due volte, prima che lui effettivamente capisse. Tutt’intorno uomini bisbigliavano con le loro segretarie. Si domandò perché parlassero sempre a voce così bassa, e provò a sua volta un improvviso bisogno di un po’ più di discrezione di quanta non potesse offrire quel luogo.

Dialogo in clandestina tra il Signor Dick ed  Eleonora                                                                                                                                                                                                                      

E:“Senor Dick?

Con un tono di voce che era allo stesso tempo meravigliato e rispettosamente invitante.

“Come va?”

D:“Bene”.

“Sei riuscita a finire?”

E:  Finire cosa?

D: “le pulizie naturalmente”.

E: “Ah si. Naturalmente. E’  andato tutto bene”.

D: “Quindi tutto a posto a casa?”

     “Sembrava tutto a posto. “

     “In realtà volevo solo parlare con te, Eleonora.”

 E:“Capisco.”

“Volevo solo dire….”

“Ci sono stati problemas. Altri problemi.”.

 D:“Quanti problemi?”

 E:“Mariela ha avuto l’appendicite.”

D:“chi è Mariela?”

E:“Mia sorella che sta a Huston.”

 D:“Mi dispiace moltissimo.”

 E: “ Mi hanno telefonato ieri sera. Andrò molto presto. Se posso. Avevo proprio appena pagato l’affitto.”

 D:“E come sta?”.

 Dick non aveva la minima idea che ci fosse una sorella anche a Houston.

…“Spero veramente che andrà tutto bene. Non preoccuparti per i soldi dell’autobus. Posso darti un anticipo. Appena torno a casa. “

….

Non c’è nessun posto dove possa spedirti del denaro.” (Naturalmente Eleonora non aveva nessun conto in banca, dal momento che non aveva nessuna identità.)

 E: “Ma possiamo parlarne più tardi.”

D: “Più tardi quando?”

E “Sì, quando senor Dick tornerà a casa.”

 D: Penso di tornare come ho già detto. Alla fine della prossima settimana. Ho molto voglia di rivederti, Eleonora.

E:Davvero.”.

Dick concluse il colloquio con ancora alcune frasi di cortesia estremamente confuse. E quindi lasciò il telefono all’impaziente giovanotto in vestito scuro che era rimasto lì tutto il tempo ad aspettare che glielo cedesse, ebbe la sensazione di essersi veramente comportato in maniera imbarazzante ed infantile, forse adolescenziale. Non sono certo un timido, si disse. (125-133 pgg. ).

 

[…]

A questo punto della storia Dick prova ad inviare ad Eleonora una lettera.

[…]

C’è  comunque una  somiglianza, tra noi. Che non viviamo dove eravamo destinati a vivere. Destinati da chi?                                           Da Dio?                                                                                                               E dunque l’incontro di due solitudini, o due vuoti che si incontrano in uno spazio nero e infinito.

Post scriptum

Può il vuoto stesso essere creativo?

Qui Dick Olsson si perse la giornata che era stata lunga. Forse troppo.                                                                                             

Testo tratto dalla –clandestina di L. Gustafsson  -editrice Iperborea.

Poesia di  Lars Gustafsson

VITA

La vita scorre attraverso il mio tempo,
e io, un volto non rasato,
dove le rughe sono profonde, analizzo
le tracce.

Pensieri come bestiame,
avanzano sulla strada per bere,
estati perdute ritornano, ad una ad una,

profonda come il cielo viene la malinconia,
per la pianta di carice che fu,
e le nuvole che allora rotolavano più bianche,

eppure so che tutto è uguale,
che tutto è come allora e irraggiungibile;
perché sono al mondo,

e perché mi prende la malinconia?
E gli stessi lillà profumano come allora.
Credimi: c’è un’immutabile felicità.

Testo di Lars Gustafsson -traduzione di Enrico Tiozzo

Testo Informazioni su questi ad

A GOETHE   a cui siamo legati da due secoli ormai

Il bilobato Ginkgo rivela una divisione o ha scelto di apparire duplice?
Una domanda questa che Goethe può rivolgere anche a se stesso, perché egli è come la foglia del Ginkgo, uno e doppio e, in continua tensione nel ridurre ad unità la sua polarità-

L’albero di Goethe –il Ginkgo biloba o albero le cui foglie si divaricano formando due lobi conservando l’unicità.

Goethe ebbe occasione di ammirarla nel parco del castello di Heidelberg, durante un suo soggiorno, ospite di Marianne von Willemer. A lei Goethe aveva portato due foglie di Ginko e a lei fu indirizzata la poesia con quelle due foglie di Ginko incrociate e incollate sulla carta da lui stesso, qui sopra riportate.

Era il settembre 1815 e in quelle sere si discuteva sulla particolarità della forma di questa foglia e sul tema della polarità e unificazione esistente in natura, concetto cardine negli interessi naturalistici e botanici del poeta.                                                L’arcano segreto che la meravigliosa foglia del Ginkgo fa intravedere a colui che ama andare al di là dell’apparenza reale delle cose – e per questo si afferma come sapiente – è proprio quello dell’unicità nella duplicità, della tensione all’unificazione degli opposti, che permea la natura e ogni cosa vivente.
Il bilobato Ginkgo rivela una divisione o ha scelto di apparire duplice?
Una domanda questa che il poeta può rivolgere anche a se stesso, perché egli è come la foglia del Ginkgo, uno e doppio e, in continua tensione nel ridurre ad unità la sua polarità.

Meditazioni  immanenti sotto l’albero di Goethe nell’orto botanico di Frankfurt am Main di pino de march

Note botaniche di Pino de March : 

il ginkgo è un fossile vivente ed unica specie ancora sopravvissuta delle Ginkgoacea  e anche dell’intero ordine Ginkgoales.  E’ un albero antichissimo le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa nel primario.

La pianta originaria della Cina, viene chiamata volgarmente ginkgo o ginco o albero di capel-venere. (o barba di giove).

Il nome Ginkgo, deriva da una erronea trascrizione del botanico tedesco Engelbert  Kaempfer  del nome giapponese Gynkyò  derivante a sua volta da quello cinese yin-kuo  (yin –argento xing – albicocca  –yinxing – albicocca d’argento ); 

il nome della specie –biloba – deriva dal latino bis lobus – e richiama la divisione in due lobi delle foglie a forma di ventaglio .

La naturopatia  ricava  dalle  sue  foglie –  principi attivi  che hanno  per lei un’azione sulle funzioni cerebro-vascolari della memoria  – tale da suggerirne  l’uso nella malattia dell’Alzheimer.

Si ricorreva per scoprire le proprietà medicinali delle piante  anche alla ricerca delle equivalenze ed analogie, nel nostro caso tra natura vegetale, le foglie di Ginkgo e la natura umana, il cervello umano, anche lui  biolobato ed inter-conesso, cioè composto di due emisferi, l’emisfero destro analogico o dei linguaggi  immaginali e creativi  e quello sinistro logico e dei linguaggi verbali.

In Cina è ritenuto albero sacro

Note poetiche di Pino de March.

Il ginkgo biloba –o l’albicocca d’argento-

è un albero di maestosa presenza che colpì  in  un lontano giorno  l’immaginazione di un viandante  in oriente,

il viandante allora colse dei semi  che portò  con sé nelle sue  terre d’occidente  per conservare lunga memoria e  tanta  stravagante  bellezza;

il ginkgo biloba  si scoperse  essere  in età  moderna un fossile vivente,

che non può non colpire anche  il nostro contemporaneo immaginale:

per  la sua  longeva presenza  nell’evoluzione tra gli  esseri  viventi,

per  l’ombra  argentea  che offre non solo agli uccelli ma anche ai bambini , ai poeti  ai   viandanti  nei picchi di sole d’estate,

come allora  poteva  l’ anima  cosmica  del sommo poeta  Wolfang Goethe  passarli accanto indifferente senza  non versarvi  versi ?

e versi versò ai piedi  di un albero di ginkgo nel castello di Heidelberg, durante un suo soggiorno, ospite di Marianne von Willemer ,

era uno degli alberi  che ornava il giardino della donna  amica amata, e tra tutti dal ginkgo trasse quelle strane foglie, fonte d’ispirazione filosofica e poetica.

ora quei versi sono deposti ai piedi di un ginkgo a  due passi  dalla porta  dell’orto botanico dell’Università di Frankfurt am Main.

‘Baums Blatt,  der von Osten

Meinem Garten anvertraut,

Gibt geheimen Sinn zu kosten.

Wie’s den Wissenden erbaut’.(Goethe, gingo biloba)

‘Le foglie di quest’albero dall’oriente venuto a ornare il mio giardino

Celano un senso arcano

Che il saggio sa capire’ Goethe, gingo biloba)

L’unicità dell’amore segreto per Marianne e la doppiezza del suo animo innamorato,

 maschera e svela la poesia,

composta su un foglio decorata di foglie colte ed incollate e donato  all’amata.

 Le forme sinuose ed affusolate del suo tronco e dei suoi rami, 

 anche  oggi in   tempi fast  e s-poetanti

colgono di sorpresa chiunque volga il suo sguardo per quanto s-fuggente.

 I suoi rami  robusti, divaricati, schizzati segnati da fratture,

 di traumi e di sogni del nostro esistere.

Nel mezzo della corteccia fessure  segnalano due contorte  dimensioni

 di fisicità e di  vitalità che si intrecciano in una danza cosmica

quasi a rivelarci nelle sue  molte pieghe 

il deformato vissuto  del vivere intensamente.

Un pensarsi schizo-analitico deleuziano,

che si divarica, peregrina e dura,

interroga, trasforma , moltiplica e non si separa,

e man- tiene sempre una singolare forma in un convergente divenire molteplice.

Una sinuosità che sta lì a simbolizzare la non linearità del vivente

 che si conforma sempre elegantemente all’habitat  

Serpentina  la sua andatura,

non strisciante, non insinuante, non minacciosa

non fonte di  paura come panicano  la vita le tradizioni monoteiste,

di quel  mitico serpente  che indusse Adamo convinto da Eva a mangiare la mela           

e a perdere per sempre’innocenza, la  stima per le donne, la vita  che si rigenera all’infinito e il paradiso di gioia terrestre tra amanti e per sempre  segnati dalla vergogna e dalla colpa gli umani.

 Ma sacro serpente

 dal vitale veleno antidoto e cura dei saggi medici  egiziani,

O profano serpente,

esperito da una sponda all’altra del Mediterraneo

da un’antica e  saggia medicina da Ippocrate appresa e trasmessa-ci dall’imperitura tradizione greco-egiziana,

 o da un luogo all’altro del continente europeo da donne sagge non streghe malvagie

serpente psicoanalitico  con la sua vitale  seduzione piacere  antidoto e cura degli umani dolori

Ed infine il giallo d’oriente delle  sue foglie che riveste d’autunno  i prati dei monasteri taoisti e le tuniche gialle ed arancioni dei monaci zen

oro dei saggi filosofici e monaci d’occidente ed oriente.

E’ nel suo svettare  fortemente radicato nella sua base terrestre

 sicuro versatile fluente sulle onde del vento che soffia impetuoso  tra i suoi rami nel  vivere le asperità,

E’  nel prendersi cura della circolarità e flusso sanguigno di  memoria

saggio delle variegate forme della vita attiva e meditativa nella foresta  intricata dei segni.

Le sue foglie palmate,

rigate nel mezzo dall’apparire distinto compatto come dei capelli  di venere , 

terminano frastagliate  come fiordi di mare e come delta di fiume,

e tutto questo non può non aver  vibrato nella mente di Goethe,  vostra  di viandanti barcollanti, viventi di tempi liquidi e mia sotto un albero d’estate –nel parco cinese di  Frankurt-Main.

,pino de march

 

Annotazione sullo stile

C’è una polarità anche nello stile di Goethe, presente in questa breve poesia, quasi nata, come nelle sue opere maggiori: l’ estrema limpidezza del linguaggio, la linearità essenziale dell’esposizione – impossibili da rendere nella traduzione! – si uniscono ad una complessità profonda dei concetti.

 

GINKO BILOBA di J. W. von GOETHE (1749-1832)

Le foglie di quest’albero dall’Oriente venuto a ornare il mio giardino
celano un senso arcano
che il saggio sa capire. 

C’è in esso una creatura
che da sola si spezza?
O son due che per scelta vogliono
essere una sola? 

Per chiarire il mistero
ho trovato la chiave:
non senti nel mio canto ch’io
pur essendo uno anche duplice sono?

da pino de march di versitudine.net

Per info e-mail- pino de march – versitudine@gmail.com

 

TESTi AUTOPRODOTTi  DA PINO DE MARCH –AUTOEDIZONE VERSITUDINE

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L’autore di questi testi elaborati e prodotti è Pino de March –versitudine@gmail.com

BOLOGNA, MAGGIO 2016

 

 

 

 

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ALLA MATRIA TERRA RITROVATA E LIBERATA DA PARTIGIANI E PARTIGIANE DI OGNI DOVE DI MONDO

FESTA DI LIBERAZIONE  2016

DEDICATA AI PARTIGIANI E ALLE PARTIGIANE DI OGNI DOVE CHE HANNO COMBATTUTO SUL SUOLO ITALIANO ED  EUROPEO  PER LIBERARE  TERRITORI  OPPRESSI ED OCCUPATI  DAI NAZI-FASCISTI  E PER RITROVARSI A VIVERE IN UNA GIUSTA ED AMATA MATRIA TERRA

Alla resistenza non vi hanno partecipato nelle formazioni partigiane solo genti locali ma incontriamo spesso nelle cronache del tempo anche la presenza di stranieri/e che hanno scelto  l’Italia  per l’amore libertà e della giustizia sociale che le lotte partigiane ispiravano, o di altri e altre che l’avevano eletta  già da tempo a luogo d’abitare per l’amore di una donna o di un uomo,  per l’amore dei suoi paesaggi, delle sue città e borghi artistici  o della sua lingua e variegate culture che l’attraversano.

L’esperienza di Carlo Abbamagal  e di altri partigiani neri nella resistenza italiana ne è un esempio.

«La storia di Carlo Abbamagal e dei 50 deportati in Italia dalle colonie africane d’Oltremare ha impiegato quasi 70 anni ad emergere, dopo anni di lavoro e grazie alle ricerche di Matteo Petracci -dottore di ricerca in storia, istituzioni e politica dell’area euro-mediterranea presso l’Università di Macerata;

in questo modo  il corso di quegli eventi di resistenza dimenticati inizia ora ad apparire sempre più nitido e chiaro e da passato si fa presente, strumento di lotta contro le mistificazioni e le dimenticanze storiche, ascia di guerra contro i razzismi e i fascismi di oggi.  La storia di resistenza autentica di africani concentrati durante la seconda guerra a Villa Spada di Treia di Macerata, emerge  attraverso i materiali d’archivio che parlano di come “alcuni di essi si sono dati alla macchia unendosi ai ribelli” esplicando “considerevole attività” e risultando “quanto mai feroci”. Di come insomma, dall’ottobre del ’43, nelle montagne del maceratese, le bande partigiane annoverassero nelle loro fila etiopi, eritrei e somali, tra i primi a battersi contro il regime fascista.

RETE DI CONCETTI , PERCETTI ED AFFETTI  CRITICI  DI PATRIA E CHE APRONO AD UN NUOVA VISIONE DI RELAZIONI POSSIBILE TRA LE GENTI E LA TERRA NELLA  RITROVATA  ESRESSIONE MATRIA

 

“Le identità plurali sono percepite dai nazionalismi come altrettante minacce”. 
E spiega che proprio nelle “ nazioni venute tardi”, come l’Italia, che “queste malattie d’identità colpiscono più facilmente”.
Da “Modo ex e tempo del dopo” di Pedrag Matvejevic.  

AMORE DI MATRIA O MATRICO

Un amore non confondibile con quello tradizionale alla patria , (parola  che deriva dal latino pater ed in particolare da quel pater familia  che informava del suo dominio tutte le relazioni  familiare, fino a quello derivata   derivata dal latino pater, padre a cui era riconosciuto fin dal diritto privato romano il potere assoluto di decidere della vita e della  morte dei figli e della moglie,dominio maschile che si estende a tutte cose/res privata inclusi in questa categoria le terre (il fundus) gli schiavi (humana istrumenta), i greggi e gli armenti ; e nei territori organizzati in epoca pre-imperiale in /res pubblica,  il potere politico a chi vi abita, e su cui fonda la sua appartenenza esclusiva con altri padri e fratelli (patria) con l’esclusione di chiunque altro non vi sia  nato da gens che l’abitano da lungo tempo, come le madri che vengono da altri territori e le figlie che se ne andranno in altri con altri; terra dei padri e non delle madri  perché ad esse era fatto obbligo religioso e giuridico  di seguire i loro mariti ovunque essi andassero o abitassero; territori politici a dominanza maschile anche quelli dei nascenti stati nazione moderni (per l’Italia risorgimentale, dello stato unitario  liberale e poi totalitario fascista  erano i fratelli d’Italia a suffragio maschile),

 un amore altro quello che io vivo e nomino per la Matria  (da Mater,madre), un amore scelto, libero,nomade direi cosmopolita ed ispirato agli affetti per ogni essere umano(nihl humano mihi alieno est, nessun umano mi è estraneo od alieno) e ai luoghi che si prediligono,  di tipo  particolare non raro , io direi amore matrico  per quel sentirsi come a casa propria, per l’amore che si prova abitare quei luoghi, per quel senso di libertà, di giustizia , di bellezza, di vivacità culturale ed esistenziale e di accoglienza  che si respira o ispirano le sue genti e le sue contrade, strade, colli e montagne, bellezze naturali e culturali.

Così è stato per me l’amore matrico per Bologna, io che sono nato in un atro territorio quello del nord-est, al confine tra Veneto e Friuli, come lo sono stati tutti gli altri luoghi Freiburg, Frankfurt am Main, Paris, Roma ove per lungo o breve tempo ho vissuto, ricercato, amato e contribuito unendomi a spontanei movimenti dal basso, di situazione e di lotta a rendere più giusto e libero.

 JULIA KRISTEVA , filosofa, femminista e psicoanalista

Identifica questo termine ‘matria’                                                                come ‘un altro spazio’ rispetto alla consueta legittimazione territoriale di qualche Stato,

 

‘un altro spazio’ come luogo interiore(luogo simbolico ma anche materiale condiviso e vissuto a contatto con corpi con il corpo della TERRA )                        nel quale creare una ‘parte propria’(non separata dal resto dell’umanità).

Il termine ‘matria’è stato utilizzato di consueto  da popoli indigeni (o nativi) come i Mapuches  o Aymaros per indicare ‘lo spazio di vita’o ‘la terra che li ha generati, ospitati o nutriti’ o come ‘madre terra o pachamama’.

 

PER RITROVARE UNA NUOVA FRATIA O FRATERNITE’ O FRATELLANZA O MEGLIO SORELLANZA

Caetano Veloso,  cantautore brasiliano, in una sua canzone dal tema “

Lingue o lengue “ dice:

“a lingua è ninha patria/

E en nao  tenho patria:/

Tehno matria/ e quero fratria “

“la lingua è la mia patria/

Io non una patria/

Io ho solo una matria/

Che chiede fratia/

O fratellanza/

Meglio sorridar

Meglio sorellanza,

dirà Unamuno, filosofo basco dell’educazione (1864-1936)

 Eppure per Unamuno questa figura femminile che è “la sorella” era talmente importante che crea, come si è detto sopra un nuovo termine “sorridar” “ sorellanza ”.

Così come esistono sia paternità che maternità, perché sono di uguale importanza, così dovrebbero esistere accanto a fraternità anche  sorellanza.

Poi egli spiega perché  “sorellanza” non equivale a fraternità. Le sorelle prosegue si espongono sempre  per contrastare  la barbarie dei fratelli: la prima guerra dell’umanità non fu infatti la lotta fraternal (fraternale)  fra Caino e Abele?

I fratelli con le loro guerre  “civilizzano” “meglio conquistano” nuovi territori, ma per “addomesticarli questi territori”  “per renderli familiari o affettivi ”,

che insegneranno loro la religiosità “del fuoco familiare o degli affetti”

in opposizione alla civiltà crudele politica-tiranna dei fratelli;

Si devono prendere cura di loro le sorelle ….

ciò che i fratelli non sanno fare;

ed è per questo che “la civiltà dei fratelli” si basa su concetti maschili

“di patria e fraternità del popolo maschile ”,

però questi non potrebbero sopravvivere senza i concetti femminili “di sorellanza”.

Unamuno considera la donna migliore del uomo e migliore anche la sua filosofia di vita.

Unamuno aveva una visione positiva delle donne.

Unamuno critica aspramente la visione “maschilista e sessista” cattolica  che sottomette le donne al maschile considerandole con questo essere inferiori.

E critica anche il condizionamento religioso cattolico della società che legittima – la civiltà come guerra tra fratelli  che sottomette le donne e la natura alle loro volere dispotico (la patria come sovranità patriarcale violenta, maschilista, sessista, appropriativa di terra e donne).

(Claudia Fadini, l’universo femminile di Miguel de Unamuno)

‘NON ESISTE UN’EMERGENZA PROFUGHI, E’ LA DESTRA POPULISTA A CREARLA’.

Frammenti tratti dall’intervista di Angela Mayr sul ‘il Manifesto’  del 20 Aprile 2016 all’ex capogruppo dei Verdi Alexander Van der Bellen dato per favorito al primo turno alle PreSIdenziali Austriache del 24 aprile 2016, in sfida aperta con il partito xenofobo populista FPOE :FREIHEITLICHE PARTEI OESTERREICHS –o PARTITO  DELLA LIBERTA’ DELL’AUSTRIA .

A.MAYR :                                                                                                                                                    Per la prima volta in una campagna elettorale lei ha usato il concetto di HEIMAT,  Patria  come luogo di casa, distinto da VATERLAND,Patria come territorio politico e dei padri o termine normalmente utilizzato dalla FPOE. Su quali contenuti si fonda e si distingue il suo HEIMAT   da quello  di VATERLAND propagato dalla destra ?

ALEXANDER VAN DER BELLEN:                                                                                                 Io sono figlio di rifugiati, e l’Austria mi ha regalato una patria(HEIMAT). Patria(HEIMAT) è  per me qualcosa dove mi posso sentire bene, a mio agio, dove sono accettato, dove nel corso del tempo trovi lavoro, forse fai anche carriera. Patria come Heimat  dev’essere qualcosa di aperto e non limitata a gente che è qui magari da trecento anni come piacerebbe alla FPOE (VATERLAND).

Heimat: ove ci sente come a casa propria, luogo affettivo non contrapposto ad altri luoghi.

Vaterland:  ove ci si risiede con  forte senso d’appartenenza ad una stirpe o gens  che vi abita da lungo tempo, da difendere contrapposto ad un’altra Vaterland)

BIOGRAFIA                                                                                                                                                                     ALEXANDER VAN DER BELLEN

Nato a Wien e cresciuto in Tirol da genitori fuggiti dall’Estonia.  E’ stato dal 1997 al 2008 portavoce nazionale dei Verdi Austria. Ora ha 72 anni ex Professore di economia politica all’Università di Wien e di Innsbruck. Stile ironico e riflessivo e decisamente non populista, percepito come diverso e non assimilabile ‘ all’odiata casta dei politici’.

Approfondimenti linguistici e culturali

SCHNITZLER:CONFESSIONI 
IO AMO LA MIA PATRIA, MA PERCHE’ LA TROVO BELLA. HO SENTIMENTO PATRIO (HEIMATGEFUEHL COME HEIMAT), MA NON PATRIOTTISMO (COME VATERLAND).
NON SONO FIERO DI QUALCUNO PERCHE’ QUESTI APARTIENE ALLA MIA STESSA RAZZA.
NON SOSTENGO QUALCUNO PERCHE’ QUESTI DISCENDE PER CASO DALLA MIA STESSA FAMIGLIA.
A. SCHNITZLER, 1904 [APH. 231].
PATRIA  COME HEIMAT: IO AMO QUESTA TERRA I CUI BOSCHI E I CUI PRATI MI SONO FAMILIARI.
AMO LA LINGUA CHE PARLO’ MIO PADRE.
MA NON  QUESTA VIRTU’ PATRIA COME VATERLAND:
EPPURE COME POSSO AMARE UN COMPLESSO STATALE CHE SI E’ FORMATO LENTAMENTE GRAZIE A BRAMA DI CONQUISTE, GRAZIE A MATRIMONI DEGLI ANTENATI DEI MIEI SOVRANI, COME POSSO AMARE QUESTO SOVRANO DEL QUALE IGNORO TUTTO TRANNE CHE E’ MIO SOVRANO NON PER DIFENDERE LA MIA VITA E I MIEI BENI, MA PER CONQUISTARE A PREZZO DEL MIO SANGUE NUOVE TERRE PER I SUOI FIGLI. NO!  SE QUESTA LA CHIAMATE PATRIA, IO NON L’AMO E  NESSUNO L’AMA.  ANZI, E’ DAVVERO INSENSATO CHE NON CI SI POSSA AIUTARE ALTRIMENTI CHE SPACCIANDO PER VIRTU’ QUESTO FOLLE SENTIMENTO CHE NESSUNO IN REALTA’  PROVA.
E POI PENSATE: SE QUESTO PEZZETTO DI TERRA CHE MI HA DATO ALLA LUCE FOSSE STACCATO DAL GRANDE TUTTO E I CONTINUASSI AD AMARE IL GRANDE TUTTO, SAREI UN TRADITORE!.
SCHNITZLER, 1904 [APH. 235].

Se penso ad un’equivalente italiano di HEIMAT  mi viene in mente la parola  MATRIA che noi riferiamo alla lingua o alla terra madre; l’una, la lingua madre ci abita e ci anima e l’altra, la terra madre ci ospita  o ci offre il suolo natale e lo spazio di affermazione e di crescita. MATRIA terra  anche per distinguerla dalla Patria o dalle piccole patrie,considerati  territori politici contrapposti ad altri,  realtà aggressive, ambigue e mistificanti, spesso subite ed acritiche; patrie che si presentano  cinicamente interventiste-militariste ed istituzionalmente burocratiche o tecnocratiche, o populiste respingenti di profughi, migranti e stranieri, poco propense all’ospitalità ed accoglienza,  a far partecipare i propri cittadini alle decisioni politiche  o a socializzare la ricchezza socialmente prodotta;

MATRIA, una parola ed una rete di concetti e simboli inusuali nella nostra lingua madre italiana, quasi cacofonica  tanto è la sua originalità, ma presente in altre lingue minori o espressioni popolari e filosofiche.

                                                

alla madre terra o pachamama di pino de march

la pacia o paciare sono anche termini che ho incontrato nella mia iniziatica lingua madre (o matria) veneta per indicare l’un0,  il sostantivo – la pacia – o la terra mescolata con l’acqua o la forma fangosa della terra, l’altro,  il verbo  paciare – l’atto di giocare con questa terra fangosa o acquosa, o l’atto d’immergere le proprie mani in questo impasto fangoso per giocare o per creare  piccole forme portatrici di significato con questo fango

pacia,  anche come terra pronta per essere manipolata o pronta per creare delle nuove forme o figure

o piccoli ed arroganti esseri averi umani

o piccoli vulnerabili esseri terrestri

voi che vi credete onnipotenti

ma non ne comprendete ancora la potenza del vivente

riconoscete  la comune madre

riconoscete  la comune terra

e in questo atto d’umiltà non fideistico

ma d’amore sentito per la conoscenza

come consapevolezza

come responsabilità di cura

ritroverete nell’esperienza vissuta

nella relazione con il vivente

l’antica saggezza

ed in particolare la grandezza

dell’essere parte e dentro il tutto comune respiro flusso vivente

della grande madre terra o per i popoli nativi pachamama

o piccoli mortali esseri viventi umani ricordatevi delle vostre probabili radici ed origini linguistiche: la parola humus significa terra ed umano essere che viene dalla terra o fatto con la terra o meglio nutrito dalla terra.

versi di meditazione immanente dedicati alla matria terra da parte dell’attivista poetico e filosofico pino de march

 

Lettera elettronica del 24 ottobre 2003 della poeta sarda Virginia Farina a Pino  de March
Ciao Pino, spero che tu stia bene, e che il vostro lavoro (del laboratorio poetico: IQTP: In-Quie-Tempeste-Poetiche) di inquieti poeti stia camminando lontano…
grazie per avermi chiamato per la sera dell’8 ( sera notte di atti poetici e filosofici contro guerre interne ed esterne), come promesso ti invio i testi, ma prima vorrei dirti qualcosa di loro. Sono tre testi in un certo senso molto diversi, ma li ho voluti tenere insieme con un filo sottile, riunendoli sotto una specie di didascalia: due poesie disperate e un canto di liberazione…

il primo testo si chiama l’isola del naufragio, ed è nato dopo aver ascoltato il racconto dell’ennesimo naufragio davanti a Lampedusa nel giugno scorso…in questi giorni un altro terribile naufragio, altri uomini e donne e bambini divorati dal mare, corpi che emergeranno ancora fra le reti dei pescatori, e per quanto tempo il mare continuerà a vomitare i nostri segni di morte?

Allora, ho scritto questo testo, ho immaginato il vento riportare le voci di chi annegava..ho immaginato un vento che parlava nella “mia lingua”,in sardo, che come un ritornello per bambini cantava la trasformazioni di uomini, donne e bambini in corpi che cadono nel fondo senza più bocca, come pesci pescati per essere mangiati e ritornarci, a volte, alla bocca, come un boccone indigesto, con gli incubi ed i fantasmi che risalgono dalle nostre rimozioni..

Il secondo testo è nato a Sabbiuno, località nei colli bolognesi, davanti ai calanchi e mal piccolo monumento (il muro con i suoi fucili di bronzo e il rosso filo spinato cade a valle, verso la grande croce cava di metallo ….) dedicato ai partigiani fucilati dai soldati tedeschi(nazifascisti)….

Il terzo, infine l’ho voluto chiamare il richiamo di Cassandra, immaginando Cassandra come un uccello, come una piccola donna che ha fatto del suo intuito intuizioni…è la bellissima Cassandra di Christa Wolf, la donna che saputo portare tra le parole più forti contro l’orrore della guerra: tra uccidere e morire, vivere …con ostinazione biologica, animale, tutta umana, quella ostinazione che spingeva i ragazzi argentini a continuare a fare l’amore, ad avere bambini, mentre intorno li inghiottiva la – desaparecion – quella ostinazione che ci spinge a continuare a camminare ogni giorno, a continuare a giocare con la poesia come con le piccole cose..per questo il richiamo di Cassandra è solo un richiamo d’amore, come quello di un uccello che canta sopra un ramo.

A presto, allora,
Un abbraccio

Virginia FARINA
Due poesie disperate e un canto di liberazione di V.F.
L’isola del naufragio
Trasmigrano anime:
corpi di spirito-carne
si muovono muti
Sui passi del mondo,
Camminano nudi
I corsi forzati del viaggio –
Nell’attesa dell’onda
Nella pena di oceani in rovina –
Rovinose promesse:
qualcuno ha insegnato salvezza.
Insidiosa.

(Per questo
Per questo gridano
E migrano
Come uccelli impazziti
Si gettano in mare.)
Ahi Lampedusa,
sei diventata isola di dei minori
di dei che hanno smarrito
la via di casa
per farsi vecchi e bambini
e donne e uomini
con le ossa stanche
scaricati a braccia
dai loro naufragi
gettati sul molo
a seccare
come pesce pescato
già morto.

°°0°0° °°0°0° °°0°°0°0°°     bolle d’aria …..glu glu glu gluuuuu glu)

Narat su’entu
Sa oghe e’ su entu
Chi portat sa oghe
E chie oghe non tenet
E chie colant a fundu
E no tenet pius ucca
‘ca pische s’er fattu
E commente pische
Es piscadu
E finzas pappadu
Po ke torrare
A bortas
A bucca.

*****
Logudorese barbaricino

Dice il vento
La voce é  il vento
Che trasporta la voce
Per  chi voce non tiene

Dice il vento
La voce è il vento
Per chi va a fondo
E non tiene più la bocca
Perché pesce si è fatto

Dice il vento
La voce è il vento
(per chi) E come un pesce viene pescato
E anche mangiato
Per tornare
A volte
alla bocca
Dice il vento
La voce è il vento

Traduzione libera di pino de march

Sotto i fucili di Sabbiuno
(dove correva il fiume)

Qui: – dove voi siete morti-
Correva una volta un fiume
Tra le derive dei calanchi.

Qui: – dove voi siete morti-
Correva una volta un fiume provvisorio
-abbondante per le piogge in primavera
Essiccato dall’arsura delle estati
Rosso di bacche ed insicuro
Nell’autunno che alluviona le pianure.

Qui: dove voi siete caduti già morti-
La terra si è fatta morbida e pastosa
All’impazzire lento delle lune.

Qui: – si arrampica come un insetto alla collina
Un vecchio contadino senza nome.
Qui: – s’avventura inselvatichito un cane
Lasciando impronte a seccare con il fango.
Qui: – si copre d’erba la memoria di metallo
Lasciata cava a cantare con il vento.

Qui: -dove siete morti –
Non è’ rimasta pietra a trattenere
Il sangue rosso del macello.

Qui: – non ha pietra la terra
Ma argilla che pietosa
Inghiotta tutta intera.

Ma è qui?
Qui.
Qui.
Qui.
Dove è stato compiuto il macello
Dove la carne ha tremato
Dove dita di uomo (e di donna) al fucile
Per mille volte ancora
Hanno sparato.

Ma è qui?
Qui.
Qui.
Qui.
Dove cinquantacinque fucili
Hanno spezzato, strappato, spolpato
Qui: -dove rimangono soltanto fosse
A travasare il ricordo

Un verso – come strido animale
Per ogni morto che la terra
Ora – si rifiuta di ingoiare.
****
Il richiamo di Cassandra
Amore, vienimi accanto,
siedimi vicino,
senza spavento.

La città brucia sul fondo
e noi non possiamo più aspettare.

Amore morderò la tua divisa,
Fino a che sia consumata.

Nudo, ti mostrerò la terra
Dove finisce la conquista.

Amore percorrerò con un dito le tue braccia
E sopra il petto ti segnerò fiori di sabbia.

Amore, mi curverò di labbro alle tue gambe,
e baciandole insegnerò loro a danzare.

E poi, mi soffierò sopra il tuo ventre
Incendiandoti del vino e della sete nell’attesa.

E poi, mi stenderò sulla tua schiena
Rivelandoti la geografia segreta del respiro.
Amore, fino alla tua mano che si chiude
Insegnerò come anche il cielo
Può guardarsi capovolto.

Amore, fino ai tuoi occhi abbandonati
Insegnerò come il mattino
Non sia dato per la guerra.

Amore, ti dirò come è possibile orientarsi con le stelle
Senza doverle militare.

Amore, ti dirò ancora è possibile parlare amore
Nella lunga ombra della sera.

Amore, la città brucia,
così vicino,
e noi, non possiamo più aspettare

 

TESTO: ABBASSO LA PATRIA – di  Don  Lorenzo Milani
Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in  diseredati ed oppressi da un lato, privilegiati ed oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i i poveri possono e devono combattere i ricchi.
Ed almeno nella scelta dei mezzi sono migliori di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare distruggere, fare orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.

  1. Abbiamo idee molto diverse. Possiamo rispettare le vostre se le giustificherete anche alla luce del Vangelo o della Costituzione. Soprattutto se son uomini che pagano di persona. Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male e molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorre tra la Patria e valori ben più alti di lei. Non voglio con questa lettera riferirmi al Vangelo. E’ troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa. Mi riferisco piuttosto alla Costituzione.

 

Tratto dalla lettera ai cappellani militari del 22 febbraio 1965.  Per questa lettera (pubblicata dal settimanale Rinascita) Milani fu processato per apologia di reato insieme al direttore di Rinascita, Luca Pavolini.  Don Milani morì il 26 giugno del ’68, pochi mesi prima  della sentenza d’appello. Luca Pavolini fu condannato a 5  mesi e 2 giorni di carcere.

 

C’è però qualcuno cui non è mai stato consentito giudicare l’idea di patria. Né ieri né oggi. Gli anarchici, ovviamente.

(articolo di Susanna Schimperna pubblicato su Gli Altri, 25 febbraio)

Finché a parlare criticamente del concetto di patria erano gli artisti o i filosofi, nessun scandalo e nessun veto.

Per Voltaire la patria  e dove si vive felici

(la patria è dov’è il bene, avevano già detto Pacuvio, poeta della Magna Grecia tarantina e Cicerone prima di lui), per Flaubert l’idea di patria è “quasi morta, grazie a Dio”,

e per Samuel Johnson il patriottismo è nient’altro che l’ultimo rifugio di un briccone.

Rosseau, tipo spiccio, propose addirittura di cancellare le parole “patria” e “suddito” dal vocabolario, ritenendoli vocaboli indegni delle lingue moderne.
…..
C’è però qualcuno cui non è mai stato consentito giudicare l’idea di patria. Né ieri né oggi. Gli anarchici, ovviamente.

Chi altri?

Spietati sbeffeggiatori degli onori tributati alla triade DIO, PATRIA E FAMIGLIA, considerata fondamento di un pensiero e di un sistema sociale edificati sull’autoritarismo e la paura.

Convinti assertori dell’universalismo, dell’umanità che nell’altro non vede l’alieno o il nemico ma più opportunamente cerca i motivi di unione anziché di separazione.

Avversari dei confini, degli steccati, delle divise, delle guerre, dell’esaltazione della retorica del sacrificio.

Censori dell’utilizzo perverso del concetto di “onore” che nei secoli è stato adoperato per rendere possibile addirittura desiderabile, la difesa cieca di un intero ordine costituito, non importa quanto ingiusto, esecrabile, violento: quando torna comodo, il sistema di prevaricazione si trasforma in patria, e oplà, troverà ogni buon cittadino un leale difensore, disposto a combattere, uccidere ed essere ucciso.

Gli oppressi non hanno razza che li dividono, perché tutti appartengono all’unica razza esistente, quella umana.

La loro “patria” è il mondo intero.

Questo il significato vero del più famoso tra gli stornelli d’esilio, scritto da Pietro Gori sulle note di un motivo popolare toscano

“Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà, ed un pensiero ribelle in cor ci sta.

…dovunque uno sfruttato si ribelli, noi troveremo schiere di fratelli.. passiam di plebi varie tra i dolori, della nazione umana precursori”.
La canzone composta nel 1895, è autobiografica. Gori insieme ad altri compagni, era stato espulso dalla Svizzera, dove si era rifugiato. In attesa del treno che li avrebbe portati verso la nuova destinazione, gli esuli la cantarono per la prima volta sotto la pensilina della stazione di Lugano.

Il ritornello “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà” figurerà più tardi nelle bandiere degli anarchici italiani combattenti nella guerra di Spagna.

Aveva già scritto Mazzini: “Finché, domestica o straniera, voi avete tirannide, come potete avere Patria?

La Patria è la casa dell’uomo libero, e non dello schiavo”.
….
Secondo Bakunin, ogni popolo, fino alla più piccola unità etnica o tradizionale, possiede le proprie caratteristiche.

Esattamente come ogni singolo individuo

. Ma questo non vuole dire armarsi contro gli altri in difesa non si capisce di che.

A contrario.

La specificità può e deve aiutare ad acquisire valori universali, elevandosi al di sopra degli egoismi, smettendo di considerare sia sé stessi che la propria nazione (o meglio comunità) al centro del mondo.

Gloria, grandezza, interessi meschini: tutte istanze che Bakunin definisce “vane” e che si esprimono nel patriottismo politico anziché in quello “naturale”.

Ci vuole molta malafede oppure una grande rigidità mentale per non capire la differenza tra la patria del cuore, dei luoghi, delle tradizioni, e quella delle uniformi, del trionfalismo vuoto, degli inni che preparano alla riscossa (non sarebbe meglio essere sempre svegli invece che aver bisogno di riscuoterci?).

Oggi siamo alla sottolineatura continua e mai contestata di concetti nazionalistici quali appartenenza e identità culturale.

Esiste, e non è affatto male che esista, un sentimento di appartenenza al proprio popolo o gens, che nasce come diceva Bakunin, da un lungo processo storico, e più o meno si caratterizza per la condivisione di una lingua, di elementi culturali, di una terra  (di un paesaggio comune).

C’è poi la corruzione di questo sentimento, ed è questa corruzione di questo sentimento, che viene strumentalizzata. Patria e Nazione, patriottismo e nazionalismo, sono idee fasulle, in nome delle quali si muore, si uccide, si vive male coltivando l’irrazionalismo e la chiusura mentale, invece che aprendosi agli altri.

Le linee di demarcazione vere, infatti, non sono i confini di una  nazione, ma quelle che dividono vittime e carnefici, oppressi ed oppressori.

Tirare fuori l’appartenenza è come parlare di radici e valori;

per quello che significano oggi, sono una pregiudiziale il-libertaria e fortemente disturbante la psiche.

Il proposito, dichiarato, è di farci credere che senza queste tre cose rischiamo di perdere

la nostra identità –

intesa come conoscenza e senso di sé-

dovrebbe essere un processo integrato:

teoria e pratica, interrogarsi e muoversi, scavare dentro sé stessi e ingegnarsi a incidere sulla realtà circostante “plasmare la realtà, non è esattamente uguale a plasmare il mondo, idea che ha portato agli sfracelli che vediamo dell’utilitarismo più bieco, arrogante e incosciente).

Troppo facile e allo stesso tempo superficiale agganciare

il “chi siamo” al senso d’appartenenza ad uno stato, ad una razza, ad una ideologia, ad una religione, a qualunque cosa ci dia l’illusione di non essere soli, di essere in qualche modo protetti e per molti versi superiore agli altri.

Naturalmente possiamo immaginare un al di là, innamorarci di una idea politica, pensare che  la nostra lingua e il nostro paese siano i più belli del mondo. Ma un conto è farlo da persone libere, un altro è farlo nell’illusione di costruirci una identità.

5 TESTO: Stralci  di un’intervista di Guido Caldiron  a Claudio Magris, liberazione 22/5/11
G. C : “In un’intervista pubblicata recentemente  dal Corriere della Sera con il titolo – un dolore senza nome – lei ha evidenziato come alle tante vittime di mondo sempre più fondato sulla diseguaglianza sia negato anche il nome, vale a dire la dignità stessa di esseri umani. Come dare –un nome- e restituire dignità a chi è vittima di questa situazione?
C. M. : “Quel mio articolo partiva dall’episodio – e dunque dal problema generale – degli immigrati, degli spostamenti di masse sempre più grandi di persone, in condizione di sofferenza, disagio, miseria, sfruttamento spesso intollerabile, migrazioni che avvengono per le  ragioni più diverse.  In primo luogo, per combattere concretamente l’atteggiamento di odioso rifiuto nei loro confronti, non bisogna sottovalutare le difficoltà oggettive che potrebbe assumere il problema. Oggi in Italia si strepita indecorosamente e – vergognosamente sul piano umano – per un numero assolutamente sostenibile di persone che cercano rifugio da noi; è da vergognarsi anche rispetto agli altri paesi europei, che  non gridano al disastro pur affrontando problemi numericamente più grandi dei nostri.
……
G. C.:  Nello stesso intervento pubblicato dal Corriere della Sera lei sottolinea come immigranti e profughi appaiano oggi come – esclusi  a priori-:

cosa resta dell’Europa se non è in grado di far tesoro della sua storia e accogliere  chi fugge da guerre e povertà?

C. M.: Se l’Europa è – com’è – una culla inestimabile di civiltà, nonostante le colpe anche gravissime di cui si sono macchiati tanti suoi Stati, esso lo si deve proprio alla sua pluralità e all’apertura alla pluralità, che la contraddistingue sin dalle sue origini.

La cultura europea ha sempre posto l’accento sull’individuo, piuttosto che sulle  totalità filosofico-statali e l’individuo, gli individui, sono diversi per definizione ed è l’insieme delle loro diversità che costituisce una cultura, una civiltà.

Se il meccanismo dell’esclusione o ancor peggio dell’esclusione  a priori diventasse una caratteristica permanente dell’Europa, quest’ultima sarebbe finita. Sul  piano pratico, proprio il caso dell’immigrazione è l’esempio della necessità di una politica europea unitaria. L’immigrazione è un problema che investe l’Europa e deve essere affrontato concordemente, con una legge valida per tutti gli europei.
….
G.C :In – Utopia e disincanto – lei scrive che – l’identità non è un rigido dato immutabile, ma è fluida, un processo sempre in divenire, in cui continuamente ci si allontana dalle proprie origini- . Eppure in Europa l’idea oggi dominante è quella “delle piccole patrie” chiuse  e ostili verso l’esterno. Come coniugare l’identità, legame con il territorio e apertura verso “l’altro”?

C. M.: Allontanarsi dalle proprie origini non significa negare queste origini o non amarle, così come uscire dalla casa paterna per fondare una famiglia non significa rinnegare la famiglia d’origine da cui si proviene né amarla di meno. (in questa risposta seppure illuminata,  perdura inconsciamente l’idea patriarcale dura a morire che la casa natale sia sempre la casa del padre e non di entrambi i genitori-padre e madre-.
Tale pregiudizio è all’origine anche di un altro pregiudizio che la terra natale sia sempre la terra dei padri, cioè la patria. Patria deriva da parola latina Pater –che indica tutte le cose del pater familias – o dei padri di famiglia che compongono quell’aggregato politico territoriale).

Anzi la si ama liberamente e ancora di più, molto di più di chi ha verso le proprie origini un bloccato e ossessivo complesso viscerale (d’appartenenza).

E’ naturale e giusto amare la propria particolarità (terra, lingua madre ecc) ;

io amo il mio dialetto triestino e lo parlo con tutti i miei amici di Trieste, amo il paesaggio in cui sono cresciuto e che mi è apparso come la prima faccia del mondo, amo il mio paese, così come i miei amici e i miei compagni di classe.

Ma ideologizzare tutto ciò reca offesa non solo “agli altri”, a tutti coloro che si  vorrebbero tenere fuori, considerare altri e stranieri;

reca offesa soprattutto a questo schietto amore delle origini, alla sciolta e spontanea naturalezza con cui si vive la propria identità o meglio si vivono le proprie identità (perché ne abbiamo molte, non solo quella nazionale, ma anche quella culturale, politica, religiosa, sessuale e così via). La nostra identità nazionale per così dire originaria è spesso tutt’altro che compatta e monolitica, grazie a Dio. Mio nonno materno, nato in Dalmazia in una famiglia veneta d’origine greca, era un irredentista Italiano, ma io ho anche dei cugini, credo di terzo grado, croati, il che vuol dire che in un determinato momento della Storia, nella stessa famiglia, un fratello (mio nonno) si è sentito italiano e l’altro (fratello di mio nonno) croato. Il rancoroso micro-nazionalismo (peggiore dei grandi nazionalismi che sono naturalmente nefasti ma che comunque hanno delle valenze di ampio respiro), sterile egretto, trasforma il paesaggio natio in una artificiosa ideologia;
….
L’identità , la particolarità – essere italiano o tedesco, uomo o donna, bianco o nero, credente o agnostico e così via – non è ancora di per sé un valore,

ha scritto giustamente Mattvejevic;

è la premessa di un eventuale valore che noi possiamo costruire crescendo e operando sulla base di quella identità.

L’identità autentica si apre verso l’altro come l’amicizia, come l’amore; e tutto questo non per buoni sentimenti o per nobili ideologie, ma per spontanea, organica e creativa esigenza della persona.

Io sono quello che sono grazie alle persone che ho conosciuto e amato e con cui ho vissuto, e che naturalmente sono diverse da me;

ai libri che ho letto e che non ho scritto io e così via.

Dante ha espresso tutto questo una volta per tutte quando ha scritto che a furia di bere l’acqua dell’Arno aveva imparato ad amare fortemente Firenze, aggiungendo però che la nostra – patria- è il mondo come per i pesci il mare.

 

 

 

 

 

 

 

7 testo: dell’ingombro o dell’altro di Moni  Ovadia
Nel versetto 23 del capitolo 25 Parashà di Behar: “Ve haarets lo timakher litsmitut, ki lì haarets, ki gerim ve toshavim atem imadì”
(La terra non verrà venduta in perpetuità  perché la terra è mia e voi presso di me siete come stranieri e abitanti temporanei). 
Un brillante traduttore protestante sceglie questa strategia di traduzione:
perché  voi tutti presso di me siete come stranieri e meticci avventizi. Il comandamento dell’amore universale nell’alterità è enunciato dalla Torah con inaudita ed ineguagliata potenza espressiva nel contesto dell’irrisolvibile contraddizione di particolarismo ed universalismo che si rincorrono, si accolgono e si superano reciprocamente in un’interrogazione senza fine. 
Il “prossimo” non è mai connotato, dunque contiene in sé anche il nemico e persino lo sterminatore come insegna Lévinas nella sua memorabile riflessione sul processo al boia nazista Klaus Barbi che lo porta ad elaborare la teoria della “responsabilità per il volto altrui”. 
Franz Kafka la descrive con queste parole memorabili: “Avanti la recita dei primi versi di poeti ebrei orientali vorrei ancora dirvi, egregi signori e signore, che voi capite molto più yiddish di quel che pensiate […] Il che non può accadere finché alcuni di voi hanno, di questo gergo, una tal paura, che quasi gliela leggo in viso.[…] 
Lo yiddish è la più giovane lingua europea, non ha che quattrocento anni e in realtà è ancora più  recente. Non ha ancora formato strutture linguistiche così  nette come ci sono necessarie. Le sue espressioni sono brevi e nervose. Non ha grammatica. Certi amatori tentano di scrivere delle grammatiche, ma lo yiddish viene parlato senza sosta, e non trova pace. Il popolo non lo cede ai grammatici. 
Esso si compone solo di parole straniere. Queste, però, non riposano nel suo seno, ma conservano la fretta e la vivacità con cui sono state accolte.
Lo yiddish è percorso da un capo all’altro da migrazioni di popoli. 
Tutto questo tedesco, ebraico, francese, inglese, slavo, olandese, rumeno e persino latino che vive in esso è preso da curiosità e da leggerezza, ci vuole una certa energia a tenere unite le varie lingue in questa forma.
Perciò  nessuna persona ragionevole penserà  mai a fare dello yiddish una lingua internazionale, benché  l’idea si offra quasi da sé.
Solo il linguaggio della malavita vi attinge volentieri, perché  gli occorrono non tanto nessi linguistici quanto singoli vocaboli. 
E poi, perché  lo yiddish è stato a lungo una lingua disprezzata. […] E ora, in queste strutture linguistiche impastate di arbitrio e di norme fisse, si riversano ancora i dialetti. Perché tutto lo yiddish non si compone che di dialetto, compresa la lingua scritta, anche se in massima parte ci si è accordati sulla grafia. Con tutto ciò, signore e signori, penso di aver convinto, per ora, la maggior parte di voi che non capirete una sola parola di yiddish. Non vi aspettate un aiuto dalla spiegazione delle singole poesie. Se davvero non siete in grado di capire lo yiddish nessuna illustrazione di dettaglio vi potrà mai aiutare. Nel migliore dei casi capirete la spiegazione […]. Ma se ve ne state tranquilli, vi troverete di colpo nel bel mezzo dello yiddish. Ma una volta che esso vi abbia afferrati – e tutto è yiddish: la parola, la melodia cassidica e l’indole stessa [dell’ebreo orientale ndr]- allora non conoscerete mai più la vostra pace di un tempo. Allora sentirete la vera unità dello yiddish, e così forte, che avrete paura, ma non più dello yiddish: di voi stessi. Non sareste capaci di sopportare da soli questa paura, se dal yiddish medesimo non vi venisse anche una fiducia in voi stessi che fronteggia validamente tale paura e che è più forte di essa. 
 
 
Godetene meglio che potete! Ma se poi la perderete, domani o dopo – e come potrebbe reggersi al ricordo di un solo recital! – allora vi auguro di aver perso intanto anche la paura”. (Franz Kafka: dal “Discorso sulla lingua yiddish” in “Diari e confessioni”) 
Il popolo dello yiddish è stato un capolavoro di umanità: senza confini, senza frontiere, senza eserciti, senza burocrazie, senza deliri nazionalisti. Un popolo con la sua patria portatile, la Torah, che sapeva vivere a cavallo dei confini, fra cielo e terra, tenendo per mano l’ineffabile Dio del monoteismo come un compagno di giochi, rispettandone la maestà ma denunciandone contemporaneamente la correità nei mali del mondo. 
Un popolo di uomini semplici e sapienti che glorificavano l’uomo fragile e facevano della fragilità la potenza di chi accetta la sfida di redimersi redimendoil Santo Benedetto, capaci di vertigini di pensiero in cui il più umile si misurava con le asperità del sapere ebraico, capaci di stupore estatico di fronte ad ogni più insignificante manifestazione del creato e di pietas per il soffrire di ogni essere vivente, goffamente belli con i loro cernecchi svolazzanti ai lati delle tempie (ho sempre pensato che Gesù sia stato ritratto coi capelli lunghi perché aveva delle peyòt lunghe come un super khassid e così lo rappresenterò in un mio prossimo spettacolo) erano persino malinconicamente sublimi nei loro difetti e nelle superstizioni, separati dal mondo che li circondava ma non chiusi ad esso, ai suoi umori, ai suoi suoni, alle sue musiche e alla sua gente buona, sognatori ed umoristi per vocazione, inventori dell’umorismo ferocemente auto-delatorio come rimedio contro l’idolatria e la violenza. 
Questo “popolo della domanda che rimane aperta anche dopo che la bocca si è chiusa” era un ingombro insopportabile per un mondo brutale posseduto dal demone dell’odio, del nazionalismo, animato da pulsioni di morte, dalla brama di risposte perentorie, di supremazia. E’ stato così facile annientarlo perché era solo e indifeso, era troppo per un mondo così infame e violento: 
“E chi è mai un grande ebreo del passato di fronte ad un piccolo ebreo di oggi, un semplice ebreo di Polonia, di Lituania, di Volinia. In ogni ebreo urla un Geremia, ruggisce un Giobbe disperato, in ogni piccolo ebreo un re scettico canta il suo canto d’Ecclesiaste”. (Itzkhak Katzenelson: “Canto del popolo ebraico massacrato” Canto IX, Ai cieli.)
Al loro ingombro inespresso carico di energia spirituale e poetica, ho dedicato gran parte della mia vita, convinto che essi ci abbiano lasciato in eredità  la loro incessante interrogazione per costruire un futuro fondato sulla fragilità. Oggi l’ebreo ha perso questi statuti li cede in cambio di certezze, di confini, di forza, di status sociale autorevole, anche se talora il suo ingombro pregresso riaffiora: come nel caso dei deliri di un dittatore squalificato in cerca di facili consensi ed è il caso del presidente iraniano Ahmadinedjad. Un tempo l’ebreo era come lo zingaro, oggi lo zingaro è l’ebreo, porta l’ingombro che l’ebreo ha accantonato. 
L’antico ingombro dell’ebreo è sempre più spesso negli occhi di un palestinese che infrange il suo sguardo contro un brutto muro di cemento elettrificato o negli occhi di una palestinese che guarda la sua casa abbattuta e i suoi ulivi sradicati in nome della sicurezza. 
L’ingombro dell’altro è sempre lì per parlarci, sta a noi ascoltarlo.

                                                     Moni Ovadia             

 

ALLEANZA  MATRIA TERRA UMANITA’ E MOLTEPLICI LINGUE FORME DI VITA ED ESPRESSIONE

Matria come spazio ritrovato “per una possibile politica del vivente” in nome del valore d’uso  e come critica diffusa all’antropologia mercantile del valore di scambio o dell’homo oeconomicus
8 testo: Il divenire-donna e il divenire-matria
RIFLESSIONI SU ALCUNI CONCETTI DI G. DELEUZE
“E importante partire dal pensiero femminista” dice il filosofo Gilles Deleuze per la sua potenza emancipatrice, come fattore di differenza significativa;
(partire con un discorso sessuato  per avviare una critica antropologica radicale  della società bi-millenaria  cristiana e capitalista dominata da visioni e pratiche maschili di assoggettamento della terra e delle donne).
Dalla storia patria che domina terra, donne ed umani alla geografia matria terra che libera terra, donne ed umani

La Patria-Cielo
(o meglio l’astratto suolo Patrio direbbe Deleuze) è una riduzione storico-sociale antropologica fallocentrica dell’antico binarismo sessuale (mater-terra et pater-cielo),  divenuto con la dominazione patriarcale Matria-Patria o  in Madre-Patria; assoggettando con questa operazione simbolica e linguistica al padre fallico o meglio al centro immobile (direbbe Deleuze) attraverso operazioni politiche-militari-costituenti-maschiliste [appropriazione violenta della “mater o della donna (patriarcato) , della terra e dei territori, degli animali, del paesaggio (patrimonio),  degli umani che la abitano (dispotismo politico maschile) e della spiritualità (clero e potere sacerdotale maschile).

 

 

NOTTI DI NAUFRAGI E  DI NAUFRAGHI E DI APOCALISSI DI MONDO
In questo nostro viaggio attraverso il tempo e lo spazio per cercare di rispondere alle molte interrogazioni esistenziali e storiche dentro a questa strana strisciante apocalisse di mondi di vita e di innumerevoli naufragi,
ci affideremo alla memoria del vecchio poeta di strada e all’esperienza e all’immaginazione storica e poetica del flaneur di Hallberg, che segue il filosofo Benjamin nelle sue derive metropolitane, che sa ispirare, scuotere e cogliere e ridare vita e relazione e potenza immanente e senso di durata un tempo attribuito dalle tradizioni teologiche e mistiche e metafisiche agli angeli o ai demoni.
Il nostro flaneur sa ricomporre con gioia l’infranto e dare ai naufraghi della tragica liquidità ‘postmoderna’ generata da una diffusa precarietà materiale del tardo capitalismo nell’epoca della  finanza e delle sue speculazione di borsa, e da una diffusa mercificazione bottegaia e da una noia spleen intollerabili direbbe Baudelaire.
Insegnare alle nuove generazioni come a quelle degli uomini e delle donne più attempate di nuovo a volare, sognare, progettare spazi comuni di cooperazione e a scongelare le ali dei vecchi angeli della storia congelate dalle distopie capitaliste o socialiste realiste del Novecento.

 

PER UNA COMUNE UMANITA’
Ci affacciamo sullo stesso mare, facciamo parte tutti/e della stessa umanità, la sorte dell’uni  è profondamente collegata a quella degli altri.
In nome della comune umanità  prepariamoci ad uno sforzo straordinario  di accoglienza solidali di queste genti che fuggono, guerre, e perseguitati per  le loro opinioni politiche o religiose. .
Gli stati della riva del Nord del Mediterraneo, complici del tiranno assassino Geddafi e preoccupati solo dei loro sprechi affari, preparano ai profughi un trattamento disumano: li interneranno, schederanno, dislocheranno, respingeranno.
Ciò  che abbiamo conosciuto e combattuto in questi decenni a fianco delle persone immigrate si  concilierà centrato  moltiplicherà in un tempo concentrato: perciò è necessario e urgente moltiplicare l’impegno e gli sforzi di tutti coloro che sono disposti  ad accogliere tutti con solidarietà e generosità , a difenderli e proteggerli dal cinismo degli stati, e specialmente i quello italiano, complice del sangue che scorre nelle terre  di Libia. (TESTO TRATTO DALLA “LA COMUNE, FOGLIO DEL SOCIALISMO RIVOLUZIONARIO)

 

TRIESTE

AL PORTO

NEL MEZZO DELLA NOTTE

SINUOSI CORPI

 CLANDESTINI

AFFRATELLATI

ALLUNATI

INZUPPATI DI MARE

VELE SIBILANTI 

VIOLINI AUSTRIACI

SUONATI

DALLA BORA

DI PINO DE MARCH 
9 TESTO: ELOGIO ALL’OSPITALITA’ DI Etienne Balibar
Testo richiesta dalla rivista télérama del 27 aprile 2011: stranieri un ossessione italiana; pubblicato da Communty, nel  Manifesto 28  aprile 2011
Nel momento in cui scrivo queste righe, le immagini imbarazzanti, insopportabili, delle barche che approdano sulle spiagge di Lampedusa con il loro carico di Boat people che arrivano dalla Tunisia e dalla Libia e da ancor più lontano occupano gli schermi della televisione senza che se ne possa prevedere la fine. Giorni fa, dopo Marine Le Pen, Silvio Berlusconi si è recato a sua volta sul posto, promettendo deportazioni ai rifugiati e il premio Nobel agli abitanti, che non chiedevano tanto. I governi europei che avevano subappaltato alle dittature dell’Africa del Nord la “regolazione” brutale di questi flussi, stanno a guardare in un silenzio di piombo. Italiani, sbrogliatevela da soli. Africani, morite oppure tornate a casa con un fucile puntato sulle spalle.
Un po’ di onestà intellettuale proibisce di fare dei discorsi da benpensante. Posso avventurarmi allora a fare – l’elogio dell’ospitalità – , di quell’ospitalità senza condizioni che il mio maestro e amico, il filosofo Jacques Derrida, in saggi ormai famosi, aveva definito come la forma stessa della democrazia, e quindi della politica futura?
Questa ospitalità che ci chiede di accogliere lo straniero non soltanto come “simile” o un “fratello”, ma come un uguale con il quale costruire la “casa comune” dei nostri diritti e dei nostri progetti? Lo farò, malgrado grandi difficoltà, di cui sono consapevole.
Per tre ragioni.
In primo luogo, un appello ad un’ospitalità incondizionata deve esercitare un’influenza sugli stati, o addirittura imporre loro un vincolo. Ma non si rivolge soltanto ad essi. Dagli stati che gestiscono(molto male) i flussi di popolazione, i parametri della nazionalità, le polizie di frontiera, non ci aspettiamo nulla di tutto ciò. Non soltanto perché non ne sono capaci, ma anche perché questa non è la loro funzione. Il che non vuol dire però che gli stati debbano scaricarsi della propria responsabilità nello scatenamento di una inospitalità generalizzata che lede ormai la circolazione e la condizione degli uomini nel mondo, soprattutto dei più poveri. Al contrario, in nome del principio di ospitalità e dell’assolutezza che esso comporta, esigiamo dagli stati che creino le condizioni, al meglio possibile, per una circolazione degli abitanti della terra, correttamente “regolamentata” o meglio organizzata, con il concorso di tutti coloro che sono interessati, ma che sia essenzialmente libera.  Per fare questo, bisogna che cessi la strumentalizzazione delle paure e delle xenofobie, e che si sviluppi una discussione aperta sulle vere dimensioni economiche, culturali e demografiche delle migrazioni, sui cambiamenti che comporta, i problemi che pone e i mutui vantaggi che procura.
In secondo luogo, questo appello non si rivolge neppure alle persone che ci circondano, ma per una ragione opposta: queste persone non hanno bisogno di essere esortate a fare ciò che già fanno, e di cui insegnano l’urgenza, il valore e la difficoltà. L’ospitalità senza condizioni significa la solidarietà, l’accoglienza sotto un tetto, il soccorso, l’ascolto, la conoscenza, tutti elementi che spezzano l’isolamento degli stranieri sul territorio nazionale, in particolare in coloro che si trovano in una situazione di precarietà, di illegalità o di esclusione, a causa della violenta contraddizione tra i bisogni della loro esistenza e il potere degli interessi dominanti. E’ ciò che fanno ogni giorno i militanti dell’associazionismo – per esempio in Francia, quelli della Rete istruzione senza frontiere o della Cimade e dell’Anafe, ma ne esistono altri che sovente possono contare sull’aiuto dei sindacati, delle chiese, dei comuni o delle scuole. Queste persone, con la loro attività, ci mostrano che ospitalità (a differenza delle procedure amministrative o di polizia) non può essere impersonale, viene da qualcuno e si rivolge a qualcuno. Ma al tempo stesso, non esige dall’altro che si adegui a questa o quella definizione, che rivesta questa o quella “figura” o “abito” d’accettabilità (cosa che finisce sempre con la purificazione razziale, etnica o religiosa). Come ha spiegato Derrida, questa ospitalità riceve dall’altro una lezione di umanità e di universalità, più di quanto non lo impartisca. In un mondo dove nessuno sarà mai più assolutamente “diverso” da un altro, senza per questo fondersi in una sola e unica “identità”, si tratta di trovare un’antica tradizione di rispetto di sé e degli altri e di attualizzarla. Ma molti di noi occidentali abbiamo dimenticato a questo riguardo gli insegnamenti della nostra storia e dei testi fondamentali: l’Odissea, la Bibbia o la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Siamo decaduti, rispetto ad altre civiltà alle quali, però, pretendiamo di dare delle lezioni. 
In ultimo, la resistenza all’inospitalità riguarda la nostra cittadinanza: intendo riferirmi alla cittadinanza attiva, istituita collettivamente, che non si riduce mai all’obbedienza ai governi, ma al tempo stesso non si rifugia nell’irresponsabilità politica. 
In mancanza di ospitalità, gli stranieri(o alcuni tra loro, in certo senso i “più stranieri degli altri”) vengono trattati come nemici temibili, indesiderabili, da odiare. Questa perversione dell’appartenenza non rafforza gli stati né preserva le nazioni. Al contrario, li delegittima e li destabilizza. Instaura uno stato di d’emergenza permanente che si apparenta ad una guerra civile mondializzata.  Annuncia catastrofi che non saranno più soltanto “umanitarie”. In mancanza di ospitalità, i cittadini di qui e quelli dell’altrove (per esempio, gli europei e gli africani), tra i quali si eleva un muro di segregazione e di pregiudizi, non possono più pensare ai loro interessi comuni (lavoro, occupazione, creatività, ambiente, scuola…) e risolvere i loro conflitti (sia che risalgono al passato o siano attuali). Nessuno credi che gli interessi si armonizzino spontaneamente, ma nessuno deve pretendere, d’altra parte che siano inconciliabili. In mancanza di ospitalità, le popolazioni vengono ridotte a delle “variabili d’aggiustamento” per l’economia di mercato oppure delle “razze” trasformate in capro espiatorio in periodi di crisi (come dimostra oggi la stigmatizzazione dei Rom): non sono dei popoli, nel senso storico, culturale e democratico del termine.
Fare l’elogio dell’ospitalità, e metterla in atto malgrado tutto, non significa quindi rifugiarsi nel moralismo o, come alcuni dicono, nell”’angelismo”, ms vuol dire al contraro lavorare senza sosta, in quanto cittadini di un certo stato e del mondo, a fare in modo che l’incondizionato, che è semplicemente l’umano, entri nella realtà.  Significa fare politica, e ricreare la politica.  

QUESTE TRE POESIE SONO DEDICATE A TRE DONNE : UN’EBREA, UNA ZINGARA, UNA PRECARIA, FANNO PARTE DI UN TRITTICO ECOSOFICO SULLA UMANA MINORITA’
pino de march

poetic_attivista del  foglio espressionista versitudine

 

MUGGIA 21 LUGLIO 2004

AD NUTUM

CON UN GESTO

“IL PADRONE” TI PUO’ DI NUOVO CACCIARE

OPPURE

LASCIAR DIVORARE LENTAMENTE DALLE SUE MACCHINE 

 

Marianna

Ventisei anni

Operaia interinale

Nel pastificio  “Zara” di Muggia/di Trieste

divorata da una macchina imballatrice di pasta

 

 

 

 

 

BACCHE DI SAMBUCO D’ORIENTE

ALLE SETTE DI UN MATTINO ASSONNATO

CON UN SOLE VOLATO GIA’ ALTO

IN UN BAGNO DI SUDORE

A DUE PASSI DA UN MARE MUGGIANTE

SEI STATA TRASCIANTA 

DIVORATA A TERRA

DA UN MOSTRO TECNOLOGICO

SEI STATA IMMOLATA

 

A QUELL’ALTRO MOSTRO ECONOMICO

CHE PORTA UN NOME GIA’ NOTO AI MODERNI

“DAS KAPITAL”

NOME ASEGNATOGLI

DA UN ANALISTA RAFFINATO

EBREO

COMUNISTA

TEDESCO

 

MARIANNA

NELLA TUA CONDIZIONE PRECARIA E TRABALLANTE 

NON POTEVI CONOSCERE

QUEL MOSTRO BIGIO DALLE TRENTA TESTE

CHE TI HA SOFFOCATO CON LE SUE MANI PRESSE

 

MARIANNA

TI IMMAGINO

CAPELLI GRANO DI DANUBIO

SCAPIGLIATI DALLA BORA DEL MATTINO

CON CIOCCHE VIOLACEE

DELLE BACCHE DEL SAMBUCO D’ORIENTE

DIVINITA’ ARBOREA  DELLE TERRE DALMATE VICINE

 

 

 

MARIANNA

I TUOI SESSANTA COMPAGNI E COMPAGNE

CUMPANIS

CHE NON TI CONOSCEVANO ANCORA

AMMUTINATI

AMMUTOLITI

SUL PONTE DELLA ZARA

ALZANDO

PUGNI CHIUSI DI RABBIA

CONTRO IL CAPITANO DI VENTURA

 

IN UN IMMENSO SILENZIO

DI MACCHINE

DI LACRIME 

PROTESTANTI NON CONTRO LA CATTIVA SORTE

MA L’ANNUNCIATA TRAGEDIA

DELL’INSICUREZZA PERMANENTE

DEI LAVORI CONTEMPORANEI

 

MARIANNA

IL SOLE GIA’ TRAMONTA ALL’ORIZZONTE SU VENEZIA

E UNA PALLIDA LUNA AD ORIENTE

TRA OMBRE BALCANICHE  E SOFFI DI BORA

ANNUNCIA NEFASTI GIORNI INFERNALI INTERINALI

 

BOLOGNA ESTATE 2004

AD UNA ZINGARA IMPICCATASI NELL’ESTASTE

DELL’ANNO DUEMILAQUATTRO ALLA DOZZA

E

A TUTTE LE ALTRE UMANE VITTIME

DELLE CARCERI E DEI CENTRI DI DETENZIONE TEMPORANEA

 

 

 

NOMADI FIORI DI CALENDULA

 

LA LUNA

QUELLA NOTTE CHE TI SEI LASCIATA APPENDERE

AD UN FILO DI DISPERATA SELVATICHEZZA

ERA CIRCONDATA

DA UNA BIANCA LUMINOSA CORONA

SEGNO PER UN TUAREG

CHE UNA REGINA

DA QUALCHE PARTE

VIAGGIA IN QUEL CHIARORE

 

TU CHE AMAVI

GUARDARE NEGLI OCCHI LE STELLE

PER LEGGERMI IL PRESENTE

TI SEI LASCIATA APPENDERE

AD UN FILO URLATO DI DOLORE

IL CIELO

QUELLA NOTTE

ERA TRAPUNTATO DI FIORI DI SOLE

TU QUELLA NOTTE

NON HAI SOPPORTATO

DI STARTENE CHIUSA

IN UNA CASA DI PIETRA

CHE PER TE E PER LA TUA GENTE

E’ COME UNA CASA DI TOMBA

QUELLA NOTTE CHIARA

TI HO VISTO VOLARE VIA

TRA NUVOLE E CALENDULE

TU CHE HAI ABITATO SOLO TENDE

TU CHE HAI VIAGGIATO NEI SECOLI

SU RUOTE ALATE

TRA CIELI BLU E TERRE VERDI

TE NE SEI INVOLATA VIA

 

NELLA TUA LONTANA INDIA

LA MATTINA SUCCESSIVA ALLA BOLOGNINA

SULL’AUTOBUS VENTISETTE

HO INCONTRATO SOLITI SCIAMI

DI BAMBINI SCALZI E MOCCICANTI

CON OCCHI BAGNATI E TRISTI

INSOLITAMENTE SILENZIOSI

LE LORO MAMME

AVVOLTE IN TELE COLORATE

TRISTI ED AFFRANTE

CHE NON AVEVANO PIU’ 

 

QUELL’ENERGIA OSTINATA

DI CHI STA NELL’ESTREMO

DEL BISOGNO

QUELL’ENERGIA OSTINATA

DI CHIEDERTI LA MANO

DI DARLI UNA MANO

 

QUELL’ENERGIA OSTINATA

CHE NOI GAGI LEGGIAMO

FASTIDIOSAMENTE ALLA ROVESCIA

ROMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMMM

 

NOTE:

DOZZA PRIMO SINDACO COMUNISTA BOLOGNESE

DOZZA ANCHE IL NOME DEL NUOVO CARCERE DI BOLOGNA

BOLOGNINA, QUARTIERE OPERAIO STORICAMENTE NOTO

PER UNA RESISTENTE LOTTA PARTIGIANA CONTRO I NAZIFASCISTI

MA ANCHE PER ESSERE IL LUOGO DELLA SVOLTA NEOLIBERALE

DI OCCHETTO ALLORA SEGRETARIO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO

 

 

A CAECILIA ROSENFELD

rosa gialla tra altri colori spenti e rose recise

 

Sei stata punta in un giorno infausto

Da una spina di rosa velenosa delle valchirie

sei stata ammassata sulla ventiquattresima strada di ferro

con altri spinati della strada di sopra

i Kaufmann

i Levi

gli Altshul

da superuomini

da semidei accecati

dall’odio di Odino

 

uno stravolto dio ariano

alla fine di un tragico nord

nel nordend

in una grigia Francoforte sul Meno

grau frankfurt main

sei stata trascinata

attonita

muta

su carri bestiame

 nel disorientante campo glaciale

 confinato di ferro spinato di Theresienstadt

là dove ogni sole si spegne

sei stata avvolta nelle fiamme

nello sterminato campo di Aushwitz

in una notte piena di ombre

di luna

di lupi grigi

del millenovecentoquarantaquattro

ti ho intravista per caso

una mattina

d’estate

di luglio

di sabato

del duemila e quattro

da una luccicante placca gialla

fulminata dal sole

lunga tredici righe

di un quaderno nerorosso

di impressioni ed espressioni

mentre andavo correndo

per la mia solita corsa zen al parco cinese

tra strademontagne abbondanti di piogge

bergerstrasse

 

tra farfalle di pietre rosa

tra farfalle di pietre verdi

tra strade di rose verdi

tra sfreccianti amazzoni su cavallebiciclette

profumavi di rose galliche

di rosa bianca erano i tuoi cappelli

sui tuoi ultimi settantasette anni

il tuo volto era vellutato di rosa

come LIFTHAASIR la madre della nuova Umanità

sorridevi franca forte decisa discreta

tale e quale donna europea ebrea-turca-tedesca cosmopolita

 

pino de march   poetic_attivista del foglio espressionista versitudine

FRANKFURT AM MAIN

NORDEND

SHEFFELSTRASSE 24

Hier wohnte

Caecilia Rosenfeld

Jahre gebornet 1875

Geb. Simons

Deportirt Theresienstadt 1942

Emordert Aushwitz 1944

Qui abitava

Caecilia Rosenfeld

Nata nell’anno 1875

Famiglia di nascita: Simons

Deportata a Theresienstadt nell’anno 1942

Assassinata ad Aushwitz nell’anno 1944

 

 

 

In molti marciapiedi di Frankfurt am main ed in modo particolare nel quartiere Nordend, là dove sono avvenuti prelevamenti coatti di ebrei dalle loro case e loro deportazioni, nei vari lager di concentrazione e di sterminio da parte della polizia politica nazista, per ricordarli, un’associazione ebraico-tedesca con il contributo tecnico-politico dell’amministrazione rosasocialista della città del primo dopoguerra, ha provveduto a collocarvi una targhetta davanti alla casa del perseguitato e deportato, per ricordare ai passanti distratti, che spesso nella storia le banali distrazioni politiche quotidiane sono muta complicità con gli esecutori urlanti di orrori umani.

Seguono:

Oberweg 4

di fronte alla Musterschule

(una delle scuole superiori più vecchia di Frankfurt am main,

e in questa scuola c’è l’elenco completo degli studenti ebrei frequentanti e deportati dai nazisti e i loro abiti , le loro scarpe da ginnastica, i loro berretti, le loro borse dimenticate , appese tutte in un dei corridoi che portano alla segreteria.

GIUSEPPE DE MARCH DETTO PINO DE MARCH, NUOVA VOCE ESPRESSIONISTA 

Le matrie lingue elementi costituenti del proprio essere individuale e sociale,  come resistenze all’omologazione e alla cancellazione del proprio essere singolare e comune espressivo
RESISTENZE DELLE LINGUE TAGLIATE

 

TESTO DI TULLIO  DE MAURO  PER I 150 ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA
MATRIA LINGUA ITALIANA
Secondo Tullio de Mauro :
“la scelta del fiorentino scritto trecentesco a lingua che, sostituendo il latino, fosse lingua comune dell’Italia si andò affermando già nel secondo Quattrocento nelle nascenti amministrazioni pubbliche dei diversi stati in cui il paese era diviso e si consolidò poi tra letterati del XVI secolo quando sempre più spesso la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio cominciò a dirsi italiano e non più fiorentino o toscano.
Spingeva in questa direzione l’aspirazione ad avere una lingua nazionale come già avveniva nei grandi stati nazionali europei.
Rispetto ad altre parlate italiane, alcune già illustri come il veneziano e il napoletano, il fiorentino scritto aveva il vantaggio di una grande letteratura di rango europeo, il sostegno dell’attiva rete bancaria e commerciale toscana, una assai prossimità al latino, che era la lingua dei colti.

ANALFABETISMO, FERROVIE ED ESERCITO
Tuttavia la tradizione  letteraria dei colti fu un filo importante nella vicenda storica. Nell’Italia preunitaria, scrittori, politici, patrioti da Foscolo a Cattaneo e Manzoni, alla diplomazia piemontese, poterono additare a giustificazione storica della richiesta di unità ed indipendenza dell’Italia l’esistenza dell’unica lingua nazionale.
Ma non mancarono mai di sottolineare il fatto che l’uso dell’italiano era allora assai ridotto. E’ un tema ricorrente.
Nel 1861 data di unificazione dell’Italia  “il 78% della popolazione risultò analfabeta. La scuola elementare era poco frequentata e mancava in migliaia di comuni.
L’intera scuola post-elementare era frequentata dall’1% delle classi giovani.
Secondo le stime la capacità  di usare attivamente l’italiano apparteneva al 2,5% della popolazione.
Un valoroso filologo purtroppo scomparso ha rivisto questa stima al rialzo, suggerendo che la capacità di capire l’italiano appartenesse al 8 o 9%.
Le classi dirigenti  dell’Italia Unificata puntarono esclusivamente su esercito e ferrovie, non sulla scuola.
Solo nel periodo giolittiano, primi del ‘900, cominciò una forte spinta popolare all’istruzione, come riflesso della grande emigrazione verso paesi in cui leggere e scrivere era normale, e come conseguenza diretta del costituirsi di associazioni operaie e contadine e del partito socialista italiano.
La scolarità  cominciò a crescere e anche il prodotto interno lordo destinato alla scuola (edilizia scolastica)
Ma il  processo si bloccò  con la prima guerra mondiale(1915-18),  e poi dal 1925 in poi, per tutto il periodo fascista.
All’inizio del suo cammino la Repubblica si trovò con il 59,2 % di analfabeti e senza licenza elementare, con un indice di scolarità di tre anni a testa, a livello dei paesi sottosviluppato.
Oggi l’italiano è parlato dal 94% degli italiani.  Solo il 6% tra le mura domestiche parla il dialetto. Il 5% parla lingue minori .

 

 

 

 

 

 

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SAGRA DI PRIMAVERA E FESTA DI LIBERAZIONE

Festa della Liberazione – Sagra della Primavera

Domenica 24 aprile 2016

Dalle ore 14 alle ore 19

Zona ortiva di via Erbosa 17 – Bolognina

Liberi interventi con musiche, poesia e prosa, balli e canti

Promotore Pino De March, Versitudine

Ognuno porti qualcosa da bere o da mangiare, da cantare o da dire, da ballare o da suonare

 SAGRA  DI PRIMAVERA                              

SAGRA derivazione dal latino SACRUM  inteso non nel senso di sacro religioso come sacrificio, ma come festa o giorno di gioia vissuta in comune nella natura. Meglio festa alla natura nel nostro caso alla Primavera, per ricordarci in questi giorni di germogliare di vita, di affermazione di vita, di potenza in atto,  la nostra comune origine dalla Terra,  come tutti gli altri esseri viventi non umani.

“Vieni qua, vieni qua, Fedro. Ascolta. Voglio farti un discorso che sembra un testamento. Ma ricordati, io non mi faccio illusioni su di te: io so, io so bene, che tu non hai, e non voi averlo, un cuore libero, e non puoi essere sincero: ma anche se sei un morto, io ti parlerò.

Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori d’amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi.

Per il capo tosato dei tuoi compagni. Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate. Difendi il prato tra l’ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienila nel cuore. La confidenza col sole e con la pioggia,                                                                                                                                   tratto da ‘la mia gioventù’  di P.P.Pasolini

 

FESTA  DI LIBERAZIONE     

Alla terra liberata ritrovata amata                                                             SI  ALLA MATRIA TERRA come luogo delle madri lingue-culture dove ci sente a casa propria ovunque, terra aperta alle/delle genti

No ALLA PATRIA TERRITORIO  come luogo dei padri limitata-chiusa all’appartenenza ad una gens che ne esclude delle altre.                                                                                                                                   

La Repubblica è dentro, nel corpo della madre.                                                          ‘ lo sai, è sapienza sacra. Difendi, conserva, prega!

I padri hanno cercato e tornato a cercar  di qua e di là, nascendo, morendo, cambiando: ma son tutte cose del passato. Oggi: difendere, conservare, pregare.

Taci! Che la tua camicia non sia  nera, e neanche bruna. Taci! che sia una camicia grigia. La camicia del sonno. Odia quelli che vogliono svegliarsi, e dimenticarsi delle Pasque.’

Tratto da la ‘mia gioventù’ di P.P.Pasolini

Musiche

le sacre du printemps  da Vivaldi a Stravinkij                        

                        

Poesia e Prosa

Francesco Lamanna, Serenella Gatti, Gianfranco Corona,  Loredana Magazzeni, Tito Truglia, Claudia Zironi, Anna Zoli, Graziella Poluzzi,Elio Perrone,  Cira Santoro, Valeria Rossi, Marcella Colacci, Carlotta Grillini altri ed altre se ne aggiungeranno …

balli e canti

 

Canti salvatore Panu, musicista

Laura Privitera,musicista

 

Canti sociali: di festa, di  lotta, liberazione e d’amore

 

Progetto della libera comune università bolognina.

Pino de March-Salvatore Panu- Marinella africano

 

ALLA MATRIA TERRA LIBERATA RITROVATA AMATA

Tratti dell’intervista di Angela Mayr sul ‘il Manifesto’  del 20 Aprile 2016 all’ex capogruppo dei Verdi Alexander Van der Bellen dato per favorito al primo turno alle presidenziali austriache del 24 aprile 2016, in sfida con il partito xenofobo populista FPOE –FREIHEITLICHE PARTEI OESTERREICHS –PARTITO  DELLA LIBERTA’ DELL’AUSTRIA .

BIOGRAFIA

ALEXANDER VAN DER BELLEN

Nato a Wien e cresciuto in Tirol da genitori fuggiti dall’Estonia.  E’ stato dal 1997 al 2008 portavoce nazionale dei Verdi Austria. Ora ha 72 anni ex Professore di economia politica all’Università di Wien e di Innsbruck. Stile ironico e riflessivo e decisamente non populista, percepito come diverso e non assimilabile ‘all’odiata casta dei politici’.

NON ESISTE UN’EMERGENZA PROFUGHI, E’ LA DESTRA POPULISTA A CREARLA.

A.MAYR                                                                                                                                                                                           Per la prima volta in una campagna elettorale lei ha usato il concetto di HEIMAT, patria, luogo di casa, distinto da VATERLAND, termine normalmente utilizzato dalla FPOE. Su quali contenuti si fonda e si distingue il suo HEIMAT  da quello  di VATERLAND propagato dalla destra ?

ALEXANDER VAN DER BELLEN                                                                                                                                                                               Io sono figlio di rifugiati, e l’Austria mi ha regalato una patria(HEIMAT). Patria(HEIMAT) è  per me qualcosa dove mi posso sentire bene, a mio agio, dove sono accettato, dove nel corso del tempo trovi lavoro, forse fai anche carriera. Patria dev’essere qualcosa di aperto (HEIMAT) e non limitata a gente (come appartenenza) che èqui magari da trecento anni come piacerebbe alla FPOE (VATERLAND).

Se pensiamo ad un’equivalente di HEIMAT  penso ad una nostra equivalente MATRIA che noi riferiamo alla lingua o alla terra che ci ospita o terra natale. MATRIA anche in opposizione alla Patrie o alle piccole patrie, realtà ambigue, mistificante e per abitudine acritica o subita,cinicamente militarista ed istituzionalmente burocratica o tecnocratica non civica o sociale, che ama essere coinvolta in tutte le operazioni di guerre esterne-neocoloniali o interne-sicuritarie , a tutela di un mortificante ordine mondiale o locale capitalistico, indifferente a natura o umanità, distruttivo di terra o di relazioni umane; e quando manifesta ‘umanità’ lo fa in modo peloso o di tanto in tanto come coi migranti nelle acque del Mediterraneo o alle frontiere verso nord lasciando ‘andare’ senza accogliere. Patria generosa nel delegare  agli altri l’accoglienza con la Libia ieri e la Turchia oggi (con le deportazioni dalla Grecia alla Turchia I profughi di Lesbo e con forti incentivi finanziari per trattenerli alle frontiere d’Europa) o nel condurre guerre petrolifere nel resto del mondo con gli eufemistici  contingenti ‘di pace’ o ‘democratiche  ed umanitarie’ .

MATRIA, una parola ed una rete di concetti e simboli inusuali nella nostra lingua madre italiana, quasi cacofonica  tanto è la sua originalità, ma presente in altre lingue minori o espressioni popolari e filosofiche.

JULIA KRISTEVA , filosofa, femminista e psicoanalista

Identifica questo termine ‘matria’

come ‘un altro spazio’ rispetto alla consueta legittimazione territoriale di qualche Stato,

‘un altro spazio’ come luogo interiore(non solo simbolico ma materialmente condiviso e vissuto a contatto con i Corpi e i Corpi della Terra )  nel quale creare una ‘parte propria ’(non separata dal ‘tutto vivente’ed umano).

Il termine ‘matria’è stato utilizzato di consueto  da popoli indigeni (o nativi) come i Mapuches  o Aymaros per indicare ‘lo spazio di vita’o ‘la terra che li ha generati, ospitati o nutriti’ o come ‘madre terra o pachama’.

 

 

 

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FESTIVAL DELLA POESIA EUROPEA FRANKFURT MAIN 2016

IX EDIZIONE DEL FESTIVAL DELLA POESIA EUROPEA                     Francoforte sul Meno, 19 – 21 Maggio 2016

 

PROGRAMMA

Ferruccio Brugnaro(Italia),Corrado Calabrò(Italia), Pino de March(Italia), Laura Cecilia Garavaglia(Italia), Eric Giebel (Germania),Vincenzo Guarracino(Italia),KlàraHurkova (Repubblica Ceca),Lisa Mazzi (Germania),MalgorataPloszewska (Polonia), Ursula Teicher-Maier (Germania), André Ughetto (Francia), Diego Valverde Villena (Spagna), Barbara Zeizinger (Germania).

Giovedì 19 Maggio 2016

Ore 17.00

 

Hotel Monopol, MannheimerStraße11-13, Francoforte sul Meno

Incontri e Saluti

Ore 17.30

Apertura del Festival e saluto del Console generale d’ItaliaDr. Maurizio Canfora

Presentazione del Programma

Ore 19.00

“Club Voltaire”KleineHochstraße 5

Ferruccio Brugnaro legge dal libro “Per un pugno di sale”  (Zambon Verlag)

Dialoga con l’autore l’editore Giuseppe Zambon

Ore 20.00

Dibattito sul tema “Intellettuali e Potere” con i Poeti del Festival

Moderatore:Hartmut Barth-Engelbart

 

Venerdì 20 Maggio 2016

Ore 11.00

Visita alla città e ai Musei

Ore 12.00

Il mestiere del poeta. Incontroconglistudenti della ScuolaBilingueFreisherr-Von-Stein Schule: Ferruccio Brugnaro, Barbara Zeizinger e Pino de March

Ore 18.00

Hotel Monopol, Mannheimerstr. 11-13, Frankfurt am Main

Caffè Goethe:

Incontro con i Poeti del Festival

Ore 19.00-21.00

Sala Beethoven:

Soirée con le voci d’Europa: Laura Cecilia Garavaglia,MalgorzataPloszewska, Diego Valverde Villena , Ursula Teicher- Maier

Legge in tedesco Barbara Zeizinger

 

Sabato 21 Maggio 2016

Ore 11.00

DeutscheItalienicheVereinigung, Arndtstraße 12

Omaggio a Leopardi: “Il tempo del Nord”

Conferenza con il prof. Vincenzo Guarracino, critico letterario e poeta.

Testimonianze dei Poeti del Festival

Conduce la Dr. Caroline Lüdenssen

Ore 15.30

Libreria “Internazionale SüdSeite” Kaiser Str. 55

Lisa Mazzi legge dal libro“Frammenti”

Ore 19.00-21.00

Goethe-Università, Casino,Raum 1.802, Campus Westend, FürstenbergerStraße

Gebäude

Letture critiche con Corrado Calabrò, Andrè UghettoKlàraHurkovaed Eric Giebel

Moderatrice: Prof. Laurette Artois

 

Direzione artistica:Marcella Continanza

Ufficio Stampa:     Valeria Marzoli

Team:Grazia Sperone,   Rosa Spitaleri

Traduzioni: Caroline Lüdenssen,Daria Leuzzi

Organizzazione: Associazione “Donne e Poesia Isabella Morra di Francoforte sul Meno”

Comitato del Festival:                           “Clic Donne 2000”

 

eu_poesiefestival.frankfurt@yahoo.com

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SIMPOSIO DI PRIMAVERA COME RISVEGLIO DEI SENSI E DEL SENSO

DIGITALI  CO-E-VOLUZIONI NEO UMANE LENTE E RIFLESSIVE PER GUTENBERGHIANI E VELOCI E PRAGMATICHE  PER TURINGHIANI 
[…]
Così l’emblematico bambino di New York, passeggiando per le strade
non tocca mai niente che non sia stato scientificamente elaborato, fabbricato, pianificato e venduto a qualcuno. IVAN ILLICH –Descolarizzare la società)
SIMPOSIO DI PRIMAVERA COME RISVEGLIO DEI SENSI E DEL SENSO
SI PUO’ PARLARE DELLA PERDITA DEI SENSI (DE-SENSORIALIZZAZIONE) E
DEL SENSO (DIS-INFORMAZIONE) NELL’ERA DIGITALE?
CONVERSAZIONE CONVIVIALE SUL RAPPORTO TRA NUOVE TECNOLOGIE INFORMATICHE-DIGITALI @ AGIRE UMANO, @ ESPERIENZA @ ESISTENZA
@ EDUCAZIONE E DIDATTICA
@ COVERGENZE MOLTEPLICI E PSICOTECNOGIE
@ SCIENZE E TECNOLOGIE CRITICHE
@ SCIENZE SOCIALI , ANTROPOLOGIE, FILOSOFIE CRITICHE E NEUOSCIENZE
@ PRODUZIONE, RIPRODUZIONE E COOPERAZIONE SOCIALE
@ CREAZIONE DI NUOVE FORME DI VITA IN MONDI COMUNI
L@E@N@T@E@Z@Z@A
DOMENICA 20 MARZO 2016
ZONA ORTIVA –BOLOGNINA
VIA ERBOSA 17
(A FIANCO AL CAMPO NOMADI)
CONVERSAZIONI DALLE ORE 9 ALLE 14
PRANZO DALE 14 ALLE 15
CONCLUSIONI DALLE 15 ALLE 17
PARTECIPANO
MARINELLA AFRICANO – operatrice ed osservatrice culturale
DIMITRIS ARGIROPOULOS – pedagogista delle pratiche educative speciali
FRANCO BERARDI – agitatore culturale, scrittore, filosofo
VITTORIO CAPECCHI – sociologo e analista sociale
CLARA FORNARO – artista visiva
TULLIO MACCARONE – educatore ed impegnato nelle pratiche di cittadinanza attiva
ANTONIOMANZIN – osservatore culturale
FEDERICO MONTANARI -SEMIOTICA DEI MEDIA, COMUNICAZIONE VISIVA. SEMIOTICA E DESIGN .
VALERIO MINNELLA – informatico e impegnato in pratiche comunicative sociali in rete
GIOVANNA MORELLI – artista critica e analista filosofa sociale
SALVATORE PANU – musicologo e musicista
GIUSEPPE SCANDURA – antropologo impegnata nelle pratiche di cittadinanza attiva
MARGHERITA ROMANELLI – cooperatrice internazionali e impegnata nelle pratiche di cittadinanza attiva
ANDREA SEDINI – ricercatore riflessivo su aspetti teologici e sociali del pensiero di Illich
ANTONIO VALENTINI – osservatore culturale
Ed altri se ne aggiungeranno ….
ACCORDA
PINO DE MARCH – poeta, ricercatore neuroscienze affettive ed educazione co-ricerca in età adolescenziale, relazioni umane e psico-socio-analisi e pratiche di cittadinanza attiva
PROMUOVE : COOPERAZIONE EDUCATIVA DELL’EUROPA MEDITERRANEA
GRUPPO TERRITORIALE BOLOGNA DEL MOVIMENTO DI COOPERAZIONE EDUCATIVA
DIPARTIMENTO ALLA TERRA DI COMUNIMAPPE -LIBERA COMUNE UNIVERSITA’ DELLA BOLOGNINA
DIMITRIS ARGIROPOULOS – pedagogista delle pratiche educative speciali
CONTTATTO: Versitudine@gmail.com (pino de march)
PER UN’ARTE DI NAVIGAZIONE ATTRAVERSO LE NUOVE TECNOLOGIE DEI NEO-UMANI NEL XXI SECOLO
[ …] Persino i desideri e le paure sono plasmati dalle istituzioni […] Tutto ciò che c’è di buono è il prodotto di qualche istituzione specializzata […] Persino la sua fantasia è stimolata a produrre fantascienza.
L’equivalente prototipo di uomo il quale sa che tutto quanto è richiesto viene prodotto, ben presto finisce per aspettarsi che niente di ciò che viene prodotto possa non essere richiesto [...] Non andare dove si può andare sarebbe sovversivo.(55)
È questo un feed-back decisivo per comprendere il nostro Absurdistan, la nostra « capacità di perseguire obiettivi assurdi ». L’ abituale eteronomia dei mezzi retroagisce il regno dei fini: da un lato ogni desideratum è tecnicamente mediato, dall’altro ogni
nuovo possibile inaugurato dai mezzi è immediatamente desiderato, introiettato quale bisogno e rivendicato quale diritto-dovere.(56) Assistiamo così a un’ espansione di bisogni materiali e oggi soprattutto immateriali, sostenuti da compiacenti parametri di svago, comfort, benessere psico-fisiologico(57). Come Illich avrà modo di notare, questa espansione indotta dei bisogni va di pari passo con la perdita della loro «coerenza soggettiva» e col loro frammentarsi in componenti sempre più piccole. Un perenne stato carenziale che pone insormontabili limiti alla soddisfazione proprio in una società votata alla soddisfazione.
2.3. Prometeo disabilis
«Gli obiettivi delle istituzioni contraddicono infatti continuamente i loro prodotti»(58). La lista delle contro-produttività specifiche che alimentano il malessere -di allora e di ora- è molto lunga. L’assistenza tecnologica alla povertà auto-sussistente produce disadattamento e miseria, le guerre filantropiche con i loro inaccettabili danni collaterali fomentano tensioni esplosive, il traffico accelerato crea ingorghi infiniti, la legge del libero mercato e l’abbondanza sviluppista aumentano la sperequazione sociale, lo sfruttamento indiscriminato delle materie prime comporta l’esaurimento del pianeta, l’agricoltura intensiva induce l’impoverimento del suolo, la perdita della biodiversità e delle relative culture…
Con forza se possibile maggiore Illich lamenta una contro-produttività trasversale alle contro-produttività specifiche, concernente il danno antropologico indotto dall’illusione consumista, che Illich stigmatizza quale illusione prometeica.
«Dobbiamo ora guardare in faccia la realtà: è l’uomo stesso che è in gioco », « la natura stessa della vita umana »(59).
Illich non usa mezzi termini. I signori della guerra, scrive si limitano a uccidere dei corpi, mentre la scuola […] ne conduce molti a una sorta di suicidio spirituale.(60)
Dallo sterminio fisico al suicidio spirituale della specie. Impotenza psicologica, dipendenza, frustrazione.
Se un’arte conviviale potenzia le nostre facoltà umane, e non compromette l’originalità del nostro curriculum vitae, una tecnica manipolatrice ci programma, ci espropria e atrofizza. L’ illusione prometeica induce un «graduale ‘sottosviluppo’ della fiducia in se stessi »(61). È la «nemesi strutturale e endemica» che crea esseri inabili.(62)
Per scongiurare la fatica, il rischio (e il piacere) della virtù Prometeo ambisce a ingegneri-esistenziali che dovrebbero garantirgli automaticamente tutto, compresa la programmazione psichica che vogliamo.(64). Coloro che sono entrati nella logica della pianificazione istituzionale sono defraudati perché gli è stato insegnato a sostituire le aspettative alla speranza. Non avranno più sorprese, buone o cattive, dagli altri, perché gli è stato insegnato che cosa possano aspettarsi da qualunque persona che abbia ricevuto il loro stesso insegnamento. Da qualunque persona come da qualunque macchina[...] L’ideale contemporaneo è un mondo totalmente asettico, dove ogni contatto tra gli uomini, o tra gli uomini e il loro ambiente, sia frutto di previsioni e manipolazioni.(65)
Sviluppo consumista da un lato e sottosviluppo antropologico dall’altro: l’ uomo minor allevato dall’eccesso di programmazione, sicurezza e controllo materializza il volto nascosto del sé prometeico, la sua sostanziale impotenza e paura (naturalmente Prometeo, per riaversi dalla propria accidiosa pusillanimità, pratica, nel tempo libero, avvincenti sport estremi all’insegna del sensation seeking ).
2.4. Epimeteo e le reti conviviali
A Prometeo, il titano maggiore, protagonista di grandi imprese filantropiche, punito dagli dei per la sua arroganza, Illich contrappone simbolicamente il fratello Epimeteo. Se Prometeo è il conformista che si affida alla dismisura tecnologica, Epimeteo, il titano minore, è l’anticonformista che riprende in mano la propria esistenza, celebrando la «sobria ebbrezza della vita» (66), la gioiosa emancipazione dalle dipendenze coartate, in una ponderata proporzione tra alienazione meccanicistica e creatività spirituale, tecnica e arte, reti manipolatrici e conviviali, consapevole delle soglie di tolleranza oltre le quali l’anthropos rischia la mutazione subumana. «Il futuro dipende dalla nostra capacità di scegliere istituzioni che favoriscano una vita attiva» (67). Per indicare la struttura diffusa, capillarmente ramificata di certi servizi, tra cui le stesse reti per l’apprendimento, Illich preferì alla parola rete la parola trame. Le riserve manifestate circa l’uso del termine rete appaiono oggi profetiche (la rete è il più popolare mito di inizio millennio). Rete è, secondo Illich, una parola ambigua, «degradata dall’uso corrente» (68.) L’ ambiguità terminologica rimanda a una bivalenza degli apparati reticolari. Rete può essere una trappola, destra dell’ asse: «canali adibiti alla somministrazione di materiali selezionati da altri a scopo di addottrinamento, istruzione o divertimento» (69)
Queste reti sono sovrastrutture piene, pesanti, che disattivano i propri fruitori. Ma rete può essere anche medium di sviluppo personale, di azione, partecipazione e autonomia. Sinistra dell’asse: «strumenti tecnologici che facilitano l’incontro» (70), istituzioni che rendano «veramente universali, e quindi totalmente educative, le libertà di parola, di riunione, di stampa» (71). Forse, più che l’immagine della rete, sarebbe appropriata in questi casi quella della catena.
La catena è fatta dai singoli uomini che si porgono la mano; la sovra-struttura non può essere qui che leggera, minima, il più possibile vuota.(72). Illich raccomanda le reti conviviali per l’ apertura di orizzonte che esse consentono. Sono gli anni della cultura on the road. Non scordiamoci come Illich ha vissuto, da nomade cosmopolita, da intellettuale sempre in transito tra paesi fisici e mentali, libri e persone. (63).
Un esempio tra i tanti: « L’intervento consiste nell’impianto, a livello del collo, di un elettrodo intorno al nervo vago, connesso con uno stimolatore di piccole dimensioni ( tipo pace-maker ) posizionato nel petto. Il macchinario somministra delle stimolazioni nervose , non al cuore ma al nervo vago, che modificano il funzionamento di quelle parti del cervello che gestiscono il tono dell’umore […] l’intensità e la frequenza degli stimoli viene regolata dall’esterno con una specie di telecomando.» La Repubblica, 27 aprile 2007. Il neuro-stimolatore è stato impiantato per la prima volta in Italia alle Molinette di Torino a un uomo di 57 anni, medico specialista.
Note
54 Descolarizzare la società. p. 160.
55 Ibidem, p. 161.
56 Emblematica a questo riguardo la recente invenzione dei diritti digitali, col conseguente dovere di superamento del digital divide.
57 Nell’uomo materiale e immateriale sono del resto indistricabili. Un sistema di robot, che ci emancipasse ampiamente dall’ uso del corpo,
disincarnerebbe la nostra psiche, disattivando non solo i nostri muscoli ma anche la nostra volontà e la nostra mente.
58 Descolarizzare la società, cit., p. 165.
59 Ibidem, p. 159-97.
60 Ibidem, p. 95.
61 Ibidem, p. 13. Günther Anders parlò dell’orgoglio prometeico tramutato in vergogna prometeica. Rispetto alla perfezione della macchina l’uomo sarà sempre un complessato. Giuseppe Riccardi, il super tecnico che fa parlare i computer, sostiene con orgoglio che « orma ici sono persone che hanno una qualità della voce decisamente inferiore a quella dei computer ».
62. In Nemesi medica Illich parlerà di iatrogenesi clinica, sociale e culturale.
63 .In questa ottica le aspettative meccaniche «governano gli accadimenti fisici, sociali e psicologici » .
64.Descolarizzare la società, cit. pp. 165
65. Ibidem, pp. 65, 163
66 .Ivan Illich, Tools for Conviviality, Harper & Roy, New York 1973; La convivialità, A. Mondadori 1974, p.39. A questo Illich si riferisce Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi 1992, nota p. 115 : « Austera’, nel senso in cui usano questa parola Aristotele e Tommaso d’Aquino citati dal sociologo Ivan Illich in La convivialità . Io vivo effettivamente, lavorando a questa opera “la gioia dell’impiego dello strumento conviviale”.
Conosco la ‘convivencialidad’ o la ‘Mitmenschlichkeit’. Quindi sono austero. [...] Il lettore che appena conosca questo non molto conosciuto sociologo Ivan Illich, capirà che non è senza ragione che io lo cito in questa prima serie di appunti della mia opera».
67. Descolarizzare la società, cit., p. 84.
68 .Ibidem, p. 116.
69 .Ibidem, p. 116.
70 .Ibidem, p. 109.
71 Ibidem, p. 115.
72- I due termini della dicotomia illichiana potrebbero oggi essere utilmente applicati al web per capire se si tratti di una rete vuota, leggera, discreta, libertaria, o invece di una rete piena, pesante, invasiva, deprivante (sia a livello di compromissione col sistema pubblicitario e )
(Vicino ad orizzonti). Sono gli anni della cultura on the road. Non scordiamoci come Illich ha vissuto,
da nomade cosmopolita, da intellettuale sempre in transito tra paesi fisici e mentali, libri e persone.
FRAMMENTI TRATTI DA GIOVANNA MORELLI: IVAN ILLICH: DESCOLARIZZARE LA SOCIETA’ E LA SORPRESA POETICA DEL NON PROGRAMMATO
Pubblicato in: INTERCULTURE, Educazione e Scuola, nr.21, giugno 2012, p. 141

 

Materiali riflessivi di alcuni autori ricercatori sulle reti e  navigazioni digitali

PERDITA DEI SENSI

‘Mi batto per una rinascita delle pratiche ascetiche, che tengono vivi i nostri sensi, nelle terre devastate dallo ‘show’ (spettacolo direbbe Debord) in mezzo a informazioni schiaccianti..con la velocità che toglie il respiro.’ Ivan illich

L’esposizione allo ‘show ‘ può esigere una postura di resistenza ragionata’. Ivan illich

All’ultimo simposio illiciano a Bologna sono venuto a conoscenza di alcune riflessioni di Ivan Illich sul digitale, contenute all’interno di un testo ‘perdita dei sensi’  che raccoglie una serie di brani che analizzano da un lato  il sistema tecnologico in cui viviamo, che a dire di Illich allontana sempre più dal contatto con la terra, la natura e la carne, e dall’altro tesse la storia della perdita di significato dei nostri sensi con lo svilupparsi di una realtà sempre più astratta e dominata dalla rigida regolamentazione tecnologica (di nessi amministrativi ed economici-finanziari sovra determinati da una logica astratta del capitale)   e da scelte che diminuiscono il nostro libero arbitrio.

All’interno del testo ‘perdita dei sensi’ c’è un intervento di illich: ‘Sorvegliare il proprio sguardo nell’era dello show’, alla Conferenza inaugurale del grande incontro internazionale ad Amburgo il19/02/1993 di ‘Interfacce’,da cui ho tratto alcuni frammenti che qui di seguito vi ripropongo. Illich  in quell’occasione parla anche del suo programma nel quadro del dottorato di Architettura da lui svolto in alcune università statunitensi e tedesche (Pennsylvania e Oldenburg): ‘ho cercato di chiarire l’opposizione tra lo sguardo e la percezione visiva che noi siamo arrivati a considerare acquisita. Si dimentica troppo spesso che lo sguardo è stato tradizionalmente concepito come un’attività libera, pienamente umana e virtuosa, a condizione di essere disciplinato’. L’invito a tenere una relazione in una delle conferenze iniziali davanti ad una larga assemblea di tecnici, psicologi, specialisti della comunicazione consisteva nel richiamare l’impatto delle immagini dello schermo nella nostra società,  ed è stata per lui un’occasione benvenuta per trattare l’etica dello sguardo, evocando una tradizione millenaria di ascesi oculare, questa ‘custodia oculorum’ che praticata fino ad oggi.

‘Siamo riuniti a riflettere dice Illich sull’immagine nell’epoca della digitalizzazione tema promosso da fabbricanti di programmi e hardware. L’iper-testo e la realtà virtuale attirano spettatori verso lo ‘show’ che appaiono sullo schermo del computer nell’atrio (di una casa o bar) e, con grande sorpresa, in spettacoli di luce prodotti con fasci laser riflessi dalla nebbia del porto di Amburgo, come la notte scorsa. Il linguaggio dominante dell’aula è quello dell’informazione. E la parola d’ordine di questo incontro è ‘interfaccia’ . (inteso da Mc Luhan come mezzo o luogo; probabilmente Mc Luhan  coniò questa  parola in analogia con ‘intercom’, abbreviazione corrente dell’espressione: ‘materiali d’inter-comunicazione’, applicata ai telefoni altoparlanti nell’armata americana dopo il1940).  L’uso di questo neologismo ‘interfaccia’ da parte di Mc Luhan nel 1964 pregiudica surrettiziamente l’orientamento di ogni discussione sull’immagine. Riducendo la relazione all’interfaccia (uomo-macchina), voi  ci invitate a mettere sullo stesso piano tutti i sistemi, che siano nati da ‘una donna’ o concepiti da un ‘cyber-freak’, un cyber-mostro. Come medievalista sono un pesce fuori d’acqua in questa folla che studia l’informatica e la comunicazione. Per quanto profano sono stato invitato a parlare di ‘das Bild, una parola che in tedesco significa sia ‘quadro’ che ‘immagine’.  Lo farò paragonando l’immagine compatibile con l’interfaccia e l’immagine che conosco del passato. Quanto a me, il mio interesse per lo studio dello sguardo nel passato è legato al mio desiderio di ritrovare le tecniche di una Asksis (ascesi) oculare. Il mio proposito è di chiarire la distinzione tra uno sguardo anteriore e uno sguardo contemporaneo: lo sguardo europeo è coniugato da secoli all’immagine mentre lo sguardo attuale, è assorbito nell’interfaccia con lo ‘show’. Quando parlo di ascetismo o di formazione dell’occhio, penso a tutt’altro che all’apprendistato di tiratori con arco zen, o della mistica dell’ombelico …                                                                                                               .(però questa ironica affermazione  di illich ‘del tiro con l’arco’ in me redattore di questo testo suscita altre arti sublimi di interfaccia –umano/macchina,  quale quella proposta in un altro testo ‘l’arte della manutenzione della motocicletta’,  in cui i due protagonisti riflettono sulle loro specifiche esperienze: tecnologica l’una ed estetica-filosofica l’altra, e questa mi apre a comprendere una nuova interfaccia possibile tra pensiero informatico-computazionale e esistenziale-esperienziale (computer/umani);  anche se qui l’esperienza del sistema nervoso del navigatore cibernetico si estende, comprime e dilata attraverso la macchina di Turing in forma prevalentemente mentale ed immateriale, ed il proprio sentire corporeo è interamente sussunto nella rete artificiale (punto di stato e non di vista direbbe D.Kerckhove).

 Illich prosegue nell’argomentazione citando proprie esperienze d’infanzia:’ mia nonna si mise a dipingere gli acquerelli per aprirsi gli occhi in vista del suo primo viaggio in Italia…. Nella mia infanzia, il disegno faceva parte delle tecniche con le quali ci si elevava e ci si formava l’occhio, come la musica l’orecchio e la danza l’andatura(e aggiungerei per esperienza che  attraverso la scrittura manuale e la calligrafia si può  ritrovare la relazione perduta non nell’oggi delle macchine digitali ma già in quelle da scrivere di ieri, tra mente e corpo e  gesto, e tra corpo, respiro e mente). Prosegue illich raccontando che sotto la guida di una vedova di Brema, doveva dipingere  fiori e panorami per coltivare la sua  attenzione.  Ancora molto recentemente sorvegliare il proprio sguardo non era considerato un sghiribizzo, né una forma di repressione interiorizzata. Il nostro gusto era                                             esercitato a giudicare tutte le forme dello sguardo dell’altro. Oggi le cose sono cambiate. Lo sguardo spudorato è un atteggiamento normale, ma non parlo dello sguardo scurrile, del porno o del sadomasochismo. Direi piuttosto (come redattore di questo testo, di questa diffusa oscenità che consiste nel dare agli altri il peggiore senso e la peggiore sensorialità.

Per tornare ad Illich -’l’età dell’informatica s’incarna nell’occhio. La lettura rapida, il riconoscimento delle forme, la gestione simbolica, fanno parte ormai delle competenze dell’èlite. Il paradigma contemporaneo è strumentale: l’occhio è esercitato a rivolgersi con il comando ‘ricerca’ di Wordperfect. L’occhio è preso in trappola in un interfaccia con icone di Microsoft Windows, e la formazione dell’occhio moderno riduce lo sguardo ad  un tipo di scanning. ’Dozzine di parole che coincidono con le sfumature delle percezione sono cadute in disuso. Per quanto riguarda le funzioni del naso, c’è stato qualcuno che ha contato le vittime: sulle centocinquantotto parole tedesche che indicavano la varietà di odori usate dai contemporanei di Duerer solo trentadue sono ancora in uso. Anche il registro linguistico per il tatto si è ristretto’. Lo psico-analista praticante  Aschley Montangu  riscontra nella lingua francese un’analogia tra Moi (me)e Peau(pelle), ed un storico come Illich trova prezioso il fatto che esplora la pelle come esperienza (riflessioni su Aschley Montangu- Touching: the human significante of the skin).

 Il vocabolario della vista non sta meglio.                                                                                   Carl Darling Duck linguista sulla percezione sensoriale afferma che: ‘la maggiornza delle parole per ‘vedere’ appartengono  a certi gruppi ereditati che rimandano a tutto  un ventaglio di  radici indo-europee (di lontana ascendenza) .E sono pronto dice Illich ad attribuire allo sguardo una forza simbolica, ma non fisica.  Osservo anche la sostituzione universale dell’immagine del Rinascimento formata nello  sguardo attraverso l’usurpazione contemporanea di una merce intrusiva.  Ciò avviene quando la percezione sensoriale è compresa come il risultato d’interfaccia fra due sistemi, di cui uno è artificio e l’altro una persona. Sosterò che questa sostituzione della formazione attiva dell’immagine tramite l’inserzione in un sistema interattivo è caratteristica della vita contemporanea in un mondo di 500 catene televisive ad alta definizione. La maggior parte della gente lo ammetto, considera l’evento di un tale mondo per acquisito e l’immagine per un dato naturale. Essi non distinguono più tra il prodotto inter-oculare dei programmi digitali e la formazione dell’immagine sollecitata da un pittore antico. Gli informatici condividono questa ingenuità con i semiologi, gli epistemologi ed un numero considerevole di filosofi. Questo  è  il principale ostacolo che impedisce di seguire la via sulla quale l’immagine ha mutato al punto di diventare una trappola per lo sguardo. Ammetto che questo intrappolamento ha una storia, che comincia con un’avventura complessa per raggiungere ormai lo stadio di un menage a trois’. Succede  ancora che il nostro sguardo sia sollecitato da immagini; altre volte però, è affascinato dallo ‘show’. Un’etica della visione suggerirebbe che l’utilizzatore della televisione, del magnetoscopio, del Macintosh e dei grafici proteggesse la sua immaginazione da una distrazione irresistibile, rischiando di portare ad una tossicodipendenza. Possono esserci delle regole che reggono l’esposizione a immagini visualmente appropriatrici; l’esposizione allo ‘show ‘ può esigere una postura di resistenza ragionata. Testi tratti- da ‘La Perdita dei Sensi, di Ivan Illich, pgg. 177-187

PROMUOVERE L’INTELLIGENZA COLLETTIVA E CONNETTIVA E LO SVILUPPO UMANO                                                                                                                                                                                                     ‘L’Adesso..da un lato la tecnologia di produzione ed utilizzo del virtuale e da un altro una moda del virtualismo che crescerà ancora e durerà assai a lungo. Così ora per molti è un giochino..                          Liberissimi di avere tutto piacere che vogliono per tutte le vie ed i mezzi che preferiscono..                                                                                 Di solito gli equivoci che qui su abbondano contribuiscono a perpetuare una situazione in cui tutti quanti siamo privati, in primo luogo, di più piacere e di ben più alta qualità; ed in secondo luogo, anche quello che potremmo avere se sapessimo o potessimo utilizzare e sviluppare ben di più e meglio alternativamente queste stesse nuove tecnologie, come altre possibili, e come d’altronde quelle vecchie. … nella nuova area rivoluzionaria (e non si capisce proprio perché?)in particolare fra le nuove esigue leve giovanili, non è affatto di condanna delle nuove tecnologie come qualcuno lamenta, ma semmai di adesione entusiastica; e soprattutto ludica. Basta entrare in certi centri sociali per vederle: ogni tecnologia chiusa nella sua stanza. E c’è il feticismo delle nuove macchine, anche nelle autoproduzioni cosi dette artistiche e sedicenti tali e magari intenzionalmente alternative!.        Ed immaginazione,ricerca,sperimentazione su un uso per davvero alternativo diffondibile, organizzato e anche no, quel che manca. Ricerca (con-ricerca) su come si fa a farne un uso alternativo che tagli dentro, anche dentro di noi, poi tendenziale ‘capitale -umano’. Come si fa ad uscire in avanti se non conosciamo e comprendiamo a fondo l’uso che ne fa i Macro-padrone?  Ma la situazione è che mentre di pubblicazioni apologetiche e promotrici, anche come mercato, ce ne sono in circolazione non poche, e c’è in giro da decenni parecchie gente  che lo fa (start-up, sharing economy ecc)  nessuno che faccia con vera passione e  competenza quest’altra cosa: ossia studio e ricerca e comunicazione di risultati su come le nuove tecnologie possono favorire, accelerare, potenziare la liberazione dal capitalismo, passando attraverso    lo studio e la ricerca e la comunicazione di risultati di come le utilizza oggi il capitalista-collettivo come tale, in quanto esso è ancora oggi nemico di questa nostra liberazione:egli comanda nel suo sistema, costruito/istituito  sui suoi interessi(particolari e non universali, come tenderebbe a farci fantasticare). Ed allora di questa ricerca che davvero c’è bisogno per diffondere davvero e sviluppare sul serio l’uso alternativo delle potenzialità di ricchezza  e di liberazione e di rivoluzione contenuta nelle nuove scientificità e tecnologie e mezzi e macchine.                                                                    Testi tratti da R. Alquati, il virtuale edizioni velleità alterntive-Torino

CAMBIARE L’IDENTITA’  CONTEMPORANEA

.’ con l’apparire al orizzonte delle reti neurali, gran parte delle nostre facoltà di giudizio, un tempo riserva esclusiva di deliberazioni personali e di gruppo, sarà delegata sempre più alle nostre estensioni tecnologiche. Certo, le soggettività tecnologiche supportate dalle reti neurali saranno inizialmente molto rozze, risponderanno a criteri semplici e si imiteranno a soggetti poco complessi. Questa sperimentazione porterà molto velocemente a forme embrionali di coscienza autonoma. Presto i problemi politici che riguardano le applicazioni delle reti neurali complesse nell’industria, medicina, economia, affari, educazione e nei servizi pubblici saranno all’origine di contraddizioni tali da richiedere una fondamentale ristrutturazione psicologica della mente personale e collettiva.                                                                                                                                                Dove approderemo?                                                                                      Come sapremo dove, come e chi siamo, quando il nostro punto di vista sia il nostro giudizio, quando saremo assistiti dai computer e distribuiti su grandi database nel tempo e nello spazio virtuali?

TRANSIZIONI: dal punto di vista al punto di vista al punto di stato

Mentre il nostro feedback sensoriale si estende ben oltre la nostra pelle, non abbiamo espanso di pari passo la nostra immagine corporea. Quando uso la videoconferenza sono più completamente ‘la’ , nella stanza lontana che contiene la mia immagine, di quando uso semplicemente il telefono. In effetti, nella simulazione  e nelle estensione del nostro sistema nervoso  completo di protesi tecnologiche per la vista, l’udito, il tatto e ora perfino l’olfatto, noi figuriamo personalmente come entità nodali che si muovono avanti ed indietro su trame di corrente elettrica co-estensive con le nostre   funzioni biologica e neurologica.      Come fare i conti in termini psicologici?                                                   Qual è l’effetto sulla mia immagine di me stesso?                                     E’  ovvio che per agire in questo nuovo contesto, dobbiamo proiettare e riflettere le nostre immagini oltre la rappresentazione. O perlomeno oltre la rappresentazione visiva.                                          …neanche il discorso ideologico di Sterlarc è rassicurante. Sterlarc e Moravec e la generazione cyberpunk, suggerisce che il corpo è obsoleto, e va interamente sostituito dalla tecnologia. Questo per me è romanticismo alla rovescia, ossia lontano dalla psicologia, la psico-tecnologia che sta alla base di questa incipiente simbiosi tecnologica. La maggior parte delle tecnologie elettroniche non portano all’abbandono del corpo, ma alla ridefinizione della nostra vita sensoriale per consentire una combinazione privata e collettiva.

Verso il punto di stato                                                                             

La nostra percezione propriocettiva (percepire il corpo in movimento o in azione) della realtà coinvolge il corpo intero e tutti i sensi. Il suo punto di riferimento non è né la rappresentazione né la situazione pura. Il modo con cui mi pongo rispetto al mondo delle comunicazioni istantanee e penetranti è legato al mio punto di stato, e non al mio punto di vista.           C’è solo un luogo dove io mi trovo completamente, ed è dentro la mia pelle,anche se quella pelle e le sue estensioni tecnologiche hanno una portata che va ben oltre i limiti immediati della vista, del tatto ed udito (Dirà in altre parti del testo che avvertiamo le nostre estensioni tecnologiche come arti fantasmi, ciò che il sistema nervoso centrale riconosce come proprie anche quando siamo disconnessi ).  Il mio punto di stato non è esclusivo, ma inclusivo, non è una visione prospettica che inquadra la realtà, semmai un luogo definito dalla precisione e dalla complessità delle mie connessioni con il mondo. Le tecnologie interattive forniscono legami sociali, psicologici e fisici  per le dimensioni allargate dell’intelligenza collettiva (ove fluiscono data –saperi e in-coscienze(in una permanente interazione internodale o navigazione consapevole che ridefinisce un’intelligenza connettiva).  La mente collettiva che stiamo costruendo può trattare (auto-attivare)la complessità, le fratture e la ristrutturazione della mente individuale: un processo di integrazione su scala mondiale è in atto.  Questi nuovi criteri psicologici ci consentono di ripensare il significato delle estensioni tecnologiche,non come semplici ausili del trasporto di segnali, ma come forme,modelli e configurazioni di rapporti/relazioni neo-umane.  Particolarmente tutte le tecnologie elettroniche sono interattive, perché stabiliscono scambi continui ed intimi di energia e di elaborazione fra i nostri corpi,le nostre menti ed il loro ambiente globale.  E’ fondamentale che mentre sviluppiamo comunicazione in rete creiamo dei meccanismi politici per tutelare l’accesso universale e la libertà d’espressione, così come il diritto alla privacy su internet.  Sarebbe il modo più basilare e semplice per assicurare la continuità, della democrazia in questo nuovo ambiente. Nell’immediato futuro qualsiasi ordine che abbia conquistato il sopravvento su internet avrà il sopravvento anche nella realtà, e non bisogna tralasciare nessuno sforzo per evitare una presa di potere globale. (Inoltre a mio pare non bisogna lasciare alle macchine –computer di organizzare la nostra esistenza, vita e società; non c’è nessuna essenza ideologica, idealista o  tecnologica al di sopra dell’esistenza e questa consapevolezza è stata ritrovata condivisa con moltitudini estese e configgenti contro i poteri costituiti  da minoranze esistenzialiste, situazioniste, critiche ed antagoniste nel secolo scorso breve ed intenso. E bisogna anche comprendere che ogni piano di attività tecnologica o non, non va considerato come unicità totalizzante, ma va pensato invece come autentiche convergenze molteplici di questi mille piani che interagiscono e dialogano tra loro per un’esistenza degna di essere vissuta essenzialmente e materialmente. Bisogna essere anche consapevoli che la rete non è solo uno spazio inter-testuale ed inter-soggettivo espressione di autentiche vite attive, ma che dentro e sopra di queste reti ci sono piattaforme commerciali che da questi flussi di dati e coscienze estraggono plus-valori e dominio sull’esistenza dei molti. Qualcuno come Alquati parla di Macro-padroni o macro-poteri, cerchiamo di essere consapevoli di questa presenza ingombrante midiana che trasforma ogni cosa o valore in oro dei mercanti, non in forma paranoica, risentita e terroristica ma in forma gioiosa schizo-analitica che operi alla stregua di alchimisti del XXI sec. in senso alternativo,che sanno  tramutare il tutto (di flusso data e in-coscienze in oro per i filosofi e per la vasta umanità e i viventi.)                                                                                                      Frammenti  tratti da D.kerckhove, la pelle della cultura,edizioni Costa&Nolan

L’ERA DELLE DIS-INFORMAZIONE

Dagli ultimi risultati del lavoro di Walter Quattrociocchi, direttore del Laboratorio Computational Social Science dell’Istituto di Alti Studi di Lucca,  si riscontra di essere entrati nell’era della dis-informazione. In un recente articolo delle ‘Scienze’ di febbraio 2016,  presentando la sua dettagliata ricerca emerge che la diffusione di informazioni false, leggende metropolitane e teorie del complotto attraverso i social network è semplicemente in-arginabile. Il perché è presto detto. I meccanismi di aggregazione delle informazioni sui social da una parte è ‘confirmation bias’, o pregiudizi di conferma, dall’altra è tendenza a privilegiare solo quelle informazioni che confermano le opinioni  che concorrono a polarizzare le posizioni, ben evitando le tesi che le s-confermano. Insomma se una persona sospetta che i vacini siano dannosi per la salute, per esempio, troverà in rete innumerevoli conferme alla propria tesi, e non si curerà delle informazioni di segno opposto. E poca importa che le seconde siano accreditate da tutta la comunità medica e scientifica: l’autorevolezza  non è un fattore(né di reputazione né di verità in queste reti che globalizzano spesso la banalità, il localismo nazionalista, la menzogna, le molteplici psicosi e fobie individuali e sociali ). A che punto si chiede Dewey ,(Columnist del Washington Post, che curava una rubrica –what was fake? , che c’è di falso?, impegnata a smantellare bufale e teorie del complotto) la società diventerà irrazionale? Sono interrogativi su cui è bene riflettere. Perché la tanto celebrata ‘democrazia dell’informazione in rete’ potrebbe mettere in profonda crisi la relazione tra informazione  e conoscenza acquisita, favorendo i meccanismi della dis-informazione. Con buona pace di chi aveva auspicato la nascita di una nuova era dell’informazione. (note di redazione delle ‘Scienze’ – febbraio 2016-di Marco Cattaneo, ove all’interno viene presentata in modo esauriente la ricerca di Walter Quattrociocchi.)                                                                                            RICERCA DEI TESTI PER IL SIMPOSIO CON BREVI COMMENTI TRA PARENTESI A CURA DI PINO DE MARCH

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Adol-essenza-lezione aperta a Chisinau(Moldavia)

LEZIONE A CHISINAU

L’ADOLESCENZA

PREMESSA:

NELLA LEZIONE CONFLUIRANNO SAPERI NON SOLO DALLE SCIENZE SOCIALI (antropologia, filosofia, pedagogia, psicologia, psIcoanalisi) DA SEMPRE UTILIZZATE NEL CORSO DELLA MODERNITA’ PER AFFRONTARE SVILUPPO E PROBLEMATICHE DELL’ETA’  EVOLUTIVA, MA ANCHE SAPERI CHE PROVENGONO DALLE SCIENZE NATURALI ED IN PARTICOLARE DALLE NEUROSCIENZE, CONOSCENZE EMERSE NEL CORSO DI QUESTO INZIO SECOLO XXI, DEFINITO ORMAI IL SECOLO DEL ‘CERVELLO’, NUOVI SAPERI CHE HANNO CONTRIBUITO ATTRAVERSO ‘LE BRAIN IMAGING’  (Tecniche diagnosiche che consentono du vsualizzare l’attività cerebrale) AD EVIDENZIARE PROCESSI CEREBRALI E MENTALI.

DA PIU’ DI UN SECOLO COME CI HA BEN RIVELATO LA PSICOANALISI L’ADOLESCENZA E’ CONSIDERATA L’ETA’  DELLE TEMPESTE ORMONALI, E DELL’EMERGERE DELL’EROS NON SOLO COME LIBIDO (O DESIDERIO) MA COME TRAMA SIMBOLICA E NARRATIVA.

L’ADOLESCENZA E’ CONSIDERATA  DALL’APPROCCIO CONSILIENCE O   CONVERGENTE  DELLE NEUROSCENZE INTERPERSONALI COME  L’ETA’ DELLE GRANDI TRASFORMAZIONI NEURO-PSICO-SOCIALI ED INNANZIUTTO  DELL’INTEGRAZIONE CEREBRALE: EMOZIONALE-COGNITIVA E CORPOREA.

CONSILIENCE IN INGLESE TRADOTTO IN ITALIANO CONVERGENZA                                                Nelle scienze e nella storia, consilience -convergenze di prove o di concordanza di elementi di prova- si riferisce al principio che le prove delle fonti indipendenti non ‘correlate possono convergere a conclusioni comuni e forti. La parola -consilience- fu originariamente coniato con la frase -consilience di induzione di Whilliam Wewell – si riferisce ad un salto insieme della conoscenza -dal latino com -con-silience-salto- come risilienza altra nuova parola ritrovata.

E TALE SINGOLARE ESPERIENZA ADOLESCENZIALE DIVENTERA’ PER CHI SA FARNE TESORO MEMORIA ESISTENZIALE (CASSETTA DEGLI ATTREZZI) NECESSARIA PER FRONTEGGIARE ALTRI MOMENTI DI CRISI E DI PASSAGGI CHE SI PRESENTERANNO NEL CORSO DELLA VITA(UNA FORMAADOL-ESSENZA PER IL NEUROSCIENZIATO INTERPERSONALE D.SIEGEL).

Noi nasciamo due volte: una per esistere e l’altra per vivere’. Il filosofo illuminista ginevrino J.J.Rosseau così ben sintetizza l’adolescenza in una delle sue opere -l’Emilio -come una seconda nascita’.

LA SECONDA NASCITA

L’adolescente con la pubertà perde l’immagine di sè psichica e corporea della fanciulezza, e da questo evento catastrofico inzia il lungo cammino alla scoperta ed invenzione di un sè complesso, integrato ed in divenire altro dalla fanciullezza, pur conservandone a volte i sogni e le visioni.

F.Dolto: ‘la pubertà è ciò che determina il passaggio dall’infanzia all’adolescenza. E’ una trasformazione del corpo (fisiologica) e dello spirito e dei sentimenti (psicihico), la nostra mente si deve adattare a queste trasformazioni. E questa provoca un grande sconbussolamento’.

Durante l’nfanzia tutto sembra andare in gran parte secondo i nostri piani di adulti, genitori ed insegnanti. I bambini imparano quello che è appropriato e quello che non lo è, quando andare a letto e quando alzarsi la mattina, cosa non toccare e dove non andare. Imparare che la scuola è importante, che bisogna essere educati con chi è più grande e che possono  cercare conforto e protezione e le trovano con certezza presso autorevoli caregivers -educatori-quando sono feriti o sofferenti                                                                                                                                 Frammento tratto dal ‘Cervello degli adolescenti di Frances E. Jensen-Amy Ellis Nutt’ ed. Mondadori 2015

Che cosa accade si chiedono le autrici Frances E. Jensen-Amy Ellis Nutt’ del testo sopra citato quando arrivano i 13  o 15 anni?  Ed ancora ‘come mai il bambino tranquillo, simpatico, educato che avevamo conosciuto per oltre 10 anni all’improvviso diventa uno sconosciuto?

Di  fronte a cambiamenti così radicali è comprensibile lo sconcerto dei genitori e degli educatori, bisogna subito premettere loro, che il bambino che abbiamo conosciuto educato e discipinato non era perfettamente se stesso, e la sua personalità seppur libera di esprimersi che abbiamo favorito come adulti,  non aveva ancora affrontato quel salto genetico ed evolutivo,  neuro-fisiologico e di emergenza dell’eros, che pone qualsiasi adolescente nella condizione di spiccare il volo dal nido genitoriale(familiare) e di vivere pienamente la dimensione  non solo di persona ma anche di specie,  al fine di riprodursi come tale, e sul piano individuale e sociale, di essere se stesso, iniziando un tortuoso cammino esistenziale e di consapevole auto-disciplina, autonomia e realizzazione di sè e con gli altri. In questa fase che oscilla tra caoticità e rigidità, gli adolescenti si trovano smarriti dentro ad un corpo scovolto dalle tempeste neuro-fisiologiche a cui sono sottoposti, ma cercano anche di capire se stessi e di trovare quel filo di Arianna che li permetta di trovare il sentiero che li conduca verso nuove terre e forme di vita propria. In questa fase di transizione il cervello ed il corpo degli adolescenti subiscono ‘una massiccia riorganizzazione e quello che appare a noi come insolito non è a loro totalmente imputabile. E queste strane manifestazioni si possono spiegare ora dal punto di vista neurofisiologico. L’adolesenza è senza dubbio un campo minato’.                                      Frammento tratto dal ‘Cervello degli adolescenti di Frances E. Jensen-Amy Ellis Nutt’ ed. Mondadori 2015

Queste considerazioni sulla sconcertante vita e sulla inquietudine degli adolescenziali non si possono continuare ad attribuire solo alla mitica ‘tempesta ormonale’;  si questa è unA determinante neurofisiologica forte che spinge gli adolescenti al conflitto con gli adulti e a cercare nuove strade e nuove proprie forme di vita , ma questa tempesta continua anche in età post-adolescenziale, però come si può osservare, questa ‘tempesta’  in questa fase post-adolescenziale, diciamo età ‘più matura’, viene gestita in modo più saggio ed equilibrato.                                                                                                                                            Allora, andiamo a vedere il perchè di queste differenti modalità di gestione delle emozioni e degli ormoni. Ora attraverso le nuove ricerche di neurobiologia ineterpersonale, o neuroscienze, si può affermare che quello che determina la reale sofferenza e smarrimento negli adolescenti, e l’incapacità di muoversi ed agire in modo più consapevole ed equilibrato,  è la presenza in loro di una reale sconnessioni tra aree corticali cognitive e aree subcorticali (limbiche-viscenrali) emotive;  sono queste sconessioni che non permettono all’adolescente di giungere ad un pensiero temperato, complesso e globale;  infatti gli adolescenti oltre ad oscillare da poli opposti: di caoticità e rigidità di pensiero ed azione, oscillano anche tra pensieri iper-razionali (visioni ideali o semplificate) ed espressioni iper-emotive(ottimiste o pessimiste ). In questa lunga fase tra pubertà, adolescenza e tardo-adolescenza (tra 13 e 24 anni) si realizza nei fatti, un’importante  intergrazione cerebrale tra aree corticali e sotto-cortiali, cognitive,emotive e corporee, con l’apparire e il costituirsi di fibre nervose che riconnettono le aree fra loro, permettendo così d’instaurarsi a livello dei lobi frontali di un centro di integrazione, che permette al giovane post-adolescente di giungere a formulare pensieri  e sentimenti più complessi, arricchiti di emozioni e sentimenti vissuti, di relative conoscenze ed esperienze, che lo mettono nella condizione di raggiungere attraverso argomentazioni critiche ed emozioni consapevoli, discreti equilibri emozionali e ragionevoli decisioni di vita (matura e consapevole), una ritrovata intelligenza emotiva,direbbe un autore autorevole di ‘intelligenza emotiva’ come D.Goleman. E questa fase è importante per la rielaborazioni di quelle mappe emotive e cognitive presenti fin dalla prima infanzia (3 anni per le neuroscienze e -6 anni per la psicaonalisi freudiana) e via via arrichite nel corso dell’adolescenze  di infomazioni ed emozioni e visioni ed esperienze di vita.          

ADOLESCENZA UNA  SCOPERTA DEL SECOLO SCORSO

L’Adolescenza è anche una scoperta culturalmente recente, anni ’40 del secolo scorso (XX). In inglese il termine per definire questo nuovo soggetto è ‘teenager’,  usato per indicare l’intervallo di tempo di una determinata età evolutiva tra thirtheen (13) e ninetheen(19). Il concetto di adolescenza come periodo dello sviluppo umano esiste da secoli in occidente, tempo che si interpone tra infanzia e maturità (tra 13 e 19 anni , ma questo tempo caratterizzato da precarie condizioni economiche e sociali, tende a dilatarsi in lunga post-adolescenza fino ai 24 anni. L’adolescenza viene annunciata da segni marcati della pubertà. Da un punto di vista linguistico il termine ‘adolescente’ deriva dal verbo latino ‘adolescere’ che significa crescere.  Il termine’ teenager’ apparve per la prima volta in un articolo della rivista ‘Popolar Science’ dell’aprile 1941 negli Stati Uniti. Lo psicologo statunitense Granville Stanley Hall, divenuto in seguito  Presidente dell’American Psycological Association, fu il primo a definire ‘l’adolescenza come un periodo specifico della vita, distinto e qualitativamente diverso dall’infanzia e dall’età matura.

BREVE STORIA DELL’EMERGERE ANTROPOLOGICO DELL’ADOLESCENZA

‘Prima per motivi prevalentemente economici i bambini erano considerati degli ‘adulti in miniatura’ per buona parte del XIX secolo. C’era anche una legislazione sociale o del lavoro (lavoro minorile) che regolava l’attiività lavorativa dei bambini alla fine del XIX secolo. All’inzio del XX secolo i bambini sopra i 10 anni, e spesso anche quelli piccoli, svolgevano qualsiasi lavoro,però con una chiara limitazione,  alla stregua del lavoro delle donne; tali lavori non potevano essere svolti di notte: dalle 10 di sera alle 6 di mattina; e così i bambini e gli adolescenti li trovavi all’opera nei campi, nelle fabbriche, nelle miniere e nella qualità di garzone nelle attività artiginali e anche invisibilmente lavoravano nei campi.  (All’inzio del )Novecento in piena rivoluzione industriale, negli USA, più di 2000 bambini lavoravano come dipendenti accertati), mentre nelle famiglie artigianali e rurali senza essere dichiarati, vi lavoravano un gran numero di essi, quindi significa nei fatti un numero superiore a quello dichiarato e accertato dalle statistiche). Negli anni ’30 , due fattori: la grande depressione economica ( nota come crisi del ’29) , e la nascita dei licei, modificarono l’atteggiamento verso l’infanzia e l’adolescenza e venne ad innagurarsi in questo modo ‘l’era dell’adolescenza’. Dopo il crollo della Borsa di Wall Street, e lo scoppio della crisi economica, i bambini furono i primi (assieme alle donne) a perdere il lavoro. A questo punto l’unico posto che poteva accoglierli era la scuola, ed è per questo che negli anni ’30, per la prima volta nella storia dell’istruzione statunitense, i ragazzi tra i 14 ed i 17 anni, cominciano ad iscriversi ad un’istituto superiore.(Licei). E così a partire dagli anni ’40 del secolo scorso, gli adolescenti statunitensi, non vennero considerati ‘adulti’ finchè non acquisivano un diploma superiore. E solo a seguito di questi nuovi percorsi di educazione ed istruzione che cominciano ad apparire diversi, con proprie passioni, linguaggi e modi di vestire.  Frammento tratto dal ‘Cervello degli adolescenti di Frances E. Jensen-Amy Ellis Nutt’ ed. Mondadori 2015

NUOVA CULTURA TEENAGER

‘Gli Adolescenti finirono per costituire una classe (o uno strato sociale). Uno scrittore USA Thomas Hine disse di loro: ‘i giovani sono diventati teenager perchè non avevano nulla da farli fare’. Lo psicologo statunitense Granville Stanley Hall, fu anche il primo a ipotizzare una connessione biologica tra adolescenza e pubertà, e per loro usa espressioni come ‘duttilità‘ e ‘malleabilità‘ per  caratterizzare questo tempo di evoluzione umana. In questo tempo per lo studioso emerge ‘una personalità e un carattere che cominca a prendere forma propria, ma poi anche precisando che tutto in questo tempo è duttile’.  Granville Stanley Hall sostiene che un’altra caratteristica è ‘ l’autoreferenzialità, l’ambizione, l’esagerazioni e l’eccesso’.  Queste caratteristiche sono riferibili tutte agli adolescenti e pre-adolescenti.(un’anticipazione di quella plasticità del cervello scoperta solo alla fine del secolo scorso).                                                                                               Frammenit  tratti dal ‘Cervello degli adolescenti di Frances E. Jensen-Amy Ellis Nutt’ ed. Mondadori 2015

Dinamiche genetiche,endocrinologiche  e neurofisiologiche nell’adolescenza           

Da sempre si parla di un’età soggetta a tempeste ormonali, a cui si tende ad attribuire le colpe di questa volubilità e ricerca esasperta di esperienze forti nell’adolescenza. Ora le neuroscienze hanno scoperto che gli ormoni sessuati, silenti fin dall’infanzia per ben 10 anni, per  ragioni genetiche ed evolutive, vengono in questo tempo  rilasciati in una percentuale  nell’ordine dell’30 %, Questi  ormoni sessuali -estrogeni e testosterone – vengono riversati nel sistema limbico-viscerale che è il centro emozionale del cervello, aumentando enormemente lo  stato di inquietudine nell’adolescente.  Questa nuova condizione neurofisiologica  origina anche una ricerca esasperata di gratificazione che si manifesta  attraverso la ricerca esasperata di ‘eventi di rischio’ che  provocano l’attivazione di  un neurotrasmettitore, la dopapamina. La dopamina è quella sostanza chimica che media il piacere nel cervello. E’ rilasciata durante le siutazioni piacevoli e stimola a cercare cose piacevoli.

Pubertà come precondizione per l’entrata nell’adolescenza

‘Nella pubertà si innesca una sorta di dominio degli ormoni, un gene che codifica una proteina la Kisspetina dell’ipotalamo, quando questo gene kiss (bacia) i riccettori di un altro gene, induce l’ipofesi a rilasciare il deposito ormonale giacente là dall’infanzia. E queste ondate ormonali fanno crescere ovaie e testicoli.’                                                                                            Frammento tratto dal ‘Cervello degli adolescenti di Frances E. Jensen-Amy Ellis Nutt’ ed. Mondadori 2015

Però per capire più a fondo gli adolescenti, perchè sono impulsivi o annoiati,distratti o sgarbati o inclini all’acting out (all’azione) e vulnerabili alle dipendenze (ricerca di piaceri estremi senza auto-limitazione e sobrietà appagante), bisogna comprendere la spinta alla gratificazione(ricerca di piacere) che sta dietro a questa loro mettersi a rischio, ed è proprio questo eccedenze che ricercano per innescare eccitazioni che vengono indotte dalla dopamina, un neurotrasmettitore che liberato nell’organismo genera questa gratificazione ricercata. La sfida presente nelle pratiche sportive assieme alla scoperta di nuove forme d’espressione e di vita che viene dalle pratiche artistiche come pure lo studio come pratica di conoscenza di sè e del mondo permettono all’adolescente di orientare questo bisogno di gratificazione verso mete più elevate oltre che determinare unasublimazione dell’Eros.

L’EMERGERE DELL’EROS

In questa fase della vita emerge quella pulsionalità della vita, presenza vitale che accompagna  fin dall’infanzia la vita dei bambini,  ben descritta o meglio problematizzata dallo psicanalista S.Freud con le sue diverse fasi di svuluppo ‘psicosessuale’. A diffrenza delle altre fasi, dove l’eros del bambino, per lo psicanalista junghiano A.Carotenuto, si rivolge al corpo della madre confondendosi o confliggendo con essa (seno buono e seno cattivo direbbe un’altra psicoanalista infantile Melanie Klein), o rivolgendosi al proprio rimanendo latente oppure ad altri oggetti transazionali in modo subliminale (oggetti, giochi, maestri-e, coetanei). Ora in questa ‘fase genitale’ l’adolescente cerca un oggetto concreto da investire d’eros con tutta la sua potenza. “l’adolescenza è di certo l’età in cui il tumulto emotivo assume delle caratteristiche segnate dall’immediatezza e dalla spontaneità, dove emergono prepotentemente impulsi e desideri difficilmente controllabili attraverso gli strumenti della ragione. Emerge la necessità di dar voce ed espressione alla realtà interiore dei propri sentimenti, quasi a voler indicare il pressante bisogno di manifestare l’unicità e la particolarità di ciò che l’anima esperisce in determinate circostanze vitali’. Tratto da A.Carotenuto, il tempo delle emozioni, pag. 98-99, Fabbri Editori.

 

TERRA DI MEZZO E LAVORO DI CREAZIONE E CAMBIAMENTO INTERIORE

“Il salto adolescenziale verso la conquista di una propria autonomia e libertà non è esprimibile semplicemente nei termini del passaggio tra l’età infantile e quella adulta, quanto il terreno che sottende tale ‘terra di mezzo’ si nutre di elementi spesso illusori e intangibili, distanti dalla pura contingenza degli eventi. Il raggiungimento di uno status adulto richiede al soggetto un lavoro interiore di creazione e di cambiamento nel tempo, per cui l’adolescente, rinunciando alla sua fanciulezza, non può accogliere passivamente i derivati degli schemi degli adulti proposti dalla famiglia di appartenenza o dall’ethos collettivo.”A.Carotenuto, il tempo delle emozioni, pag.100., Fabbri Editori.

“Ha da trovare in sè e non più negli altri la fonte della propria autonomia e sicurezza, scegliere i valori che ritiene più appropriati invece che seguire con fedeltà una persona adulta al quale si è infeudato.  G. Lutte, 1987, pag.187.

INFANZIA E CONDIZIONI DI DIPENDENZA

“Durante le fasi inziali della vita, l’essere umano esperisce una forte condizione di dipendenza, sia psicologica che fisica, dalle figure esterne di riferimento, le quali provvedono a trasmettergli i valori collettivi -l’ethos- in aderenza a una determinata linea trdizionale.” A.Carotenuto, il tempo delle emozioni, pag.100, Fabbri Editori.

Lettera ad una bambina che sta per nascere dello psichiatra e sociologo Paolo Crepet : ‘…..Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse ad inseguire le emozioni come gli aquiloni fanno con le brezze più impreviste e spudorate; tutte, anche quelle che sanno di dolore. Mi piacerebbe che ti dicessero che la vita comprende la morte. Perchè il dolore non è solo vuota perdita ma affettvità, acquisizione oltre che sottrazione. La morte è un testimone che i migliori di noi lasciano ad altri nella convinzione che se ne possono giovare: così nasce il ricordo, la memoria più bella che è storia della nostra stessa identità. Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a stare da sola, ti salverebbe la vita. Non dovrai rincorrere la mediocrità per riempire i vuoti, nè pietire uno sguardo o un’ora d’amore. Impara a creare la vita dentro la tua vita e a riempirla di fantasia. Adora la tua inquietudine finquè avrai forze e sorrisi, cerca di usarle per contaminare gli altri, soprattutto i più pavidi e vulnerabili. Dona loro il tuo vento intrepido, ascolta il loro silenzio con curiosità, rispetta anche la loro paura eccessiva. Mi piacerebbe che la persona che ti amerà possa amare il tuo congedo come un marinaio che vede la sua vecchia barca allontanarsie galleggiare sapiente lungo la linea d’orrizonte. Ed allora tu porterai quell’amore sempre con te, nascosto nella sua tasca intima. ‘ frammenti tratti da -Non siamo capaci di ascoltarli di P.Crepet, ed. Einaudi pgg. 3-4,

Allogenitorialità e senso dell’attaccamento

I processi di educativi incidono sulla qualità ed apertura della sfera emotiva della persona, dal momento che le primarie relazioni oggettuali tendono a valorizzare la dipendenza dei caregivers o quelle figure affettive che si prendono cura del bambino -o del infante-in primis la madre ma poi il padre o se non ci sono altre figure adulte parentali o vicinali. Queste relazioni oggettuali di dipendenza infantile vengono definite -attaccamento-dallo psioanalista relazionale neo-freudiano Bowlby. Sarà lo stesso psicoanalista a riscontrare  che nelle culture umane, l’allogenitorialità [il prefisso -allo - indica in questo caso - diverso dal -genitore naturale] cioè la presenza di più figure con ruoli genitoriali è una caratteristica non riscontrabile in altre specie viventi.

Rivoluzione culturale e rottura della trasmissione educativa tradizionale

Accade anche si crei una rottura netta di trasmssione come è avvenuto in molti nuclei familiari pos-68 (dopo la rivoluzione culturale del 1968). Si è verificato un rifiuto a trasmettere più che un rifiuto ad ereditare. Gli educatori o caregivers hanno percorso nuove strade di educazione anti-autoritarie, da loro stesse esperite e proposte alle generazioni successive.

SCONTRO CON LA TRADIZIONE AUTORITARIA MA ANCHE CON NUOVE PRATICHE EDUCATIVE ANTI-AUTORITARIE.

Questo è il momento dello scontro del soggetto adolescente con il prestabilito,ovvero con la tradizione cristallizata ma anche verso  nuove forme educative rinventate come nel caso delle figure genitoriali anti-autoritarie post-rivoluzionarie-68-. Scontro aperto o sottotraccia anche verso coloro che fino a quel momento lo hanno soretto, protetto, consolato e affidato, e che ne riconsoce autorevolezza e stima.Lo scontro può avere modalità diverse: estreme o  contrattate o per semplice sottrazione. Comunque questa fase richiede equilibrio,capacità altissima di ascolto e contrattazione, ma anche di saper contenere affettivimente ed energicamente la polarizzazione tra caoticità e rigidità, tra entusiasmo e delusione, tra spinta all’autonomia e ricerca di protezione e consolazione per le delusioni o fallimenti che incontra in questo difficile percorso di indipendenza.

DESIDERIO DI UNA RELAZIONE DI ATTIVA RECIPROCITA’ RICCA DI AUTOREVOLEZZA E E POTENZA EROTICA

‘l’autorevolezza è necessaria a crescere quanto le regole(dal basso s’intende in quella forma di ritrovata reciprocità e potenza di educare alle passioni gioiose e alla auto-regolazione).Di questo un bambino ha un bisogno assoluto, quando non gli vengono impartite le richiede, anche a costo di provocare il genitore (o educatore). Che guaio chi confonde la giusta e sacrosanta neessità di essere autorevoli con l’inutile esercizio dell’autoritarismo!. Non molti anni fa un’intera generazionesi è scontrata con la violenza dei propri genitori. Ne è nata una transizione che ha portato a grandi conquiste di libertà -al divorzio, alla chiusura delle scuole speciali e dei manicomi-. Tuttavia proprio quella generazione, quando si assunta la responsabilità di mettere al mondo dei figli, ha fatalmente confuso la necessità di combattere le nuove forme di autoritarismo con l’obbligo di essere autorevoli. Ne è nata un’immensa confusione di ruoli e relazioni. Le mamme diventavano le migliori amiche delle loro figlie, i padri, piuttosto che assumere una decisione, preferivano essere assenti o dire ‘lascia perdere’. In poco tempo si è passati da genitori maneschi e autoritari ad altri confusi e privi di sicurezze. Caratteristiche che hanno aggravato la fragilità delle nuove generazioni di bambini ed adolescenti.                                                                                                                            [Assenza a volte anche sparizione di un referente adulto capace di creare quel giusto bilanciamento di potenze contrapposte d'amore; la capacità per il caregiver di  accettare la sfida lanciata di lasciar crescere nell'autorevole presenza e per il minore di crescere  non inferiorizzato e capce di vita autonoma e solitudine] [....]. Il passaggio dalle forme di autoritarismo a quello di aurorevolezza misura la crescita di una civiltà pedagogica. [...]Torna alla mente uno straordinario film, ‘l’attimo fuggente’. Che cosa offre quel curioso insegnante di Letteratura Americana ai propri allievi se non un percorso di appartenenza(non identitaria) che si realizza attraverso la comunicazione di una passione, ovvero di una stupefacente capacità seduttiva? [seduzione non affascinazione, direbbe un filosofo francese di vita attiva come Baudrillard; nel sedurre il filosofo indicava un'attiva reciprocità amorosa -un sè -che va incontro ad un altro -sè-,realzzandosi entrambi, mentre nell'affascinare indicava una assimetrica relazione di passività di un polo della relazione, ove uno è soggetto manipolatore di emozioni  e l'atro è oggetto-affascinato e smarrito e manipolato nella sua interiorità]frammenti tratti da -Non siamo capaci di ascoltarli di P.Crepet, ed. Einaudi pgg.37-40,

 

IL CERVELLO UMANO COME REALTA’ COMPLESSA, INFORMATA E PLASTICA  IN DIVENIRE, CHE CRESCE E NON SEMPLICEMENTE MATERIA ORGANICA CHE AUMENTA O DIMINUISCE.

Benchè gli ormoni spiegihino alcune delle cose che accadono nel cervello adolescente, molti altri fattori entrano in campo nell’ecefalo dell’adolescente, che sono la creazione di nuove connessioni cerebrali, che permettono la circolazione di altre sostanze biochimiche che sono i neurotrasmettitori messaggeri del cervello. In questa fase della vita si ha una crescita di nuove connessioni che modificano, potano, riorganizzano la miriadi di connesioni prodotte nel corso dell’nfanzia attraverso l’esplorazione in ogni direzione pensabile ed immaginabile dal bambino. Nei fatti si creano una maggiore capacità di relazione ed integrazione fra sfera emotiva, corticale e neurovegetativa, con proliferazione di nuove fibbre o corde invisibili che permettono all’acrobata adolescente di muoversi con una certa sicurezza nel vuoto, nello spazio e nel tempo e nel rischio dell’esistenza. E questa nuova interdipendenza neurale genera maggiore capacità di autocontrollo dell’area dei lobi frontali -sede dell’integrazione -area predisposta alla auoregolazione, alla riflessione, alla decisione, all’azione o all’attesa di un’azione, o ad una sua inibizione.

Secondo molti neuro-scienziati il cervello umano, è l’oggetto più complesso dell’universo. Il cervello di un neonato non è un piccolo cervello adulto, e il suo sviluppo, diversamente da quello degli altri organi del corpo umano, non è soggetto ad un mero processo di ingrandimento. L’encefalo umano cambia man mano che cresce, attraversando lunghi stadi  di sviluppo per giungere ad una certa autonomia d’esistenza, questo a diversità delle altre specie di animali mammiferi che appena che i picoli vengono partoriti, sono più o meno in grado di soppravvivere nel mondo, senza quella lunga protezione che noi destiniamo agli infanti umani. Protezione invece necessaria agli infanti, i quali usano  gli anni dell’infanzia e la protezione delle comunità familiari e sociali, per poi finalmente dopo la pubertà e negli anni dell’adolescenza, attivarsi ed attrezzarsi per compiere quel salto, a volte mortale, verso l’indipendenza. Infatti questa fase dell’evoluzione è la fase in cui gli adolescenti incorrono in gravi incidenti a volte anche fatali.

 Ma che cosa è?                                                                                                                                  E che cosa può diventare ancora il cervello adolescente?

Fra tutti gli organi del corpo umano, il suo encefalo è la struttura più incompleta alla nascita, e rappresenta il 40% di quello che diventerà nell’età adulta. L’encefalo umano a differenza di tutti gli altri organi non tende solo ad aumentare o diminuire, ma possiede una particolare caratteristica che è quella di crescere non solo nelle sue dimensioni ma in tutte le sue connessioni interne che mutano velocemente durante lo sviluppo adolescenziale ma anche lentamente in tutte le altri fasi della vita.(ed anche esterne ambientali relazionali). La dimensione della testa aumenta soprattutto dalla nascita ai sette anni, l’aumento più rilevante l’abbiamo nel primo anno di vita, dopo i sette anni è la massa interna, l’encefalo a ridefinirsi nelle sue molteplici connessioni tra miliardi di cellule nervose.(Questa è anche l’età in cui i bambini e le bambine si manifestano in quanto in-consapevoli poeti,e questi primi versi sono l’incipit di una poetica e di una fare poetico e simbolico che caratterizza l’umano nel suo divenire sapiens).

LA FUNZIONE DELL’ADOLESCENZA NELLA BIOLOGIA INTERPERSONALE                                                                                                            (la biologia interpersonale applica un approccio consilience o convergente, vale dire che fa confluire nella ricerca scientifica, provre indipendenti di altri saperi sociali ed artistici.)

‘Negli ultimi anni grazie alle immagini del cervello (brain imagine) attuato con speciali tecniche, sono state compiute scoperte sorprendenti riguardo ai cambiamenti che avvengono nella struttura (configurazione neurale) cerebrale durante l’adolescenza. L’interpretazione di questi studi delinea un quadro molto diverso dalle vecchie concenzioni del cervello adolescente basata su ‘ormoni impoazziti’. Visione diffusa nei media ma non del tutto corretta. Ci sono anche gli ormoni ma quello che incide fortemente sullo stravolgimento adolescenziale è una certa disorganizzazione del – Centro del Controllo- principale del cervello ossia la -Corteccia prefrontale-, situata nella parte anteriore del lobo frontale, la quale non è ancora completamente sviluppata (e questo sviluppo significativo averrà proprio  se avverrà nell’adolescenza). Questo completamento avviene solo nella tarda adolescenza (20-24 anni). E questa -immaturità-della corteccia prefrontale spiega il comportamento immaturo degli adolescenti. E questo spiega anche perchè in molti paesi per noleggiare un auto bisogna avere 25 anni. …I cambiamenti che avvengono durante l’adolescenza non devono essere considerati come esperienza cui sopravvivere e di lasciarsi alle spalle il più presto possibile; da questi cambiamenti, infatti, emergono qualità di cui abbiamo bisogno per vivere una vita piena e ricca di senso anche da adulti.’  Brano tratto Daniel J. Siegel, la mente adolescente, ed.Cortina,pg.47.scongiura passi che in fretta.

‘…invece fuori dal coro dei disperati caregivers ed esprimendosi con un’opinione molto divergente sarà  il neuroscienziato interpersonale Daniel Siegel: ‘è per noi umani l’occasione per compiere passi importanti per valorizzare ‘l’essenza dell’adolescenza’.

‘L’ADOL-ESSENZA’ CI DOVREBBE ACCOMPAGNARE ED ORIENTARE PER TUTTA LA VITA, SECONDO LE VALUTAZIONE DI UNO STIMATO SCIENZIATO QUAL’E'  D.SIEGEL, PORTANDO CON SE’ MATURO LE SEGUENTI CARATTERISICHE:

1 – INTENSITA’ DELLE EMOZIONI

2 – IL COINVOLGIMENTO SOCIALE

3 – LA RICERCA DI INNOVAZIONI

4 – L’ESPLORAZIONE CREATIVA

Tutti aspetti fondamentali, affermativi e irrinunciabili dell’essere adolescenti e da tenere viva e coltivare per tutta la vita, certo con la sobrietà che sopraggiunge nel tempo maturo.

“l’Adolescenza non è solo una stagione della vita, ma una modalità ricorsiva della psiche ove i tratti dell’incertezza, l’ansia per il futuro, l’irruzione delle istanze pulsionali, il bisogno rassicurante e insieme di libertà,  si danno convegno per celebrare,in una stagione, tutte le possibili espressioni in cui può cadenzarsi la vita” tratto da Galimberti, Garzantina, 1994)

L’adolescenza diventa una stagione della vita di somma importanza, cui non si deve semplicemente sopravvivere, ma la cui essenza o tratto d’esistemza, va tenuta viva per tutta la vita.

Di fronte a queste sfide che l’adolescenza pone in primo luogo all’adolescente e poi a tutti i caregivers(coloro che se ne prendono cura), considerando che la crescita irruenta comporta stress per entrambi,i caregivers devono porsi in una posizione non d’indifferenza nè di contrapposizione violenta, ma di ricettività, ascolto e a volte contenimento energico-affettivo, verso il faticoso lavoro di integrazione in atto  tra le differenti aree cerebrali disconnesse dell’adolescente, cioè tra sistema autonomo vegetativo(simpatico e para-simpatico), sistema limbico-viscerale(emozionale) e sistema corticale(cognitivo) oltre agli altri compresenti da sintonizzare(endocrino ed immuntiario).

Se allora il nostro cervello è ‘un lavoro in corso’ per tutta la vita, allora ‘il lavoro’ d’intergrazione fra le aree cerebrali non è solo un processo neurofisiologico ma anche un lavoro dell’inconscio, la scoperta della propria dimensione profonda -il Sè globale- e la ridefinzione permanente della nostra identità. L’essenz-adolescenza a parere del neuroscienziato interpersonale D. Siegel arrichisce il nostro viaggio esistenziale aiutandoci a vivere ogni dimensione della vita in modo aperto ed in divenire.

Il pensiero polarizzato e disconnesso degli adolescenti si manifesta alternando a pensieri iper-razionali istanze  iper-emozionali, i primi mostrano loro solo i lati positivi della realtà, celandone i  rischi, ma nei fatti li aiutano a rischiare e a prendere il volo verso proprie mete, i secondi  pur esponedoli a probabili delusioni, li espongono al coivolgimento sociale, all’influsso dei coetanei, all’innamoramento, all’intensificazione delle emozioni e della vivacità emotiva.

In questa fase si assiste anche ad uno smarrimento dell’adolescente accompagnato da chiari segnali di presa di distanza dalla famiglia, ad una contrapposizione conflittuale ed un apparente immotivato disconoscimento della genitorialità, con richiesta pressante di indipendenza ed autonomia, seguita  da una vorticosa ricerca di graificazione dopaminica delle reti neuronali. 

Per le neuroscienze queste tempeste familiari comportano anche vantaggi genetici per la specie umana, vale dire che l’allontanamento evita l’endogamia, cioè relazioni tra consanguinei, che avrebbero conseguenze negative sulla specie e sul patrimonio genetico. Queste lacerazioni endogamiche(familiari) e ricerche di relazioni esogamiche(extrafamiliari)comporta, invece,  un buon  adattamento alla realtà con il  passare delle generazioni, ed anche alla creazione di legami sociali extra-tribali  nel corso della storia greca antica che ha favorito  all’apparire del Demos e dell’autogoverno dei cittadini-polites.. Rapporti trasversali che hanno  sostiutito i legami consangunei e tribali pre-polis, e che sono un antidoto moderno ai legami endogamici clientelari e affaristici-mafiosi che sono oggi all’origine della corruzione  e del declino della democrazia rappresentativa e della politica.

PERDERSI IN UN BOSCO O NEL NULLA…

Espressione cinese che si avvicia al nostro concetto filosofico niciano di ‘nulla’. Essendo una condizione esistenziale -il perdersi- richiede un’attività di ricerca ed azione incessante per ritrovarsi e risignificare la vita; ed in questo tempi incerti ed inquieti  offrire ai caregivers, cioè coloro che si prendono cura dei minori, di affiancarli in questo incerto cammino e provare a fidarsi di loro e lasciarli così crescere e autorevolmente contenere-sostenere-amare energicamente(con la potenza gioiosa dell’eros e non con il risentimento e tristezza del thanatos).

Del resto anche il poeta e maestro Dante così si esprimeva  come incipit del primo canto dell’inferno della  Divina Commedia -’nel mezzo del cammin di nostra vita mi perdei in una selva oscura, chè  la dritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel cuor rinnova la paura!

 Anche se sappiamo dal suo Convivio che trattasi dell’arco di vita tra i trenta ed i quaranta, ma esprime bene la condizione contemporanea dell’adolescenza e giovinezza che si trascina poi nell’incertezza saggia tutta la vita.

espandere nella solitudine la sua riflessività

I mutamenti determinanti a livello cerebrale ed inconscio originano nuove potenzialità,   relazioni diverse ed un’immaginazione attiva molto diffrente  da quelle visioni dell’infanzia che rimanevano  su un piano passivo e  fantastico. Un adolescente già a partire dallo sviluppo del proprio corpo coglie pur nello smarrimento, i profondi cambiamenti che attraversa a livello fisico ormonale, sessuale e cerebrale. I Mutamenti nelle emozioni che seguono a quelli neuro-fisiologici, rivoluzionano il modo di sentire e sentrici, che lo porta  a volte a pensare che la vita è complicata, a volte di sentirsi confuso e fuori controllo, a volte malinconico ma anche a espandere nella solitudine la sua riflessività.

La funzione individuale e sociale dell’adolescenza

‘Inoltre invece di considerare lo sviluppo cerebrale che avviene durante l’adolescenza semplicemente come proesso di maturazione che cosente di superare modi di pensare ormai inadeguati e innefficienti e compiere il passaggio alla maturità adulta, è di fatto molto più corretto,e anche più utile, considerare questa tappa dello sviluppo come un componente necessaria e cruciale della crescita individuale e della vita collettiva’-Brano tratto Daniel J. Siegel, la mente adolescente, ed.Cortina,pg.47.

L’Adolescenza non è semplicemente una fase da lasciarsi alle spalle velocemente un periodo seppur tumultoso, sgarbato e inquieto, ma un periodo della vita da valorizzare in modo adeguato.

Questo messaggio nuovo delle neuroscienze indica che:’i cambiamenti che avvengono nel cervello dell’adolescente non vanno considerati in modo semplicistico sulla base del modello -maturità/immaturità, ma vanno visti come mutamenti evolutivi di fondamentale importanza che consentono l’emergere di nuove abilità. Abilità determinatni per il singolo e per la specie.’Brano tratto Daniel J. Siegel, la mente adolescente, ed.Cortina,pg.47.

Soprattuto come dicevamo come riserva di saperi, potenzialità ed entusiasmi per i periodi di crisi e passaggi epocali, come capacità di superamento e disposizione alla rimodellazione della nostra mente sempre predisposta ad accoglierli per la plasiticità cerebrale appresa che ci caraterizza come sapiens.

l’adolescenza non va considerata, ripetita iuuvant, come una fase complicata della vita da tener duro, come genitori, parenti o educatori….tanto prima o dopo passerà….e si spera passi rapidamente.

EFFETTI DEI PROCESSI D’INTEGRAZIONE E CONNESSIONE TRA AREE CEREBRALI DIVERSE

La crescita di fibre nervose rendono via via possibile all’acrobata adolescente di camminare sul filo teso della vita tra uno scoglio razionale ed uno emotivo, a garantirgli auto-controllo  cognitivo e diminuita  impulsività emotiva. A cui fanno seguito un’aumentato spazio di riflessione, che lo pone nella condizione d’attesa riflessiva,  di fermarsi così a prendere in esame  percorsi alternativi rispetto all’impulso iniziale.  Questa nuova acquisita intelligenza emotiva, affina in lui un pensiero globale, ed un’intelligenza emotiva empatica che lo porta ad affidarsi all’intuizione nei momenti d’incertezza.

CERCARE ALTRE VIE  AFFERMATIVE ALL’INGENUA  RICERCA DI GRATIFICAZIONE NELL’ADOLESCENZA

Questa età di transizione tra infanzia ed adolescenza da sempre è soggetta al rischio e alla mortalità, infatti in questa fase molti sono gli adolescenti che perdono la vita o la mettono a rischio nelle dipendenze, sempre per quel loro ingenuo sguardo polarizzato e ricerca di gratificazione immediate.(droghe pesanti, tatuaggi, alcool, gioco d’azardo(gambling), corse con le auto, sesso estremo ecc.)

E’ proprio in questa stagione evolutiva che viene ad organizzarsi un sistema di valori in funzione del quale l’adolescente progetterà il suo inserimento nel mondo sociale degli adulti. La sfida, la potenza e la velocità implicano rischio per gli adolescenti che le ricercano e che le attivano.

Nei Teenager è presente il desiderio di brivido, un desiderio che non può essere soggetto a banali critiche moraliste sempre rosvesciate dai ‘maturi’ sulla  ‘presunta immaturità‘ dei più giovani’, ma affrontate salvandone il brivido e la  vis polemica, affiancandoli  in queste nuove sfide di civiltà (culturali, sportive, ricerca e  attività).  E’ lo stesso invito che lo psicanalista Hilmann fa ai pacifisti, di abbandonare quell’atteggiamento di una certa  pace mortificata,  senza eros e senza energia, e di mettere in relazione Venere con Marte, non come fa la guerra assoggettando la tenerezza dell’amore all’aggressività cinica e violenta belligerante della guerra(alla marzialità mortale), ma attivandosi per una pace non pacificata di fronte alle ingiustizie,  come si fa nelle rivoluzioni, portando passioni, energia vitale (Eros) e amore (Venere )alla disobbedienza civile-marzialità vitale quest’ultima, ammantata di tenerezza e di amore per la difesa della società e dell’umanità.

Rapporti sostenibili tra adolescenti e caregivers(persone che si prendono cura)

Il rapporto tra adolescenti e caregivers è sempre problematica,  ma questa relazione stressante e assimetrica è una grande occasione per entrambi di andare oltre quell’identità che ci abita, per aprirsi ad un’identità più vasta che comprende anche il divenire altro, accogliente ed empatico.  Seguendo l’etimologia delle parole a volte possono emergere intuitivamente percorsi di comprensione di quanto andiamo cercando. Vediamo ora  ‘adolescente e autorità‘ che hanno delle implicazioni linguistiche non sempre oppressive. Adolescente deriva dal verbo latino -’adolescere’ che signifca ‘crescere’, ed invece ‘auorità‘ deriva da un altro verbo latino ‘augere’ -che significa ‘lasciar crescere’. Dopo queste rivelazioni etimologiche non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni. Il potere o l’autorità se vuole essere autorevole non può che -lasciar crescere -e questo lasciar crescere -non può essere concepito come indifferenza ‘lasciar fare’ ma come reciprocità d’affetto ed energia, che sa accompagnare e contenere affettivamente,’seguendone le inclinazioni’ come del resto recita la legge.

Risonanza, sintonizzazione ed emptaia

Non chiedo alla persona ferita come stia[...]io stesso divento la persona ferita.       Walter Whitman, poeta statunitense.

Quando si partecipa appassionatamente ad un evento o ad una relazione si entra in piena risonanza con la situazione o con i soggetti con cui ci si relaziona. Queste reazioni di risonanza si è soperto ora che sono attivate dai neuroni  a specchio, neuroni che diplicano simultaneamente il movimento ed il sentire dell’altro.  Sono un esempio della nostra ormai innata interconnessione neuronale ed interpersonale, attraverso una comunicazione riflessa dai neuroni a spechio che poi verrà processata ed elaborata in tempo reale dalle nostre menti riflessive. Tali connessioni comunicano e quindi permettono scambi di informazioni ed energia potenzialmente significativi, che possono accrescere la coesione sociale e condivisione intensificando immedesimazioni individuali  o identificazioni di gruppo. La risonanza è uno dei fattori presenti nell’apprendimento imitativo della lingua e dell’agire umano e nell’organizzare la memoria procedurale (memoria operativa,disponibilità di informazioni accantonate  da elaborarare e processare). Nella diade terapeuta-paziente si è osservato che i terapeuti inconsciamente rispecchiano le espressioni non verbali e le posture dei loro pazienti,così avvine anche nella relazione tra bambino e caregivers.  Oltre ai momenti senso-motori , i sistemi neurali sembrano implicati con la nostra capacità di sintonizzarci con gli stati emozionali degli altri. Ci forniscono anche un modello viscerale-emotivo (empatia) di ciò che l’altro sta provando pemettendoci di conoscerlo non solo all’esterno ma anche all’interno. E questa risonanza affettiva tra bambino e caregivers permetterà anche lo sviluppo della sua  intelligenza emotiva. Nel caso contrario avremmo la crescita di adolescenti e poi adulti innaffettivi.

“Nel costruire e modellare il cervello del figlio, la madre (e i caregivers) fa affidamento s’intende sempre incosciamente alla risonanza fisica ed emotiva per mantenere il coinvolgimento con lui, e farsi nello stesso tempo un’idea dello stato interno del figlio. La risonanza è correlata alla relazione di attaccamento. La relazione si realizza solo se il caregivers vede, sente, protegge e conforta il bambino, e tanto più alta sarà in questo caso la risonanza tra i due. Le madri con attaccamento sicuro si adeguano allo stato d’animo del figlio.  Le madri con attaccamento distanziato non si adeguano.  Tratto da Bowlby, l’analista relazionale e la psicologia oggettuale

I SENTIMENTI SI APPRENDONO PERCHE’ NON SONO INNATI MA APPRESI

I sentimenti s’apprendono anch’essi come sostiene un altro psiconalista U. Galimberti, perchè un bambino non nasce con iscritto nel suo genoma  l’etica delle sue passioni o emozioni. Ogni bambino nasce come in uno stato di analfabetismo emotivo,  e solo poi attraverso una adeguata cura affettiva e culturale, i bambini possono giungere alla formazione di mappe emotive e cognitive adeguate  a comprendere così la logica delle emozioni;  mappe che si  formano nella primissima infanzia, entro i tre anni per le neuroscienze e in sei anni per Freud; mappe aggiornate ed appropriate in pogress che orientano i minori nel modo di sentire il mondo e  a  sviluppare una  dimensione emotiva sentimentale, che lo mettono nella condizione di saper rispettare ed accogliere gli altri. Se non vengono acquisite  delle mappe appropriate, il bambino rimane a livello di impulso o al massimo di gesto o di superficialità emozionale; il passo successivo sarà  il passaggio  dalle emozioni al sentimento, che incorpora così  anche dimensione cognitiva. Mappe inadeguate condurebbero invece allo smarrimento e all’assenza di una adeguata risonanza emotiva, privando il bambino prima della capcità di saper distinguere il bene dal male, e nell’adolescente poi a non saper cogliere   la differenza che c’è tra corteggare una ragazza e struprarla o tra parlare male di un professore e prenderlo a calci. Lo stato di impulsività si manifesterà  al massimo come emozione prima, come gesto o postura o mimica facciale; ma mai si giungerà  ad una risonanza emotiva che indica una risposta adeguata in sintonia con una evoluzione emotiva e sentimentale, che è anche il prodotto di un’attività culturale che la famiglia,la scuola e la società nel suo insieme reale o vituale aiutano a formare o a disinformare, ad educare o diseducare.

MAPPE CULTURALI DINAMICHE

Queste mappe culturali introiettate nell’infanzia mirano a plasmare la personalità dell’infante secondo le aspettative che l’esterno – caregivers-ritiene adeguate e necessarie da raggiungere, le quali si sostanziano di visioni stereotipate dirette a stabilire la liceiità o meno delle manifestazioni emotive, che però verranno aggiornate e modificate profondamente in età adolescenziale ma poi anche in età adulta, cercando di restituire autentiità a esse in base a vissuti e riflessioni postume dei medesimi.

LE MAPPE SENSORIALI  ED EMOZIONALI PERDUTE

‘Ho chiesto ad alcuni bambini di una scuola elementare di una borgata romana di disegnare a colori una mucca. Pochissimi hanno saputo riprodurre le forme e ancora meno sono stati in grado di colorarne correttamente il manto: un paio di loro erano addirittura convinti che il pelo fosse di color viola, proprio come quellodell’unica vacca vista in vita loro, apparsa nello spot pubblicitario di una famosa marca di cioccolato.Senon sono molti i bambini che sanno come è fatta, ancora meno sono quelli che conoscono l’odore di una vacca o che hanno idea delle sensazioni che à accarezzarle il pelo. Questo non è solo un loro problema: in realtà il nostro quotidiano è sempre più impoverito da punto di vista sensoriale. L’ambiente dove passiamo la maggior parte del nostro tmpo è limitato e limitante, raramente l’uso dei sensi veicola sensazioni emotivamente coinvolgenti. In parte è l’effetto inevitabile del progresso: lalotta per la sopravvivenza della specie umana non richiede più l’uso strategico delle nostre capacità sensoriali. Le abilità si misurano piuttosto sul nostor talento cognitivo: intelligenza, memoria, capacità predittiva o adattiva, reattività. In questo modo ci illudiamo di comunicare megio, mentre in realtà lo facciamo solo più velocemente e in maniera sueprficiale. Non solo i riti delle relazioni affettive maanche il gioco della complicità amorosa rischia di essere sempre più appiatito da una rapidità di fruizione che schiaccia inesorabilmente una più completa e diversificata assimilazione attraverso i sensi: la seduzione rischia di trasformarsi in un fast food insapore. L’affettività degli adolescenti si è profondamente trasformata.Alcuni di loro descrivono il desiderio sessuale come una necessità fisiologica da soddisfare nel più breve tempo possibile e con il minor coinvolgimento emotivo e sensoriale: come estrarre una Coca Cola dal frigo e berla d’un fiato senza nemmeno sentierne il sapore. Noi adulti abbiamo trasformato i giovani, come direbbe Ingmar Bergman, in ‘analfabeti delle emozioni’ deprivati di sensi dei sensi come piccoli autistici (o narcisisti) .C’è dunque da chiedersi come possiamo rinvetarci una pedagogia in grado dedurre la capacità di sentire le emozioni, di farsi coinvolgere nelle passioni senza temerle come fossero un terreno infido e pericoloso’ ?  L’alfabettizzazione delle emoioni non può  che partire dalla piena riacquisizione di tutti i nostri sens; la famiglia, la scuola e la  società devono aiutare il bambino -e poi l’adolescente- a prendere possesso di questa sua enorme potenzialità, troppo spesso inibita e rimossa. I bambini passano molto del loro tempo libero guardando la televisone o videocasette -e ora you tube o internet – strumenti comunicativi in grado, nel migliore dei casi, di sviluppare due dei cinque sensi: la vista e secondariamente l’udito. Il video non si tocca, non si odora e non si gusta. ‘ frammenti tratti da -Non siamo capaci di ascoltarli di P.Crepet, ed. Einaudi pgg.27-29

 

L’INVOLUCRO CULTURALE STEREOTIPATO DELL’INFANZIA RIAGGIORNATO CON LA  SAGGEZZA DELL’INCERTEZZA NELL’ETA’ ADULTA

Nel riprendere il sentiero e poi perdersi con loro e ritrovarsi insieme nei nostri ruoli ed identità mutate

L’involucro culturale, infatti, provede a rinchiudere l’individuo entro delle coordinte omologanti o statiche, con l’intento di garantirsi l’organizzazione interna equilibrata e al tempo stesso rassicurante, involucro che verrà messo a soqquadro nell’adolescenza e rielaborato sapientamente nel corso della vita, nella saggezza dell’incertezza.

Adol-essenza: lezione aperta realizzata dal dott. prof.Giuseppe(Pino) de March a Chisinau(Moldavia), all’interno di un seminario europeo di scambi di buone pratiche educative tra operatori, educatori ricercatori dell’Emilia-Romagna e dei Centri comunitari giovanili comunali di Chisinau -promosso dall’Onlus  Costruttori -IBO-Ferrara -ITALIA -con la super-visione del dott.  Dimitris Agiropoulos ricercatore persso Uni-bologna della Facoltà di scienza della Formazione  di pedagogia delle margialità, emergenze e dell’integrazione.

Giusepppe(Pino) de March, docente in riposo di psicologia della comunicazione e della relazione ed ora attivo,critico e liberato ricercatore di neuroscienze interpersonali e di relazioni umane e sociali.

 

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l’epoca delle passioni tristi

LA LIBERA COMUNE UNIVERSITA’ PLURIVERSITA’  BOLOGNINA                                                                                       PROPONE COME  ATTIVITA’  PER L’ANNO IN CORSO 2015-16

UN PERCORSO DI LETTURE MENSILE  CON AUTORI ED AUTRICI CHE APRONO ALLA RIFLESSIONE  E ALL’AZIONE COMUNE  PER ANALIZZARE  E RESISTERE  IN QUESTO SOFFERENTE  TEMPO DI PASSIONI TRISTI CHE MINACCIANO IL  PRESENTE ED OSCURANO  IL FUTURO.

LEGGERE  COMMENTARE  RIFLETTERE AVVENTURARE  AFFERMARE PASSIONI GIOIOSE

“Un giorno d’estate degli anni trenta, a Walter Benjamin tornano in mente i romanzi d’avventura della sua infanzia che gli venivano incontro come venti del sud o tempeste di neve… di quest’esperienza oggi si parla poco.  E’ sopraffatta dal rumore mediatico che parla d’ignoranza, di calo di lettori, di morte del libro, sepolta dalle cifre delle statistiche, dalle polemiche sui metodi d’insegnamento  e dai discorsi della critica, che chiosa sul ‘lettore’, ma è resa impotente dalle categorie, ormai d’uso comune, che contrappongono letture ‘utili’ e letture di ‘intrattenimento.”da introduzione al libro –elogio della lettura –di Michèle  Petit

SABATO 19 DICEMBRE 2015                                                             DALLE ore 18 ALLE ore 20                                                                 presso HUB57                                                                                         VIA SERRA 2/F                                                                                   PINO de MARCH                                                                             PRESENTA L’EPOCA DELLE PASSIONI TRISTI      

Riflessioni e proposte per il nostro tempo dominato dalle passioni tristi       di due psicoanalisti di-Miguel Benasayag  e Gerard Schmit

 FLASH SULL’EPOCA  DELLE PASSIONI TRISTI

Gli autori sono Miguel Benasayag filosofo-psicanalista ed un psicoanalista-terapeuta Gerard Schmit che operano nel campo dell’infanzia ed adolescenza. Preoccupati  delle richieste crescenti d’aiuto rivolte loro, hanno voluto interrogarsi sulla reale entità e sulle cause di un apparente massiccio diffondersi  delle ‘patologie psichiche’ tra i giovani. Un viaggio che li ha  condotti alla scoperta di un malessere diffuso, di una tristezza che attraversa tutte le fasce sociali. Viviamo in un’epoca dominata da quelle che il filosofo Spinoza chiamava ‘passioni tristi: un senso pervasivo di  impotenza e incertezza che ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere  il mondo come una minaccia, alla quale bisogna rispondere ‘armando’ i nostri figli. Il problema dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura moderna fondata sulla promessa del futuro come redenzione laica. Si continua ad educarli come se questa crisi non esistesse, ma la fede nel progresso è stata ormai sostituita dal futuro cupo, dalla brutalità che identifica libertà con dominio di sé, degli altri e del proprio ambiente. Tutto deve servire  a qualcosa e questo utilitarismo si riverbera sui più giovani e li plasma. Per uscire da questo vicolo cieco occorre riscoprire la gioia del  fare disinteressato, dell’utilità dell’inutile, del piacere di coltivare i propri talenti senza fini immediati.  Un invito a creare situazioni ‘cliniche del legame’, cioè spazi di autoanalisi ove generare legami affettivi, cultuali e sociali e cooperazione  intersoggettiva  che faccia emergere di quella molteplicità presente in ognuno di noi, oggi oscurata da una visioni individualista contrattualista che ci concepisce come monadi anonime competitive prive di legami di socialità e di  mondi condivisi.

INFO: www. versitudine.net

INFO: www. versitudine.net

 

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Testamento biologico (di fine vita) in forma poetica di Fabrizio Falconi

Poesia errabonda
in forma di lettera d’addio
a parenti, amici e conoscenti
Non bisogna stupirsi, osservò Ludwig,
quando qualcuno che non ha la chiave
per entrare nel testo di un autore
non ha nemmeno i mezzi per capire
ciò che quello vorrebbe preservare
da un’attenzione importuna e indiscreta.
La metrica può invogliare alla lettura
o scoraggiare: chi non ne è convinto
non potrà penetrare questi versi.
La privacy permessa dalle regole formali,
che impedisce un esame maldisposto,
è un vantaggio e un’opportunit
per la poesia di raggiungere lo scopo.
Prendete per esempio questo testo:
grazie a rime ed a ritmi un po’ incerti,
poche sillabe appena e perderà interesse
per esteti irriducibili e per inveterati
prosafondai. Il suo valore dipende
dall’effetto che avrà, non sulla gente
tarda a capire, ma sulla ristretta
minoranza convinta che c’è sempre
qualcosa d’importante e nuovo da imparare,
qualcosa che scopriamo solo grazie
al divagare dei pensieri e una poesia
errabonda dal principio alla fine
è il miglior modo per cominciare a farlo.
Io mi sono ammalato ed incontrerò presto
il mio creatore. Grazie al loro metro
rilassato, confido che i miei versi
parlino con franchezza in piena libertà,
senza avere timore che chi ascolta
non sia affatto d’accordo con il loro
spirito, e affido alla carta riflessioni
che spero interessanti e utili per chi
presterà loro il tempo e l’attenzione –
«… e intanto cercherò di non stonare».
«Cari parenti, amici e conoscenti»,
così comincia questa che è una lettera
di addio a chi ricordo e di me si ricorda:
una poesia che svela i miei pensieri
e sentimenti in merito alla mia dipartita;
e che – seppur di dubbia qualit
poetica – soddisfi qualche curiosità.
«Vi scrivo in piedi, una postura nuova
che è meno dolorosa per me che star seduto.
Ma non voglio addentrarmi nell’eziologia
della mia malattia, basti sapere che
colpisce le ossa, è in fase terminale
e si addice a un poeta che da tempo
ha iniziato a studiare i vari aspetti
che dal principio può assumere il dolore.
«Tranne un attacco di encefalite acuta
(tra i più strazianti mezzi di tortura
naturali, come avere una vite ficcata
nel cranio) avuto da bambino e per fortuna
prontamente curato dai dottori,
non ricordo altri dolori nei sessantadue
anni di una vita generosa.
Gran parte dei tormenti patiti fino a cinque
mesi fa erano di natura spirituale.
Più o meno tutti quelli nati da conflitti
interiori li ho trattati e trascritti.
E qui è bene finire la mia triste lezione
con quello che i recenti avvenimenti
m’hanno insegnato sull’intensit
che può raggiungere il dolore.
Una gran sofferenza fisica riesce sempre
a spazzar via tutte le preoccupazioni
che di solito riempiono la giornata d’un uomo:
se niente lo distrae, ha l’unico pensiero
di trovare un sollievo o di morire presto.
Tutti i modi di uccidersi una volta
impraticabili, sembrano all’improvviso
fattibili; le difficoltà tecniche, sparite
o liquidate con un’alzata di spalle.
Senza oppiacei, io ora non sarei
qui ancora in piedi a scrivervi una lunga
lettera di commiato.
Col loro aiuto posso
ancora aspirare alla virtù, a un’ideale “mens sana
in corpore moribundo”, all’uso migliore
del tempo che mi resta. Ma la tregua
con la morte, ben si sa, non può durare a lungo:
ne approfitto per trattare questioni personali:
di stile, gusto, valori che ne sono alla base.
Se aggiungere a un già lungo percorso
qualche altro passo è quello che gradite,
perfetto. Io preferisco prendere
in mano il mio destino e accorciare
questa vita e così chiudere il cerchio.
Naturalmente, vivo da solo e non ho figli.
«Mi scuso in anticipo della sorpresa
che il mio suicidio potrà provocare:
per me è d’oblige, ho provato a spiegarlo.
Credo più interessante come mi accingo a farlo –
non da solo, ma con l’aiuto di altri.
L’Incarico affidato alla poesia
mi stimola, ma rendere giustizia
alla squadra in questione non è facile.
Va da sé che farò tutto il mio meglio.
«Aiutandomi a morire, hanno probabilmente
salvato la mia vita da una sopravvivenza
indecorosa lasciata in mano a estranei –
e infine dall’usare un coltello su me
stesso, pasticciando miseramente!
Da tutto questo nasce il loro impegno
per una morte dignitosa. È difficile
non apprezzarlo, sapendo di che si tratta.
Non serve essere in punto di morte
per sapere come operano e dove
e perché, e sostenere la loro associazione
per la salute dell’ultimo momento.
Andate al loro sito www.dignitas.ch
riflettendo sul futuro, e su quel che potrebbe
riservarvi. Il rispetto delle volont
del paziente e la riservatezza che offrono
meritano appoggio anche quando la morte
non sembra ancora dietro l’angolo.
«Ma ora basta parlare della morte!
Ho paura che i parenti mi rinneghino,
gli amici mi disconoscano e i conoscenti
sogghignino quando pensano a me!
Da cosa sto partendo, e non come o per dove
– col cuore e con la mente – sto partendo
è il vero nodo di questa lettera. Non dico
dal mondo là fuori, quel grande casino,
ma da tutti coloro che mi stanno a cuore.
M’è impossibile scrivere ad ognuno,
ché sono troppi e avrei troppo da dire.
Dovranno bastare i contatti quotidiani
che abbiamo avuto, le cose condivise.
«Questa lettera d’addio con rime occasionali
io spero che compensi in qualche modo
il fatto che, accadendo tutto in fretta,
io non riesca a incontrare un’ultima volta
neanche quelli di voi più a portata di mano.
Confido che crediate al dispiacere
che provo non potendo più guardarvi
negli occhi e controllandomi per quanto
possibile non cedere a singhiozzi o sospiri;
ma, soprattutto, senza poter scambiare
una cordiale stretta di mano, come
nelle scene raffigurate sui bassorilievi
delle antiche stele funerarie greche.
«Ho iniziato dicendo che vi scrivevo in piedi,
una postura che in effetti mi resta
più comoda di altre giusto mentre
m’avvicino alla fine delle mie divagazioni.
Tutte le mie poesie prima di questa
le ho scritte da disteso. Una signora
austriaca ha suggerito che dovendo
farmi una statua sarebbe più fedele
al suo soggetto se lo mostrasse a letto.
Lei l’ha detto – benedetta sia l’anima gentile! –
con ironia, però è una buona idea
e, francamente, se fosse un umorista
scultore a realizzarla, non avrei obiezioni
che mi si celebrasse in questo modo.
«Ecco, miei cari, il tempo di partire è arrivato.
Questa poesia errabonda sia pegno del commiato».

Traduzione di Francesco Dalessandro

Final Poem

Rambling Poem

being a Farewell Letter in Verse
to Relatives, Friends, and Acquaintances
One should not be surprised, as Ludwig observed,
when those who possess not the key
to a lock of one’s own creation fail to accede
to whatever, by its means, one would preserve
from indiscreet and inopportune attention.
Prosody can either entice or dissuade:
those whom it fails to persuade
cannot delve into the verses in question.
The privacy formal constraints thus afford,
the cover they provide against ill-disposed scrutiny,
is both a privilege and an opportunity
by which a poem’s point may be scored.
Take, for example, the present composition:
thanks to rhymes and rhythms of uncertain distinction
it is sure to turn off both die-hard esthetes
and inveterate prose-mongers after but a few feet.
What there may still be of value in it
will depend entirely on its potential effect,
not upon those contingents of stiff necks,
but on that exiguous minority who thinks
there are always important new things to be learned
that can only be stumbled into as it were,
since our thoughts are rambling by nature;
and that a poem that rambles on from beginning to end
may in fact be where best to first learn them.
I have become sick and will soon meet my maker.
Confident, thanks to their lackadaisical meter,
that I can proceed to speak frankly and freely
without fear of being overheard by anyone really
not in tune with the spirit of these lines,
I shall try to commit to paper considerations
hopefully of interest and use to at least some
of those who do lend an ear and their time –
“… and I’ll try not to sing out of key.”
“Dear relatives, friends, and acquaintances,”
that is how I’ll begin what I now know must be
a letter of farewell to all whom I recall
and who may remember me: a poem that bares
my thoughts and feelings about departure;
one which, though of unproven lyrical quality,
might still gratify a natural curiosity.
“I write to you from a new, standing position
I’ve adopted because less painful to me than sitting.
I won’t go into the etiology of my specific condition:
suffice it to say it is skeletal, terminal, and befitting
a poet who began his inquiry long ago,
intrigued by pain’s forms from the word go.
“Apart from a bout with acute encephalitis
(among the most excruciating of nature’s devices,
rather like a screw applied to your skull),
luckily by doctors promptly cured,
back when I was a kid, I’ve no woe to mull
over for having been by my body endured
in all of sixty-two years of a bountiful life.
Most of the agony encountered until
only five months ago has been spiritual.
More or less all that I’ve gathered from mental strife,
I’ve also managed to keep record of,
so it is meet that I should finish my treatment
of dolorous lessons with what recent events
have taught me of pain’s push come to shove.
“Very sharp physical suffering has a way
of sweeping aside the entire spectrum of worries
that normally occupy a man’s day;
without them to distract him, it hurries
his thoughts straight toward a paramount goal:
to either obtain relief or die as soon as possible.
Ways of killing oneself that once appeared
impracticable suddenly seem feasible
after all; technical hurdles are cleared,
or all too easily dismissed with a shrug.
If it weren’t for stopgap palliative drugs
I would not be here now, still standing tall,
writing a long parting letter to you all.
“With the aid of those medicines one can
again aspire to virtue, to the ideal of a mens sana 
in corpore moribundo
, to putting to best use
the time one has left. But the truce
with death cannot, as we know, last forever:
what such best practice will consist in
remains an exquisitely personal matter
of style, taste, and the values they underpin.
If adding a few last points to an already long segment
is one’s cup of tea, fine. I would rather
have mine be a bit shorter at the end and bent
to form a circle, take things into my own hands.
Of course, I live alone and don’t have any children.
“I apologize in advance for any surprise
my suicide may cause: I’ve tried to explain why
it is d’oblige. More interesting to my mind
is the way I am going about it – not
all on my own, but with the help of others.
I enjoy the challenge advocacy
poses to poetry, and to do justice
to the team in question is not easy;
but, it goes without saying, I’ll do the best I can.
“By helping me to die by my own hand,
they are most probably saving my life
from the disparagement of overtime
spent at the mercy of unidentified others –
not least were I instead to use a knife
on myself and botch it up miserably!
That is where they draw their line for dignity
in death, and it is difficult not to agree
if one knows what they are talking about.
One doesn’t have to be on one’s way out
to learn why, where, and how they operate,
to support their pro-health-to-the-last,
humanitarian association: just go straight
to their website, www.dignitas.ch,
and think of your own future, what it might reserve.
The patient’s instructions and protection service
they offer is well worth subscribing to
when death seems still far from the corner.
“But enough talk of death! Lest the relatives
disown, the friends disavow, the acquaintances
sneer if ever they chance to think of me.
It is what I am departing from, not how
or where I am departing to – by my very heart
and mind – that is the real crux of this letter.
I don’t mean the larger world outside, that hootenanny,
but all whom I cherish and cannot write to
one at a time because they are too many
and there would be too much for me to say.
The personal exchanges that once made our day,
what we have already shared, will have to do.
“May this so-long epistle with occasional rhymes
also in some manner serve to make up
for the fact that, being quite rushed,
I shall fail to rendezvous one last time
even with those of you within easy reach.
But here I trust that all will believe
I do indeed regret not feasting my eyes
again upon them, not giving in to a sob or a sigh
while trying to remain as composed as I can;
but, most of all, not gently shaking their hand
as in those kindred scenes once portrayed
in bas-relief on ancient Greek funerary stelae.
“I started by telling I was in a standing
position as I wrote you, which indeed
remains more congenial than others to me
even as I near the end of these ramblings.
All my previous poetry, I wrote recumbent:
it has even been suggested by an Austrian lady
that if ever a statue were to be made of me
it would be most true to its subject
if it showed him to be lying in bed.
She said it – bless her kind soul! – sarcastically,
but the idea is a good one and, quite frankly,
were it to be done by a humorous sculptor,
I would not object to being so honored.
“My dears, the time has come to finally part.
In valediction, take this token of a rambler’s art.”

Pubblicato da a 31.3.15

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